Astrazione reversible. Intervista a Giorgio Bartocci

A cura di Maria Chiara Wang

Intervista a Giorgio Bartocci in occasione di ‘Astrazione Reversible II’, esterno realizzato alla scuola elementare situata alle porte del centro storico di Gallese (VT) per il progetto di residenza d’arte urbana PUBBLICA 2019, a cura di Carlo Vignapiano ed Elena Nicolini (Associazione Culturale Kill The Pig).

Photo ©Sara Francola, Astrazione Reversible, GiorgioBartocci

Maria Chiara Wang: Dopo Autodiffusione, Astrazione Reversible II è l’ulteriore sviluppo di un processo di astrattismo che caratterizza la tua ricerca artistica più recente. In che modo si stanno evolvendo la tua indagine e sperimentazione su colore, forma e materia?

Giorgio Bartocci: La mia ricerca si sta dirigendo sempre più verso lo sviluppo di lavori tridimensionali grazie anche all’impiego di colori metallici che mi permettono di realizzare forme dotate di maggiore plasticità. In quest’ottica mi sto dedicando anche alla produzione di sculture e di opere murarie a ‘360°’ che coinvolgono l’intera superficie degli edifici su cui intervengo. Inoltre è fondamentale l’armonia che s’instaura tra pensiero e azione, tra mente e gesto – a ogni pennellata – per garantire un crescente senso di dinamicità.

L’intento è quello di giungere a una sorta di pittura liquida che, grazie anche al gioco di specchiature e riflessi, sembri cambiare continuamente, come in una sorta di rotazione visiva agli occhi dello spettatore. Nei miei muri è presente una parte d’improvvisazione che però contengo in un perimetro calcolato grazie ad una progettualità a monte decisamente accurata. Anche per Pubblica il margine di cambiamento rispetto al progetto approvato dalla produzione è stato molto basso.

A Gallese ho cercato il più possibile di fondere i codici dell’architettura e della natura circostante all’interno di segni, forme e simboli, annullando i lineamenti della scuola, oggetto dell’intervento, e inserendo il moderno all’interno di un contesto sia storico che naturale.

Photo ©Sara Francola, Astrazione Reversible, GiorgioBartocci

M.C.W.: Definito il tuo procedere per astrazione, l’aggettivo ‘reversible’, invece, a cosa fa riferimento?

G. B.: Il concetto di ‘reversible’ (ho scelto la versione francese del termine per la fonetica!) permette di avere una visione più ampia, o per lo meno doppia, dell’oggetto a cui si riferisce. Partendo da questa prospettiva ho tentato di realizzare opere di astrazione con una concentrazione di codici, simboli, messaggi e una moltiplicazione di prospettive. Anche nella moda il ‘reversible’ è qualcosa che permette di modificare la propria immagine in tempi rapidissimi. La mia giacca reversibile, ad esempio, mi ha salvato durante tante azioni notturne non autorizzate…

Photo ©Sara Francola, Astrazione Reversible, GiorgioBartocci


M.C.W.: Può l’arte aiutare la rigenerazione urbana? Se sì, come?

G. B.: Credo di sì. Penso che l’arte possa essere uno strumento in grado di supportare un processo di rigenerazione in cui un ruolo fondamentale deve essere giocato anche dal territorio e dai suoi abitanti. Il senso civico, l’affezione alla propria terra, alla sua gente e alla sua storia sono componenti imprescindibili per perseguire questo obiettivo. Rigenerare è una parola che, non so perché, associo al restauro, quindi più che rigenerare direi che bisognerebbe generare.

L’aver realizzato l’esterno della scuola di Gallese è stato importante proprio perché quel luogo rappresenta il posto dove vengono formati e educati i bambini. Poter offrire loro uno stimolo visivo, aver avuto l’occasione di parlare di arte contemporanea e di muralismo ai giovani è stato un po’ come piantare il seme per una generazione di nuove energie e di nuovi stimoli.

Photo ©Sara Francola, Astrazione Reversible, GiorgioBartocci

M.C.W.: Qual è il confine tra street art e arte pubblica? Come possono e devono convivere per portare a risultati duraturi nel tempo sia da un punto di vista estetico che sociale?

G. B.: Posso parlarti della mia esperienza: io amo definirmi un artista che gravita nel settore dell’arte pubblica. L’intento che mi prefiggo è di progettare lavori con una ricerca lunga e accurata, con un’attitudine totalmente diversa da quella impiegata per la parete dipinta solo a scopo ludico, cosicché possano assumere un valore, non solo estetico, per la comunità in cui saranno realizzati. 


M.C.W.: Infine, qual è la tua posizione in merito alla conservazione dei tuoi ‘muri’? Credi sia giusto restaurarli quando inizieranno a rovinarsi? Se sì, il restauro dovrà essere compiuto da te o potrà essere gestito da altri? Oppure credi che anche sui lavori commissionati il tempo debba fare il suo corso?

G. B.: Credo che sia necessario avere un dialogo costante e continuativo, anche nel post-evento, tra chi commissiona un lavoro, chi lo gestisce, chi lo cura e l’autore. Spesso, invece, questo tipo di rapporto manca. Bisogna poi, in assenza di fondi sufficienti, creare una distinzione tra i vari progetti in base al loro valore. Per quelli più notevoli, i cui codici e messaggi sono ancora attuali, e che non hanno perso la coerenza con il luogo in cui si trovano, il discorso della conservazione contro la disgregazione del tempo andrebbe preso in considerazione.

Pensando anche alla resa della mia opera nel tempo, ultimamente sto utilizzando i metallizzati come il rame e il bronzo perché negli anni si ossidano rendendo il muro simile a una scultura; un effetto che trovo gradevole.


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