Théodore Géricault. La vera natura dell’uomo ha un’ala sola

Di Cristiana Zamboni

C’è una storia che narra di una zattera e di uomini invasi dalla paura dove lo sgomento e l’attesa annientano la mente. I vivi più fragili cadono sotto il sole cocente e le onde imperversano dichiarando guerra ad un equilibrio instabile, così tanto assetato ed affamato, da far perdere la ragione. 

La vera natura dell’uomo ha un’ala sola e da lì origina l’uso della ragione e del sentimento. Ma quella scapola lasciata libera, enuncia il libero arbitrio e mostra il suo istinto di sopravvivenza che  lo assimila ad un animale famelico, sprofondandolo nei suoi deliri più nascosti e nei suoi pensieri più profondi, così profondi da non poter non accorgersi d’esser vicino all’inferno e d’aver donato una parte di sè al diavolo.

Ma del resto, nella storia, tutto si ripete.

“Se gli ostacoli e le difficoltà scoraggiano un uomo mediocre, al contrario al genio sono necessari, e quasi lo alimentano”. Théodore Géricault.

L’animo umano è sempre stato rappresentato dagli artisti come una sorta di diario. Dipingere le deformazioni, i pregi, i pensieri e le ambizioni, porta a guardarsi dentro e vedersi per come si è. Questo dovrebbe proteggerci. Eppure, nonostante sia lì palesemente mostrato sulla tela, l’uomo è il primo che scambia l’odio per ragione e maschera l‘ amore per se stessi e per i propri simili, con la favola dei sacrifici ideologici.

Théodore Géricault studia e rappresenta sulle sue tele l’angoscia ed il tormento umano al limite della patologia raccontando, in alcune delle sue opere più famose, il lato oscuro della forza umana. 

Géricault nasce a Rouen il 26 settembre del 1791 da una famiglia agiata. Si trasferisce nel 1796 a Parigi e nel 1812 entra alla Scuola di Belle Arti. Nel 1816 partecipa al  Prix de Rome senza successo e decide di  partire per l’Italia per approfondire i suoi studi artisti. Vi resta per un anno, studia Tiziano e Tintoretto e dedica particolare attenzione al realismo di Caravaggio ed allo studio dell’anatomia di Michelangelo. 

Rientrato a Parigi mette in pratica i suoi studi italiani dando vita alle sue opere di maggior successo. Trasforma completamente la sua arte che, iniziata sotto l’influenza del neoclassicismo, diviene asserzione del romanticismo francese, culminando in un  realismo che mette in luce la vera natura dell’uomo.

“La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi.” H. Hesse

Le sue opere germinano da un’attenta osservazione di sé, ove si confessa un uomo profondamente depresso, amante della solitudine e spesso in fuga a cavallo della  trasgressione e della sua dedizione agli eccessi. Fortemente attratto da personalità borderline ed al limite della follia, cerca le radici di quell’unica ala scavando tra i segni equivoci ed  ambigui che ne caratterizzano  la fisionomia, tanto da dedicare gran parte del suo lavoro ad  un ciclo di ritratti di persone con disturbi mentali, esaltandone le fissazioni ed i vizi. 

“La malattia mentale è ancora oggi, purtroppo, un tabù, e alcune patologie sanno suscitare nient’altro che sospetto, diffidenza, paura, anche se certi vissuti sono solo apparentemente distanti e lontani da quelli dei cosiddetti normali. “. F. Guccini

L’artista esplora nei loro occhi il male che li ha portati all’oblio. Rifiuta l’usuale concetto di bellezza depredando l’arte del suo lato consolatorio e portatore di serenità, convertendola in un Ritratto di Dorian Gray. Specchio sincero dell’altra parte della natura umana, quella fragile e peccaminosa, attentamente nascosta che, se rivelata, può scuotere le coscienze portando, inevitabilmente, all’emarginazione. Scoprendo, secondo lui, il vero problema dell’uomo,  la paura della solitudine. 

“Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione.” Z. Bauman

Il suo particolare e sublime  uso dei colori cupi e del chiaroscuro, mette in luce il lato obliato portando l’osservatore ad immedesimarsi coi suoi soggetti. 

La vita di Théodore Géricault è priva di qualsiasi misura, esattamente come la sua arte. Muore, a soli trentatre anni, il 26 Gennaio 1824. 

“È perché Géricault è morto che la scuola francese non ha più capo e tutto procede in modo caotico, e ciascuno pensa per sé, credendo di liberare la propria individualità e scivolando in luoghi comuni nella composizione, nell’esecuzione e nell’interpretazione.” E. Delacroix

La sua opera più famosa, scrigno di  tutte le sue principali caratteristiche artistiche, è La zattera della Medusa del 1818 . Tratta da una storia vera successa pochi anni prima che destabilizzava, ancora, l’equilibrio politico francese. Nei suoi minuziosi dettagli e nelle luci cupe che sensibilizzano la tragicità dell’evento e del comportamento umano,  Géricault racconta il naufragio della fregata Medusa del 2 luglio 1816. Napoleone è esiliato sull’Isola d’Elba e l’Inghilterra cede alla Francia la colonia in Senegal che, per esser certa della promessa inglese, invia la Medusa a controllare. La nave è scortata da altre navi tra cui la Angus. Centocinquanta uomini agli ordini di un capitano poco esperto e timoroso, cercano di ubbidire fedelmente al comando di navigare il più veloce possibile. Errore fatale, la nave si incaglia nella sabbia. Il capitano ed il personale di bordo  si salvano con le scialuppe salutando la ciurma intenta a costruirsi una zattera di fortuna. La scena che riporta Géricault è il momento del salvataggio dei quindici superstiti.

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire” Blade Runner

Su quella zattera l’istinto di sopravvivenza culla corpi inermi mescolati ad altri fatti a pezzi perché diventati, dopo la loro morte, cibo per i vivi.  Per rappresentare la scena il più verosimile possibile, l’artista ascolta le testimonianze, si confronta con esperti e costruttori di navi e studia i cadaveri mutilati, portandoli fino allo stato di putrefazione. 

Un’opera enorme, quasi a grandezza naturale, sfoggia e sottolinea le contraddizioni e gli sbagli dell’uomo e dogmatizza la sua sete di salvezza e vita che, unite alla paura ed alla morte, sono il vero cilicio della storia umana. 

“Il culto dell’umanità si celebra con sacrifici umani.” N.G. Dávila

Uomini che sacrificano uomini in nome del potere e della libertà di pochi privilegiati che siedono nei salotti borghesi a discuter di politica e strategia davanti ad un cognac.

“La pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.” Erasmo da Rotterdam

La pregiata vera follia dell’uomo, ha in sé la capacità di osservare la vita per la meraviglia quale è. Intinge il pennello nella follia e schizza un mondo nuovo capace di estrapolare dal dolore la carica necessaria per poter rinascere. Questo è l’uomo nella sua completezza, il suo istinto a vivere e sopravvivere nonostante tutto, e grazie al libero arbitrio può sempre scegliere di acquistarsi una seconda ala. Tanto per sentirsi, almeno una volta, meno solo e più completo.

Bibliografia:

Le immagini, cc, sono state prese dal seguente link: www.wikimedia.com

I Maestri del colore. Theodore Gericault. Di A. Del Guercio 1964

Géricault. La febbre dell’arte e della vita di De Paz Alfredo

Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido di ZYGMUNT BAUMAN, Laterza 2012

La zattera della medusa di Jonathan Miles edito da Nutrimenti, 2010


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