Il Metodo Abramović: né opera d’arte né performance, bensì uno stile di vita

Di Giulia Guaran

Marina Abramović è una performer attiva nel mondo dell’arte sin dagli anni Sessanta del Novecento.

Se durante i primi decenni della sua carriera l’artista esplora principalmente il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente, attraverso azioni violente volte a cogliere i limiti fisici e mentali in momenti di dolore, brutalità, frustrazione e autolesionismo; è, invece, con il nuovo secolo che la Abramović sposta il suo interesse nei confronti delle relazioni tra l’artista e il pubblico.

Foto from: https://www.rbcasting.com/eventi/venezia/2013/08/08/fondazione-furla-porta-in-anteprima-a-venezia-il-metodo-abramovic/

Infatti è da rintracciare nella performance The artist is present, tenutasi presso il Guggenheim di New York nel 2012, lo spartiacque che ha segnato il passaggio da una performance personale, dove l’artista indaga sé stessa e le sue massime capacità psicofisiche, a una operazione collettiva che privilegia invece l’interazione con il pubblico, lasciando addirittura a quest’ultimo il ruolo di protagonista.

Con The artisti is present è cresciuta in Marina la consapevolezza della forza dell’atto performativo di operare una trasformazione profonda sia in chi lo esercita sia negli astanti che lo osservano. Inoltre, si è resa conto di come il pubblico abbia bisogno del suo aiuto per trovare il coraggio di fermarsi un istante, riflettere e guardarsi dentro. Difatti, l’essere umano, oggi, vive in un perenne status di alienazione causato principalmente dai ritmi frenetici che la società contemporanea impone e non ha la forza di arrestarsi e di prendersi del tempo per approfondire e ascoltare sé stesso.

Foto from: https://milano.repubblica.it/cronaca/2012/03/19/foto/il_method_di_marina_abramovic_il_pubblico_protagonista_al_pac-31837791/14/

Partendo da questi presupposti, l’artista decide di mettere a punto il cosiddetto Metodo Abramović, da intendersi quasicome un viaggio di condivisione tra l’artista e i fruitori, che impone però delle regole precise e una ferrea disciplina per entrambi, perché il compito è estenuante, ai confini della sopportazione fisica e mentale, con il fine di sollecitare tutti i punti nevralgici del corpo e della mente, dell’esistere e del pensare. Alla base di questo metodo vi è la necessità di “sollevare interrogativi” nel pubblico, attraverso un percorso introspettivo, di riscoperta e di arricchimento personale.

Marina Abramović inizia pertanto a pensare alla realizzazione di un Istituto stabile per dare l’opportunità agli interessati di usufruire del suo metodo e di poter accedere, inoltre, a un fondo d’archivio della storia della performance art.

Tuttavia per cogliere l’essenza di questo progetto è necessario addentrarsi nel metodo stesso e capire quali siano le regole e le diverse fasi da esperire al suo interno. Il metodo ha una durata di sei ore circa. Come prima cosa è obbligatorio siglare un contratto di fiducia, che prevede il dono completo di sé e del proprio tempo all’Istituto, spogliarsi di tutti gli oggetti personali, quali telefono e orologio ad esempio, con l’obiettivo di rimanere soli con sé stessi, spezzando temporaneamente qualsiasi legame con il mondo esterno. L’Istituto offre a ogni utente un camice bianco e un paio di grosse cuffie così da isolarsi ulteriormente da ogni tipo di interferenza straniera e finalmente si è pronti a transitare dal classico ruolo di spettatore a quello di sperimentatore.

Foto from: https://www.artribune.com/attualita/2014/09/le-512-hours-di-marina-abramovic-cronistoria-di-unesperienza-personale/attachment/the-abramovic-method-12/

Le linee guida del Metodo Abramović sono il silenzio, la lentezza e la semplicità, e solo una volta raggiunta questa fase di leggerezza fisica e psichica, i partecipanti sono pronti per esperire le tre diverse stanze che rappresentano le tre diverse posizioni base del corpo umano: in piedi, seduto e sdraiato. Queste postazioni sono tutte accompagnate da specifici minerali, cristalli o magneti, definiti dalla Abramović stessa “oggetti trasmettitori”, in quanto hanno il potere di stimolare determinate sensazioni e parti del corpo.

Una volta passati attraverso tutte le stanze, valicando momenti di noia, rabbia, frustrazione e sfinimento, gli sperimentatori sono finalmente pronti per esperire un’azione di lunga durata come la performance, godendo di uno stato costante di pace e soddisfazione. I fruitori riescono, infatti, a compiere un percorso di riflessione e solitudine che li conduce alla liberazione.

Foto from: https://www.italiantalks.com/it/arte/the-abramovic-method-lo-spettatore-diviene-unopera-darte/

Il punto di forza del Metodo si deve rintracciare nel binomio interattivo artista-pubblico, nel dialogo aperto tra attore e spettatore e quindi nel ruolo ambivalente di osservatore e osservato.

Purtroppo nel 2017 l’artista serba ha dovuto rinunciare al progetto di realizzare il suo Istituto a nord di New York per mancanza di fondi, tuttavia il Metodo Abramović continua a vivere e a realizzarsi con diverse sfumature, ospitato da svariati spazi come ad esempio il PAC di Milano nel 2012 e la Biblioteca Reale della Danimarca nel 2017. L’impossibilità di edificare l’Istituto rende la sua essenza immateriale tanto quanto quella della performance.


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