Oscarito Sanchez | Intervista al curatore viennese dal sangue messicano

OSCARITO SANCHEZ

Intervista al curatore viennese dal sangue messicano.

A cura della Redazione

Come nasce e si sviluppa la tua carriera nel mondo dell’arte?

Una volta terminati gli studi in Cinema e in Comunicazione, ho avuto l’occasione di collaborare con il famoso gruppo musicale Los Tigres del Norte e con Teresa Margolles. A partire dai primi anni 2000, sono entrato in contatto con alcune gallerie e istituzioni austriache come la Schleifmühlgasse, la 12-14, la Stock, la Krinzinger, la Hinterland e il Kunsthalle Krems, avviando uno scambio con diversi artisti.

Il primo progetto tra Austria e America Latina è stato Navellinos art: un muro di 6 metri che ha rappresentato una vetrina importante per gli artisti del continente americano, della penisola italiana, e per altri esponenti della scena emergente, tanto da guadagnare la collaborazione con il “Kultur Kontakt”.

Tra i tanti artisti con cui ho avuto, e ho tuttora, la fortuna di lavorare, ricordo con piacere Israel Martinez, che ha vinto il premio di Art Basel 2018, Gina Arizpe, Mario Cresci, Oscar Cueto, Jorge de Leon (proyectos Ultravioleta), Hector Falcon, Ana Teresa Fernández, Tania Bruguera, Adela Goldbard, Daniel Huetler, Fritzia Irizar, Jakob Kirchmayr, Amor Muñoz, Calixto Ramirez, Shinpei Takeda, Roberta Palla, Vale Palmi e Laura Rambelli. Fisso nella memoria è l’incontro, di qualche anno fa, con Marina Abramović: una volta mi disse che, per diventare artista, è imprescindibile che l’energia, la bestia che risiede in noi, sia liberata, che la vita venga sprigionata.

Cosa vuol dire essere curatore oggi?

Il ruolo del curatore ai giorni nostri è cambiato. Curare un artista vuol dire sostenerlo, intraprendere un percorso di crescita comune, porsi in dialogo e in scambio con lui. La figura del curatore, oggi, rischia talvolta di mettere in ombra quella dell’artista: occorre, dunque, ristabilire un giusto equilibrio tra le parti.

Artisti emergenti e artisti affermati: come ti rapporti con loro?

Credo che molti giovani artisti abbiano un potenziale importante da esprimere, una tematica personale, un proprio vissuto da raccontare. Altri, invece, si perdono purtroppo tra le maglie di internet, utilizzando informazioni impersonali e prive di anima. Sono abituato a lavorare in parallelo sia con personalità emergenti che con artisti affermati, instaurando con loro un dialogo e uno scambio sincero. “Grenz Erfahrung” e “Trasformazione”, mostre collettive rispettivamente del 2016 presso la Hinterland Galerie (Vienna), e del 2019 presso la Galleria Faro Arte (Marina di Ravenna), sono un esempio di come artisti internazionali – con alle spalle un percorso consolidato a più livelli – siano entrati in dialogo per raccontare, ognuno a modo proprio, il tema dell’esposizione. In occasione della mostra sulla frontiera, invece, mi sono divertito a fare un piccolo esperimento, tuttora inedito. All’interno della selezione di lavori esposti, ho inserito – inventando la figura di un’artista che desiderava rimanere anonima per paura di perdere il visto negli Stati Uniti – un’installazione, realizzata da una bambina di 2 anni utilizzando alcuni pezzi di metallo provenienti dalla frontiera. Rovistando nella busta che le avevo dato, la piccola artista ha composto così un’opera in grado di mettere d’accordo critici e altri suoi colleghi molto più anziani. Con questo, ho voluto mostrare – alla stessa maniera dei ragazzi che realizzarono le teste di pietra, poi riconosciute dalla critica come pezzi autentici di Amedeo Modigliani – come l’arte sia un’attività in cui chiunque può offrire il proprio contributo, e che non bisogna lasciarsi trasportare dal “grande nome”. Bisogna concentrarsi sull’opera in sé, e non su chi la realizza. Dal momento che, nei tempi moderni, ciò che risalta è l’idea che risiede dietro il prodotto artistico, è su quello che è necessario puntare. È quindi necessario innovare il mercato partendo dai concetti, non dalla personalità di chi li veicola.  

Una tua valutazione riguardo il mercato dell’arte oggi.

Purtroppo, è difficile fare una valutazione di questo tipo. Posso dirti, però, che in questo momento il mercato è saturo, perché c’è molta offerta. A questo, si aggiunge un ulteriore grave problema: non esiste più la cultura del collezionismo, poiché non abbiamo educato le nuove generazioni a collezionare arte.

Puoi anticiparci i tuoi progetti futuri?

A settembre co-curerò, assieme alla collega italiana Maria Chiara Wang – con cui abbiamo già condiviso alcuni progetti sia a Vienna che in Italia – una mostra sul tema dell’esilio. In questa occasione esporranno giovani artisti di provenienza mondiale, oltre alla grande Regina Galindo, perfomer insignita del “Leone d’Oro” alla Biennale di Venezia del 2005.

Inoltre, ho in programma una collettiva con artisti internazionali in occasione della Fiera di Arte Contemporanea in Messico, che si terrà a febbraio 2020.


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