Simone Pellegrini. Passato in giudicato

Il 10 Luglio, presso Palazzo Pretorio di Prato, è stata inaugurata ‘Passato in giudicato’, mostra personale di Simone Pellegrini a cura di Veronica Caciolli, che si inserisce all’interno di Pretorio Studio, il progetto ideato dalla stessa curatrice nel 2016 con lo scopo di valorizzare il museo e la sua collezione attraverso la collaborazione di artisti contemporanei.

L’esposizione, costituita da un lavoro inedito strettamente legato – per tematica e sviluppo – alla storia del Palazzo e da altre opere realizzate dal 2013 al 2019, ben si inserisce in tale contesto.

Ritroviamo, anche in questa occasione, gli elementi che caratterizzano le creazioni dell’artista bolognese d’adozione, ovvero la presenza di ‘paesaggi arcaici, cosmogonie e cartografie che richiamano iconografie antiche, mistiche e pagane’, con suggestioni che spaziano dalla pittura rupestre ai portolani medievali. I soggetti, frutto di ‘uno scavo archeologico nella memoria collettiva e inconscia’, vengono impressi sulla carta da spolvero attraverso una tecnica mista, peculiare di Pellegrini, che trasla le immagini attraverso l’utilizzo della monotipia. Le opere si succedono alle pareti come episodi di un racconto stampato su un rotolo di pergamena e dispiegato sotto gli occhi dello spettatore.

Lascio ora la parola a Simone Pellegrini, che nel testo seguente spiega, meglio di chiunque altro,   il significato della mostra e, in particolare, quello dell’opera inedita Bordo della cortina estrema. Buona lettura!

Maria Chiara Wang

Passato in giudicato indica un tempo concluso che coincide con la parola della legge, quella giudicante, quella che sancisce.

Nelle stanze di questo palazzo che non fu sempre inscritto nel dominio del visivo, collettore di immagini quale oggi è, qualcuno ha atteso che altri decidessero del suo destino.

Mentre attendeva, questi vergava, graffiva una parete forse per una sorta di captatio benevolentiae.

Di fatto egli segnava prima che su di lui venisse applicato il dispositivo della Legge. Questa Legge appunto che si ossequia o trasgredisce è un lascito religioso che tradisce un vincolo con il dominio del Padre. Il visivo per contro e secondo la lettura freudiana oltre che lacaniana è qualcosa che si colloca nel seno della dimensione materna.

La punizione, il peccato, l’attesa e l’immagine.

Nel luogo in cui siamo, la madre viene figurata e onorata nella reliquia della cintola (che cinge, assicura ed è oggetto troppo vicino – sorta di corpo d’astrazione – nel suo utilizzo a quella dimensione legante, tenente, propria di quel dominio a cui succede in ambito cristiano).

Molte le effigi della Schutzmantelmadonna nel tempo della peste, quando il dio biblico puniva con gli strali della peste una umanità che si rifugiava sotto il manto della Madre in cerca di protezione.

Questo manto opponente non somiglia alla cintola di cui sopra.

La Legge che nel tempo si esprime, quella che si storicizza almeno quanto lo Spirito, non è un cominciamento eternamente rinnovantesi ma è scritta che passa da lato a lato le tavole di pietra secondo la Torah.

Non così è un graffito.

Quello che è alla radice di ogni riflessione possibile in questo campo che qui si è aperto, è un segno inciso nell’attesa, in stretta relazione con un potere che sta per abbattersi, in cui non si esprime alcuna notevole maestria, non è opera esposta, capacità donata, non rappresenta le peripezie della carne nel figlio, neppure la protezione della madre o l’ira del padre; è un segno che si apre alla parola, la fronteggia perché la anticipa così come precorre la vocazione definitiva di questo luogo su cui si esprime il visibile.

“Bordo della cortina estrema” è il titolo dell’opera reagente a queste sollecitazioni. È stato concepito sul limitare dell’essere e cioè nella periferia in cui la Legge e il peccato si toccano con un occhio al manto mariano più che l’altro rivolto alla cintola. Perché ad un tratto in quel suo aprirsi sullo strabismo indotto, mi è parso farsi Tabernacolo, ovvero luogo intimo e sacro in cui viene contraddetto il principio aniconico ebraico e viene celebrato un destino nomadico (pare infatti che stanzialità e corruzione possano essere sinonimi). Esistono pagine nutrite di misure per la costruzione di questa struttura vacante, quante braccia di tessuto, quanti occhielli, quante cortine, quant e tavole a nord e a sud, quante a Oriente e a Occidente. Dopo tanta dovizia, tanta precisione numerica, si scrive in quelle pagine di una di una eccedenza, di un “di più”

materiale di cui si dovrà poter e saper disporre. Si ha infine la sensazione che tutt o il processo di costruzione di questo non riparo dell’erranza sia l’applicazione di più esattezze in vista di una risultante, di una abbondanza inevitabile.

Dopo la precisione di ogni metodologia analitica o di sintesi, questa conquista e gestione della abbondanza appare (qui un pensiero va necessariamente a Feyerabend) come l’inevitabile o inestimabile dell’umana avventura che non trovando contegno fugge la parola pur anelando ad un segno che sia termine instabile.

Il passaggio dall’attesa alla abbondanza, dal peccato alla erranza, dal segno alla apertura è passaggio su cui si affacciano molti volti e si dissipano innumerevoli azioni. C’è infine un altro passato, su cui la parola non avendo potuto nulla, non potrà mai più nulla.

È un tempo originatosi da una impressione muta che ritorna a imbastire ogni presente.

Il rapporto della mano che segna, senza che con essa si manifesti alcun dono, con la condanna imminente o nella applicazione della condanna è inscritto in molte pareti di contenzione. Nella solidità muraria appena scalfita da un immaginario vocalico viene proiettata sempre una abbondanza, una sorta di materiale di risulta o anticipatorio, che rappresenta l’alba viva di ogni estetica, in cui ogni scalfitura non perfora ma muove il confine conferendogli quella vibrante vaghezza che ignora ogni ispessimento coercitivo.

Se la parola della legge perfora il luogo in cui si afferma, lo fa per dare prova di potenza nel superamento di ogni resistenza che viene palesata e vinta in un sol colpo. Il segno invece, così intempestivo, che si misura con la impossibilità, coltiva la resistenza e tradisce una debolezza imputabile e cantata prima che una retorica si disponga a fossilizzarla.

Simone Pellegrini

Museo di Palazzo Pretorio

Simone Pellegrini. Passato in giudicato

11 luglio – 8 settembre 2019


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