Veli di Reliquia: quando il velo diventa corpo. Le reliquie profane della contemporaneità. 

Veli di Reliquia: quando il velo diventa corpo.

Le reliquie profane della contemporaneità. 

di Annalaura Puggioni

Quando si parla di reliquie è immediato il riferimento alle salme, ai resti dei santi o dei beati e a qualsiasi oggetto abbia avuto, in modo più o meno diretto, un contatto con essi. Si tratta delle reliquie sacre, il cui culto si è diffuso sia nell’ambito religioso che laico, superando i confini fra tradizioni culturali. 

È corretto parlare, invece, della reliquia della contemporaneità? In questo caso si tratta di reliquie profane e proprio Enrico Mancini e Marco Rubbera – artisti modenesi emergenti che stanno terminando i loro studi all’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) – ne esplorano il tema nell’ambito della scultura e dell’installazione. 

Dalla sperimentazione di gesso e juta e di tessuti e resine nascono le Reliquie, opere che si distinguono nella serie dalla numerazione e si presentano uniche per forme e colori. 

Due parole sulla progettazione delle opere. Il primo approdo è il disegno della sagoma umana, talvolta ispirata da dipinti o sculture antiche, alla quale segue la fase di modellazione della matrice in poliuretano espanso. Grazie a un sostegno e mediante la tecnica della tensostruttura le sagome vengono sorrette e sospese. Dopo aver steso sulle matrici strati di silicone, gli artisti procedono con l’uso della resina epossidica, imbevono in essa il tessuto e lo adagiano sulla sagoma. Quando la resina catalizza, il tessuto si cristallizza e gli artisti operano sulla stabilità rendendo il velo autoportante. 

Per usare proprio le parole di Rubbera e Mancini “le Reliquie sono il risultato di uno studio del corpo umano, del panneggio, delle trasparenze e della luce”.

Dunque, se il tessuto, o il velo, prende forma dal corpo e ne conserva la memoria, si potrebbe dire che esso venga generato alla stregua dell’impronta e che la Reliquia sia il simulacro della sagoma che l’ha generata. La Reliquia è impronta in negativo poiché si “desume” dalla rimozione della sagoma. 

Usando le parole di Didi-Huberman – il quale offre un’ampia dissertazione sull’impronta ne La somiglianza per contatto – e impiegandole qui per le Reliquie, si potrebbe affermare che l’opera è il risultato della “collisione di un qui” – il velo che resta – e di “un non-qui” – la matrice rimossa – “al contempo di un contatto e di un’assenza”.

il fatto che l’impronta sia, il contatto di un’assenza spiegherebbe la potenza del suo rapporto con il tempo, che è la potenza fantasmatica di ciò che ritorna, delle sopravvivenze: cose che vengono da lontano ma che restano difronte a noi, a significarci la loro assenza (Didi-Huberman,2009) 

Anche i due artisti riflettono sull’assenza: “così come la polvere si poggia sul passato, nell’opera il velo di ciò che siamo, che siamo stati e saremo per gli altri si stende sulla presenza di un individuo, ormai scomparso ma non per questo dimenticato”. 

A incidere sull’opera è perciò una dimensione temporale “non istoriata”: l’impronta rimanda a una temporalità puntuale, ricorda “l’è stato” ed è destinata a resistere nel tempo. L’instabilità tra presenza e assenza delle figure conduce all’irriconoscibilità di un soggetto. Quel vuoto lasciato dalla matrice è messo però in risalto quale spazio vivo, in cui il nulla riesce a prendere forma, dove l’aria prende il volume di un corpo quando solitamente è deputata a circondarlo. Ogni scultura si configura come un’impronta che potrebbe essere in grado di accogliere al suo interno il corpo di colui che osserva. “Queste figure assumono carattere universale, sono irriconoscibili” poiché non acquisiscono, per eccesso di definizione, la fisionomia di un dato corpo e permettono a qualunque osservatore di sentirsi la “matrice” rimossa che viene invitata a occupare il vuoto. Ecco che le sculture assurgono a “reliquia” di ciascuno di noi. 

L’effetto della presenza di un corpo sotto il velo viene meno nel momento in cui, girando attorno alla “statua”, si scopre il vuoto. Qualora si dovesse guardare l’opera in controluce, è proprio la luce a svelare il gioco di assenza e presenza, come se operasse chirurgicamente, mostrando la trama del tessuto della scultura. Quel tessuto è diventato “pelle” della scultura: sono gli stessi artisti a offrire questa lettura, nel momento in cui pensano al “tessuto come seconda pelle dell’uomo”.

Le Reliquie sembrano creare un legame fisico con chi guarda mediante quella “pelle” che, richiamando la dimensione tattile, invita a toccare. Interessante notare come le mani non siano presenti nei corpi delle Reliquie: assenza giustificata dal tessuto che incarna il senso del tatto; si potrebbe pensare a una forma di sineddoche, il tutto per una parte. Osservando invece uno dei bozzetti della prima produzione degli artisti è proprio la mano protagonista dell’opera. Verrebbe da pensare che la mano creatrice e prima sostegno del velo, divenga poi oggetto creato e sostenuto dal tessuto stesso. 

La mano del soggetto produttore diviene oggetto del fare artistico. 

A questo punto sorge un confronto, quanto mai anacronistico, con la reliquia per eccellenza, il velo della Veronica o la Sacra Sindone di Torino; confronto obbligato dall’omonimia con i titoli assegnati alle opere. Ma non solo. Tornando all’impronta, come si presenta il volto (o il corpo) di Cristo se non come improntararamente visibile o quasi invisibile? 

Anche la vera icona gioca con il binomio dell’assenza-presenza: la sagoma diviene la vera immagine e Cristo si “presentifica” sul velo come se fosse impresso e al contempo come se emergesse. È Cristo malgrado non sia costituito da materia viva e l’uguaglianza di corpo e immagine conduce alla loro scambiabilità, come afferma Horst Bredekamp – in Immagini che ci guardano – in merito all’atto iconico sostitutivo. 

Le differenze tra vera icona e Reliquie emergono dal momento in cui si guarda cosa accade al velo quando conserva la memoria del corpo che ha rivestito: esso diviene un anti-velo, poiché, a causa della cristallizzazione del tessuto non richiede più un sostegno. Viene messo in atto un paradosso del velo: la sua leggerezza viene meno giacché non è più sorretto dalle mani della santa Veronica e la Reliquia “acquisisce” peso. Anti-velo perché il paragone con la vera icona porta a considerarlo un esempio profano che prende le distanze dalla reliquia sacra, la quale non è stata realizzata da mano umana ma da opera miracolosa. Inoltre, la serialità che contraddistingue le Reliquie – riproducibili fino a quando esiste la matrice – si pone contro l’unicità della reliquia sacra, non-clonabile. Di non secondaria importanza è il supporto: da una superficie bidimensionale, quella della Sindone, si è passati a una tridimensionale, quella delle Reliquie. In poche parole, il velo è diventato corpo. 


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