Motion Sound Spaces | Intervista a Pier Alfeo

Motion Sound Spaces

Intervista a Pier Alfeo, sound artist vincitore del Premio Nazionale delle Arti 2019, a cura di Maria Chiara Wang

Maria Chiara Wang: ‘Motion – Sound – Spaces, these are the three keywords of my linguistic journey’: così, in poche parole (movimento – suono – spazio), descrivi l’essenza del tuo lavoro. Puoi spiegarci in che modo questi tre fattori rappresentano i capisaldi della tua ricerca? 

Pier Alfeo: La relazione tra questi tre fattori è omnidirezionale: il processo può partire ed arrivare da/a qualsiasi punto. Ciò è dovuto sia al fascino che provo nei confronti di questi elementi sia, soprattutto, alle necessità compositive che fanno da collante tra la mia attività musicale e quella di artista sonoro. Il tutto rientra nel concetto di movimento interiore – quello a cui appartiene l’opera – con l’intento di collocarla ideologicamente in un suo spazio. Nel quadro generale, quindi, il principio di movimento ha una certa importanza ed è affascinante come questo possa essere provocato da entità estremamente grandi, o microscopiche, o da tutte quelle delle dimensioni comprese tra questi due poli. Generando frequenze, esse provocano cambiamenti di stato che, dalla mia prospettiva, hanno uno stretto legame con gli eventi sonori.

Estratto da ‘Principle of Organization [Study Book], 2018 – foto: Annamaria La Mastra

M.C.W.: Come e perché il linguaggio e la comunicazione rappresentano il perno del tuo lavoro?  In che modo la tecnologia supporta la tua indagine artistica? Quali altri strumenti sei solito impiegare per realizzare le tue opere? 

P. A.: Il linguaggio e la comunicazione, parlando di emozioni e sensazioni, sono alla base del mio processo creativo-compositivo, sia artistico che musicale, mi è quindi impossibile prescindere da questi due fattori che ritengo fondamentali.

La tecnologia, nel mio caso, è solo uno strumento che mi permette di arrivare ai risultati che immagino, ciò che conta è la visione, l’obbiettivo, che durante il processo può mutare. Sono, invece, molto legato alla manualità: capita spesso che io senta la necessità di fissare un’idea o un risultato immaginario attraverso l’immediatezza del segno, semplicemente disegnando schizzi a matita o a penna, questo non solo nella fase preliminare, ma anche durante l’evolversi dei progetti. Per me è importante conservare questa capacità manuale per poterla poi fondere con le mie competenze da programmatore informatico e creare tecnologie dedicate al mio fine artistico.

M.C.W.: “Slavery of a shadow” è l’opera che hai portato al MakerArt – sezione artistica del MAKER FAIRE ROME 2019 curata da Valentino Catricalà – che messaggio hai voluto veicolare con questo lavoro? Com’è stata questa esperienza? Che riscontri hai avuto? 

P. A.: Per la Maker Faire di Roma ho voluto sperimentare qualcosa di nuovo: un ibrido tra performance artistica e performance sonora. L’intento è stato quello di portare qualcosa che potesse ‘curvare’ l’aspettativa dei visitatori, rompere l’equilibrio del contesto in cui mi sono inserito, focalizzando l’attenzione sulla condizione dell’artista e sollevando quesiti su di essa. 

L’artista esiste, lotta e soffre per esistere, percepisce la realtà, la filtra e la restituisce attraverso il proprio linguaggio. Ho quindi rappresentato l’artista come un personaggio anonimo e generico, mascherato di nero dalla testa ai piedi, che ha vagato per la fiera attraccato, attraverso delle imbracature – come fossero propaggini del suo corpo – ad un cubo nero che, concettualmente, rappresentava la sua storia. Questo girovagare prevedeva delle soste nella postazione dove, attraverso un sistema audio riposto nel cubo stesso, processavo l’input acustico dello spazio in una composizione sonora interpretata in tempo reale. 

Devo ammettere che ho ricevuto dei feedback molto interessanti, quello che ricordo con particolare gioia è quello di un bimbo che avrà avuto all’incirca quattro anni e che, avvicinatosi incuriosito, dai miei gesti ha perfettamente percepito il senso del mio lavoro e ha sentito la necessità di ascoltare ciò che io avessi da esprimere.

Colgo, infine, l’occasione per ringraziare Valentino Catricalà per avermi coinvolto in questa prima edizione di MakerArt, fiera così piena di artisti e progetti incredibili.

Performance ‘Slavery of a shadow’, MakerArt c/o Maker Faire Rome, 2019 – foto: Annamaria La Mastra

M.C.W.: È ora in corso presso l’Accademia Albertina di Torino la mostra relativa al Premio Nazionale della Arti 2019 di cui sei stato vincitore con l’opera ‘Principle of Organization’. Ci descriveresti questo lavoro?

P. A.: ‘Principle of Organization’ prende vita da un lavoro di ricerca focalizzato sull’organizzazione strutturale degli organismi viventi e sulla loro crescita.

Questa ricerca nasce dallo studio di nuove forme di dialogo tra segno e suono, con particolare riferimento ai comportamenti naturali. Il suono che ne deriva è un suono dilatato, ricco di ritmiche e micro variazioni, che vive in spazi infiniti e che ha come obiettivo quello di ricreare una condizione di interazione profonda con l’automatismo, come uno strumento musicale, con la sua voce, per tracciare così un ponte tra ascolto e percezione.

Per quest’opera ho realizzato un modello grafico partendo da un algoritmo semplice che, attraverso la sua ricorsività crea una struttura complessa composta da migliaia di vertici e connessioni. La necessità è quella di utilizzare questa rete come cella fondamentale per tutte le generazioni sonore preservandone la coerenza strutturale e, attraverso la computazione dei dati che il modello stesso custodisce, sono state estrapolate una consistente quantità di andamenti assegnabili ai diversi parametri del suono.

L’installazione è composta da due superfici, una frontale e una retrostante ad essa. La superficie frontale consiste in una lastra di vetro laccato nero su cui è stato inciso a laser il modello grafico di riferimento e su cui sono riposti dei sensori di prossimità; tali sensori comunicano con un sistema automatizzato composto da un PC e un sistema audio ancorato alla superficie di legno retrostante al vetro; il sistema audio riproduce l’ambientazione sonora risultante dall’interazione con il fruitore.

‘Principle of Organization’, c/o Galleria Doppelgaenger, 2019 – foto: Annamaria La Mastra

M.C.W.: Quali altri aspetti della contemporaneità t’interessano e intendi riportare all’interno delle tue opere?

P. A.: Sicuramente tra gli aspetti che mi appartengono rientra il problema dell’inquinamento acustico, che è già stato protagonista di altre tre mie opere: ‘Incisione su Silenzio’, opera che ha dato il nome alla mostra personale presentata alla Galleria Doppelgaenger di Bari (2019), ‘Interferences Quartet’ che ha ricevuto la menzione d’onore al MA/IN Matera Intermedia Festival nel 2018, progetto facente parte del CoMatera2019, e ‘Hypodermide’.

Quello dell’inquinamento acustico è uno dei fenomeni inquinanti in via di espansione, a causa del progresso tecnologico e industriale. Ci sono molte attività antropiche che hanno frequenze inquinanti di picco sotto la soglia udibile umana, che vengono quindi percepite a livello fisico più che a livello uditivo. Per me è interessante lavorare con tali frequenze e traslarle all’interno del campo udibile, digitalmente o acusticamente, così da riportarle all’attenzione dell’individuo.

Oltre a questo tema, sono particolarmente attratto dal sistema binario, ovvero 0 e 1, linguaggio estremamente semplice che ha infinite relazioni con la nostra esistenza, con le scelte che generano un percorso, tessiture, sequenze, pattern. Ultimamente sono molto impegnato su questo fronte, sempre col fine ultimo di arrivare a risultati sonori. In relazione a questo argomento c’è anche quello dello studio sulla crescita delle piante e sulla loro struttura, che rientra nel progetto di tesi che continuerò a portare avanti il prossimo anno per poter concludere il percorso di studi presso la scuola di musica elettronica del Conservatorio di Bari.


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