Ma quindi a te piace quella roba lì? Ma che senso ha? Riflessioni sulla Minimal Art

Di Francesca Musiari

Berlino. Quartiere Prenzlauer Berg. Domenica pomeriggio.

«Ma a te piace quella roba lì? Ma che senso ha? Ma perché?»

Fu così che un aperitivo con le amiche in un locale molto posh sulla Kastanien Allee si trasformò in una fitta interrogazione alla disperata ricerca di senso in opere di arte contemporanea. Mi sistemo sulla sedia, cerco di raccogliere le parole e i concetti per spiegare ciò che spesso do per scontato. 

Quella roba lì in questione è più precisamente l’opera di Donald Judd, artista americano “simpatizzante” di minamal art.

L’altra persona incalza: Sì, ma che senso ha? Perché?

Procediamo con ordine.

La minimal art nasce negli USA intorno agli anni ’60 come filone dell’arte concettuale. Nasce negli USA e non è un caso, durante il secondo dopoguerra gli artisti americani sentono l’esigenza di smarcarsi dai colleghi europei e dalla tradizione artistica che emigrò con essi durante gli anni ’30 e ’40. Artisti americani come Donald Judd, Dan Flavin, Walter de Maria, Carl Andre affermano con le loro opere la volontà di rifondare l’arte americana, specialmente statunitense, a partire da forme elementari e l’utilizzo di nuovi materiali industriali, plexiglas, gas, alluminio, plastiche. Un evento centrale che consacra questi artisti, con altri, è la mostra Primary structures tenutasi nella primavera del 1966 a New York.

Le strutture primarie minimaliste sono scultoree, ma negando il modello della scultura classica, scendono dal piedistallo, invadono lo spazio dello spettatore costringendolo ad abbassarsi, saltare e muoversi per conoscerle a pieno. 

«Ma ora che senso ha quest’opera per me?», incalza ancora la mia interlocutrice visibilmente turbata dalla visita all’Hamburger Bahnhof, museo berlinese che ospita una collezione di artisti concettuali.

Per volere dell’artista stesso le opere di Donald Judd sono lasciate a se stesse senza un appiglio di senso, non sono neanche indicate con “Untitled”, sono proprio senza un titolo. Judd non rende di certo più semplice il tentativo di avvicinare la mia amica ai suoi oggetti scultorei.

Come pittore, architetto, designer, l’artista americano riflette sul concetto di installazione e, dal 1962, lavora con forme geometriche semplici, il cubo, il parallelepipedo, combinando nello spazio una serie di elementi in maniera ripetuta e seriale. 

Un errore in cui spesso si cade visitando musei e collezioni di arte contemporanea è quello di considerare le opere degli alieni piombati nel mondo, all’interno di uno spazio museale bianco e asettico, senza recuperare il contesto storico di origine e le relazioni che instaurarono o ancora instaurano con altri oggetti ed opere, per somiglianza o per differenza.

Nel clima fiorente del boom economico del secondo dopoguerra, un altro artista statunitense, Andy Warhol inizia a stampare in serie le proprie fotografie di icone del cinema e della musica, esponenti politici, fiori, prodotti commerciali: in maniera indistinta Warhol consacra con la propria arte il più famoso barattolo di passata a fianco di Marylin Monroe e Che Guevara.

Proprio come gli oggetti scultorei di Judd, le opere di Wahrol sono prodotte in serie, senza più dare valore all’unicità della singola creazione. Ciò che il ciclo della produzione sta intensificando a livello industriale e commerciale, gli artisti iniziano a tradurlo nel loro linguaggio artistico. Con una grande differenza: le opere di Wahrol ammiccano ad una cultura popolare comune, in cui ci rispecchiamo e grazie alla quale sogniamo, sono immagini immediate, sorridenti, vitali, che sfruttano lo stesso principio del linguaggio pubblicitario. Le forme di Judd rimangono invece silenziose, sono fredde e chiuse in sé stesse, come grandi macchine abbandonate di cui non si riesce più cogliere la loro funzione. Sono oggetti che ci tengono lontani, non sono né belli né attrattivi per il cervello umano.

Davanti ad opere di arte minimale ci teniamo distanti o ci avviciniamo cercando di scrutare e cogliere ciò all’apprenza sfugge; restiamo interdetti e senza una risposta come le scimmie in 2001 Odissea nello spazio davanti al grande monolite grigio che nasconde un mistero, di cui esse non riescono a svelarne il senso e l’origine. Sono opere che necessariamente, anche solo per un attimo, costringono la razionalità umana ad interrogarsi, inceppando un flusso di senso a cui i nostri occhi sono continuamente abituati: al contrario delle immagini pubblicitarie o dei post su Instagram non ci coinvolgono e non si vogliono far apprezzare in modo immediato.

Tiro fuori Wharol, un po’ più simpatico in effetti.

Tiro fuori Kubrik, con il grande cinema d’autore non si sbaglia mai.

Acquisto terreno ma la mia interlocutrice non si accontenta.  

De gustibus non disputandum est: conveniamo sul fatto che la minimal art può non piacere e risultare facilmente antipatica. Conveniamo però anche sul fatto che probabilmente domandare “che senso ha?” non è il quesito giusto per sciogliere l’enigma di un’opera. L’arte come un sepolcro vuoto, davanti al quale si può credere in una salvezza futura o percepire la sola durezza della pietra.

Forse, in un mondo così scintillante, attraente e apparentemente saturo di senso, l’arte con i suoi diversi linguaggi è uno dei pochi mezzi che permette di dubitare e chiedersi il senso di un gesto e creazione.


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