In anteprima su DArteMA il testo critico della mostra PARTITURE ILLEGGIBBILI

Partiture Illeggibili è la nuova mostra che domani inaugura alla Labs Gallery di Bologna, curata da Angela Madesani. Sei artiste, donne, messe a confronto in una mostra itinerante, che parte dal cuore di Bologna, Via Santo Stefano 38 e sede della Labs Gallery, per arrivare sino ad ArteFiera. DArteMA ha il piacere di presentare in anteprima assoluta il testo critico della curatrice.

Partiture illeggibili 

di Angela Madesani 

In Galleria: Nina Carini, Leila Mirzakhani, Greta Schõdl
ArteFiera: Max Cole, Marcia Hafif, Elena Modorati

Da sinistra: Nina Carini, Je t’aime. Leila Mirzakhani, Mille vasi silenziosi e parlanti. ph ©Giovanni Avolio

Partiture illeggibili: un ossimoro. Qui il segno è asemantico, non rappresenta e se lo fa non è in modo compiuto. Il progetto prevede due mostre, in una costruzione a chiasmo, con sei artiste. Una storica e due contemporanee, giovani, saranno in mostra nella galleria di via Santo Stefano, in cui si avverte il passato, la memoria del luogo. Lo spazio, infatti, molti secoli era una piccola chiesa. Tra quei muri è un’atmosfera sacra che oggi più che mai entra in perfetta in sintonia con i lavori delle artiste: Greta Schödl, Leila Mirzakahni, Nina Carini. Nella mostra di Artefiera, invece, sono due artiste storiche e una contemporanea: Marcia Hafif, Max Cole ed Elena Modorati. 

I lavori dialogano tra loro, in un cicaleccio sottovoce, una conversazione sul segno e con il segno. Le storie di queste donne sono profondamente diverse tra loro, eppure legate da un profondo quanto invisibile fil rouge.
La scelta delle artiste non è stata certo casuale, si è trattato di una ricerca nelle loro storie, fra i loro lavori per riuscire a comporre un mosaico dove tutto pare essere in armonia. 

«Fare dei segni diventa un esercizio mentale che si traduce in strutture che riflettono l’attività del cervello»1, scriveva Marcia Hafif, già ottantenne, nel 2011. Sin da subito emerge un concetto portante di tutti i lavori presenti in mostra, l’idea di esercizio. Frequentando gli studi delle artiste in mostra, quando mi è stato possibile, ho avuto più volte l’impressione di trovarmi di fronte a palestre grafiche e mentali, dove l’artista attende al suo lavoro, come se fosse una pratica spirituale, in senso laico. E Hafif, scomparsa lo scorso anno, ha sicuramente operato in tal senso. 

Marcia Hafif, Ansedonia, Matita su carta Fabriano, 50×34,5 cm, 11 July 1972. Ph ©Filippo Guicciardi

«Quando ho iniziato ho scelto di usare la grafite sulla carta da disegno, i materiali più elementari che si usano per fare arte, sempre a portata di mano e che non richiedono tempi di preparazione. Le regole sono venute da sé»2, così Hafif per spiegare il gruppo di lavori dei quali tre sono in mostra. È la leggerezza del tratto, uguale e diverso da se stesso, nel tempo. Dove è proprio la ripetizione, a creare la differenza, parafrasando Gilles Deleuze. Sono i primi segni, tracciati dall’alto verso il basso, da sinistra verso destra, a segnare la lunghezza, la spaziatura, la pressione. 

Ci troviamo di fronte a una partitura, in cui tempo e spazio si confrontano, senza produrre significati di sorta. È come una misurazione del foglio, che è sempre uguale, verticale, per emulare la postura del corpo, in stretto contatto con quanto avviene. Nulla a che fare con la performance, tuttavia. Qui è un rapporto stretto tra mente e corpo. Le strutture rigorose e incolori, nascono dal disegno, in cui il movimento è sottolineato anche dall’imperfezione della linea. 

Questa attività di Hafif ha una precisa data di inizio, il 1°gennaio 1972 (3), un momento che segna una sorta di azzeramento di quanto era avvenuto prima nel suo cammino artistico, per giungere al segno primigenio, un’asticciola, realizzata con matite 3B, 4B o 5B, ripetuta ossessivamente. Le sue sono pratiche del pensiero per trovare un senso a quanto sta facendo e forse anche al proprio cammino esistenziale. Dettaglio portante che accomuna i lavori di tutte le artiste in mostra. Pare di intuire una partitura musicale, quelle minimaliste di Terry Riley, di Steve Reich. È lo stesso suono del silenzio che rintracciamo nel lavoro dell’americana Max Cole. Una sorta di disciplina segnica è il filo conduttore della ricerca dell’artista americana. 

Max Cole, S.T. (Spring ’96), Tecnica mista su carta, 60×77 cm, 1996. Ph ©Filippo Guicciardi

Qui in mostra sono alcuni suoi lavori su carta. Quelle che all’apparenza paiono linee nette orizzontali nello spazio astratto, in realtà sono righe di diversa entità in cui brevi pulsioni verticali fanno da contrappunto in una dimensione ritmica. È evidente la potenza della concentrazione dell’artista, che pare dar vita a una pratica di training artistico e mentale infinito, in cui segno e spazio sono posti in continuo dialogo. La vista si perde nell’osservazione del segno perfetto, realizzato con colori freddi, sordi, terrosi. 

È una sorta di mantra visivo in cui ogni linea è uguale e diversa al tempo stesso. Nei lavori di Cole è una precisa indagine spaziale attraverso l’esperienza del supporto che viene studiato, assimilato, fatto proprio. Ci troviamo di fronte a una dimensione indecifrabile di poesia dello sguardo, in cui artista e spettatore devono per forza trovare un punto di incontro. 

L’aspetto progettuale è assente dalla ricerca di Greta Schödl. Il suo è una sorta di gioco, serissimo, portato avanti nel corso dei molti anni di lavoro con linguaggi, materiali, strumenti diversi. I suoi lavori, di diverse grandezze, sono al di là di una dimensione temporale precisa. Sono opere diacroniche che uniscono più momenti, in cui la datazione perde talvolta il suo senso. Anche per lei l’opera è un momento di riunione con se stessa, di riflessione sul senso dei fenomeni in senso filosofico. In una continua operazione di raccolta che potrebbe essere intesa anche in chiave tassonomica, con un rimando al padre, veterinario, ricercatore, che passava le sue serate a catalogare gli oggetti del suo studio. In tutto questo è da sottolineare, il rapporto fondante con la natura che vediamo soprattutto nei libri in mostra, per i quali l’artista utilizza foglie, reperti, bucce di cipolla. Nei suoi libri opera, quasi tutti in copia unica, sono, infatti, incollati frammenti di natura, pagine di antichi libri sacri, e quindi la presenza dell’oro. 

Greta Schödl, Untitled (from Vibrations Series), Indian ink on paper, 85×114 cm cad., 1975-80. Ph ©Giovanni Avolio

È un’attenzione spasmodica verso il dettaglio che è, tuttavia, parte dell’esistente. Dal dettaglio si passa direttamente all’universalità. È come se ci trovassimo di fronte a opere sinestesiche in cui l’immagine e il suono si fondono in un unicum.
Schödl utilizza l’oro, memore della sua origine austriaca, delle opere della Secessione che vedeva da bambina nei musei di Vienna. L’oro è luce. Presente come un piccolo ovale fra i segni dei suoi fogli. È la pausa, una pausa di riflessione, alla quale l’artista aspira in una dimensione fatta di pieni, di vuoti, di alternanze spaziali. Il richiamo è anche a certe filosofie orientali, come in altri lavori presenti in mostra. L’ovalino d’oro è un’informazione vibrazionale, ontologica, è il respiro che testimonia l’esistenza. È una traccia, un indice, una prova e un’ammissione di esistenza. Le sue sono come tessiture, in cui trama e ordito entrano in relazione: conscio, inconscio, realtà sogno, sono tessuti in un unicum, a suo modo, materico. 

In alcuni libri è un segno, che rimanda al segno archetipico al mondo delle grotte, a Chauvet, ad Altamira, è il tentativo di giungere al momento primigenio dell’esistenza, alla radice delle cose, cui Schödl negli anni ha teso, schiva e ritirata, totalmente coinvolta dalla sua pratica quotidiana.

«Scrittura come segno che istituisce il senso» 4, così Elena Modorati, »in un’accezione che rimanda agli archetipi, a una sorta di momento primario, in cui è il segno che graffia la terra e stabilisce delle coordinate rispetto alle quali è possibile orientarsi».
In mostra sono dei Leggii, un’opera di natura installativa, sono un omaggio al pittore danese Vilhelm Hammershøi.5

Elena Modorati, Eugènia, cera, ciotola in ceramica, in teca di plexiglass 21x27x19 cm, 2019. Ph ©Bruno Bani

Nel suo lavoro è l’interesse nei confronti del dettaglio, di quell’elegia dei minimi che sono l’ossatura della cultura pittorica fiamminga. È attratta dalla temperatura silenziosa di quelle opere, dalle sfumature di colore poste in evidenza dall’utilizzo della pittura a olio. È attratta dalla loro specifica qualità nostalgica, intima. Un mondo di piccole cose che crea una sorta di viatico, nel senso longhiano del termine, che da Jan Van Eick, dal Maestro dell’Annunciazione di Aix en Provence, porta a Chardin a Lyotard al nostro Giorgio Morandi. Un filo rosso che unisce i diversi lavori in mostra, in cui l’atmosfera è la stessa: i Leggii, le tre piccole nature morte sotto plexiglass, con oggetti di cera e la campana di vetro, Collezione di farfalle. Nella campana sono due piccole bottiglie giapponesi istoriate di osso e due coni di carta cerata, costituiti da due fogli scritti dall’artista, illeggibili per chi guarda, ma noti per chi li ha realizzati. 

Il suo è un lavoro di matrice filosofica, in cui si analizza il meccanismo dell’apparenza dei fenomeni.
La cera pare bloccare quanto di volta in volta appare in una sorta di semplice epifania delle piccole cose. È qui posta in evidenza la complessità del meccanismo gnoseologico. La scrittura occupa una piccola zona centrale delle tavole poste sul leggio: è il temen, così il titolo di un suo lavoro, lo spazio sacro, di una sacralità laica che diviene aspirazione esistenziale. 

Di Leila Mirzakhani è in mostra Mille vasi silenziosi parlanti, il titolo è un verso di ʿUmar Khayyām 6, poeta amatissimo. Il lavoro è composto da otto pezzi 7 che raffigurano dei vasi. È la trasparenza della ceramica, in cui è la trasformazione della materia, metafora di quella esistenziale, dei diversi stati dell’uomo. Sono i colori dell’acqua, del cielo. Il vaso contiene il vino, sostanza divina. In tutto il suo lavoro è il senso dello scorrere, panta rei, scriveva Eraclito. Un tema affrontato anche da Greta Schödl. 

Leila Mirzakhani, Mille vasi silenziosi e parlanti, acrilico su legno, 63×61 cm cad., 2019. Ph ©Giovanni Avolio

Il suo corpo entra totalmente nel lavoro, ne fa parte, si muove con esso. Così in Respirare in cui è l’orizzonte, la linea di confine. L’orizzonte è un punto di vista, non esiste un’unica versione dei fatti.
Ogni lavoro è realizzato con la massima concentrazione, con la volontà totalizzante di riempire ogni più piccolo pezzo di carta. Del resto la bellezza si costruisce lentamente, passo dopo passo. «Esseri umani, piante o polvere cosmica: tutti danziamo su una melodia misteriosa intonata nello spazio da un musicista invisibile», affermava Albert Einstein. È la lentezza che si oppone ai nostri ritmi vitali, sempre più veloci e superficiali. Qui è l’intensità della concentrazione. È la volontà di riuscire a penetrare nei fenomeni, senza alcuna volontà descrittiva. 

È una sfida con il proprio corpo, dura, senza riserve, nonostante la dolcezza e l’armonia apparenti. «Essere artista oggi è un’azione politica. Nel mio caso fare arte è una maniera lenta, magari poco divertente, per oppormi a quanto secondo me non funziona. È un’esigenza quotidiana, però, alla quale non posso e non voglio rinunciare»8. 

Per Mirzakhani l’unica verità del mondo è la consapevolezza di essere. Respiro e pensiero si fondono in un unicum. Le sue Vibrazioni sono la risposta a certe domande a cui non si può rispondere con la logica. Non tutto può essere spiegato: la bellezza, l’amore, la gioia, il dolore, la morte. Di fronte ad esse proviamo una sorta di scossa interiore, una vibrazione, che forse è uno stimolo per proseguire. 

Le sue opere sono realizzate con una tecnica essenziale, matita su carta, così era per Marcia Hafif. Il pensiero è dominante, la tecnica è solo al suo servizio. La matita realizza Il segno primitivo, archetipico, che ci riporta, ancora una volta, al segno dell’uomo prima dell’avvento della storia. 

Quanto vediamo è il frutto di un processo, che parte sempre e comunque dalla sua persona: le sue sono, infatti azioni, pensieri, rituali che affondano le radici nel zona più profonda del pensiero.

«Cara luna mi getti nell’infinito senza scudo. Vieni e mi tiri i capelli mentre dormo, chiedendomi di venire con te e io, curiosa come una bambina, ti seguo per scoprire cosa si nasconde dentro. L’altro giorno ti ho sognata, vedevo da un buco piccolo come quello di una serratura la casa. La tua casa è dietro le pareti e così scopro che è fatta di voce, è lì che nasce la voce. Sei come un ventriloquo, luna, hai dentro l’universo. Cosa dirai come prima parola? Se dovessimo iniziare dalla lettera A forse attention, in francese perché più dolce. Etel Adnan dice che sei più leggera quando ti avvicini, così possiamo parlare. Tua Nina». È il titolo in forma estesa di una delle opere in mostra di Nina Carini, Al centro della luna, una lunga collana di sfere, grandi e piccole, che culminano nella luna, coperta da fili neri, che la collegano all’alto. In questo particolare momento della vita dell’artista, la luna è come un’ossessione, una presenza continua, per questo l’immersione negli scritti della poetessa e artista Etel Adnan 9. È una continua tensione verso l’alto. La luna le tira i capelli, la trascina. 

Nina Carini, Cielo e Acqua + 101 (dettaglio). Ph ©Giovanni Avolio

È la volontà di capire, di andare oltre, di comprendere a fondo quanto le succede attorno forse anche per allontanarsene, per andare oltre in una dimensione di infinito ubiquitario. La luna è come una protezione, una presenza accuditiva.
Andiamo, quindi, alla forma degli elementi che compongono l’opera. Sono sferici. Il rimando è alla geometria, alla perfezione divina, a personaggi quali Fra Luca Pacioli 10. 

È la concettualizzazione di un bisogno, anche da parte di Nina Carini. La ricerca della perfezione per varcare la soglia della propria umanità.
E dunque il tempo, che la luna segna con precisione inesorabile, il tempo circolare, nella dimensione vichiana e non solo, dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche.
La collana è posta a terra, al suo interno ci si può sedere come in un sacro recinto, a protezione di una dimensione di spiritualità che rende unico ognuno di noi.

In mostra è Je t’aime (2019) un’opera composta da 110 fogli stampati a mano con inchiostro e trasparina 11 Ad ogni foglio stampato è stata aggiunta questo curioso materiale in dosi minime, foglio dopo foglio. Così che nell’ultimo la frase Je t’aime sparisce. I 110 fogli sono appoggiati su una lastra di vetro su cui è incisa la stessa frase in trasparenza, così che col tempo potrebbe, dovrebbe rimanere la sola lastra di vetro. È un’opera performativa. La scelta della frase non è casuale. «L’ho scelta perché è una delle frasi più complesse del linguaggio umano» 12.

E quindi Cielo e Acqua (2019) una grande rete di cotone com 458 piccoli disegni cuciti a mano. Qui sono pieni e vuoti. È il valore della pausa come già scritto anche per Greta Schödl. I nodi di filo nero rimandano alle stelle, un tema che l’artista sta affrontando in questo momento della sua ricerca. E quindi l’acqua, il movimento, lo scorrere dell’esistenza. Come Al centro della luna è questo un lavoro aperto, in cui l’artista si riserva la possibilità di intervenire, nel momento in cui lavoro rimane nello studio può essere ripreso, modificato, arricchito, in tal senso mi viene in mente un atteggiamento che è stato di Marisa Merz. È una necessità di modifica, di arricchimento continuo, l’opera è vita e in tal senso ha una sua organicità. 

(ha collaborato Camilla Coppola) 

Primo piano: Nina Carini, Al centro della Luna, (dettaglio). Retro: panoramica Leila Mirzakhani, Mille vasi silenziosi e parlanti, Greta Schödl, Untitled (from Vibrations Series). Ph ©Giovanni Avolio

Info:

Labs Gallery – Arte Moderna e Contemporanea

Via Santo Stefano, 38, 40125 Bologna, Italia

Tel +39 051 3512448 | +39 348 932 5473

info@labsgallery.it

www.labsgallery.it

 

INAUGURAZIONE: 14 dicembre 2019 ore 18:00

DURATA: Dal 14 Dicembre al 22 Febbraio presso Labs Gallery Via Santo Stefano, 38 – Bologna

Dal 24 al 26 Gennaio presso Artefiera Bologna

 

Orari di Galleria: Mar. Ven.: 15:30 – 18:00 | Sab.: 09:30 – 12:30


Note:

1 Alfabeti della mente a cura di A.Pasotti, F.Padovani, con un testo di A.Madesani, P420, Bologna, 2011; p. 53.
2 Op.cit.
3Hafif avrebbe realizzato questi lavori fino a tutto il 1973.
4 E.Modorati a chi scrive, 2019.
5 È un pittore danese nato a Copenhagen nel 1864 e morto nel 1916.
6 ʿUmar Khayyām è stato un matematico e poeta persiano
7 Sono realizzate con pittura acrilica.
8 L.Mirzakhani in conversazione con chi scrive, 2019.
9 È una poetessa, artista, saggista americano-libanese (1925).
10 È stato un religioso, matematico ed economista (Borgo Sansepolcro, 1445 circa – Roma, 19 giugno 1517).
11 La trasparina è un additivo utilizzato per rendere trasparenti i colori degli inchiostri da stampa.
12 N.Carini, appunti a chi scrive, gennaio 2019. 


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