Aspettando la Biennale… 10 anni di TERESA MARGOLLES


Aspettando la Biennale… 

10 anni di TERESA MARGOLLES

A cura di Maria Chiara Wang

Dalla 53° alla 58° Biennale di Venezia, da ‘What else can we talk about’ del 2009 a ‘May you live in interesting times’ del 2019: cosa è successo in questi 10 anni? Come si è evoluta la ricerca artistica di Teresa Margolles? Se e com’è cambiata la società di cui è solita denunciarne violenza, corruzione e ingiustizia? Le risposte a questi e ad altri interrogativi nell’excursus seguente sull’artista messicana.

Teresa Margolles (Culiacán, 1963) è artista e patologa forense. Il suo lavoro radicale e, per certi aspetti, inquietante si sviluppa attraverso l’impiego di materiali semplici e l’uso di uno stile minimalista. Le sue opere, fungendo da ‘amplificatori’, vanno oltre lo specifico contesto che le ha generate, assumendo un valore universale.

Vengono così affrontati, con crudo realismo, temi come la morte (specialmente quella legata al narcotraffico), l’allarmante violenza e i disordini della società contemporanea, la discriminazione di genere, la marginalità e il femminicidio. Una sorta di ‘poetica del lutto’, cruda e brutale, che crea una tensione costante tra orrore e bellezza. La ricerca artistica che la Margolles sviluppa da sola o con il collettivo artistico SEMEFO (Servicio Médico Forense), che ha fondato nel 1990 e con cui ha collaborato dieci anni, si focalizza per lo più sulla vita dei cadaveri che, una volta entrati nella sala di dissezione, escono dalla dimensione privata diventando corpi sociali.

La Gran America. ©Teresa Margolles

Alla Biennale di Venezia del 2009, nel padiglione messicano, la Margolles ha esposto i panni utilizzati per coprire i cadaveri delle vittime del narcotraffico, mentre – in un’altra stanza del palazzo – alcuni parenti di questi defunti hanno lavato il pavimento di marmo con una miscela costituita dal loro sangue e da acqua. Tale intima vicinanza alla materia della morte vuole produrre nello spettatore uno ‘shock viscerale’ teso a stimolare profondi interrogativi sia personali che sociali. In che modo un atto violento riesce a frantumare le reti di rapporti umani? Quanta disumanità risiede nelle relazioni che s’instaurano nelle moderne città sovraffollate? Come la guerra al narcotraffico può incidere nel tessuto urbano, architettonico e sociale?

Nel 2010 Teresa Margolles realizza “51 corpi“: un filo dall’aspetto ‘ordinario’ che si estende tra due pareti, costituito da 51 parti residue di autopsie di altrettanti corpi. Fili simili, ma allo stesso tempo differenti, legati da un destino condiviso, diventano cimeli o reliquie di cadaveri senza nome, morti in circostanze violente. L’aspetto ordinario e non minaccioso dei materiali consente, come nelle opere precedenti e seguenti, l’introduzione della morte nella realtà quotidiana.

Nello stesso anno la Margolles ha raccolto le copertine del quotidiano PM di Ciudad Juarez (Messico); le ha poi installate (nel 2012) come se fossero copertine di dischi affiancate l’una all’altra a costituire una sorta di antologia delle sofferenze quotidiane causate dalla cosiddetta “guerra alle droghe”, dall’impunità del femminicidio, dal traffico di armi, di persone e di sostanze, dalla corruzione estesa e dall’annientamento dei giovani.

C’è poi la serie fotografica del 2016 ‘Pista da ballo’ che mostra le prostitute transgender che occupano i resti di quelli che un tempo erano le piste da ballo dei locali notturni, ormai demoliti, a Ciudad Juárez (Messico). Oltre all’esclusione e alla discriminazione, i transessuali in America Latina sono esposti a livelli elevati di reati di odio e la morte è un rischio costante.

Patty, Pista da Ballo. ©Teresa Margolles

I loro sforzi per continuare a vivere nel centro storico testimoniano la loro lotta per sopravvivere e sovvertire il piano di ricollocazione che cerca di beneficiare della loro scomparsa. Per queste fotografie, l’artista messicana ha segnato l’esatta posizione delle piste da ballo con l’acqua. Le lavoratrici del sesso mostrano la loro faccia migliore, come se riaffermassero la propria presenza nel mezzo della violenza e della devastazione.

A seguire ‘La Gran America’ (2017), un memoriale ​​dedicato ai migranti messicani senza nome che sono morti mentre tentavano di attraversare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Usando il fango estratto dal fondo del Rio Grande, ultimo pezzo di terra visto e vissuto prima di poter entrare nel ‘sogno americano’, la Margolles ha realizzato dei mattoncini, ognuno dei quali (diverso dagli altri) rappresenta una vita spezzata che non dovrebbe essere dimenticata. 

L’opera del 2010, così come le successive sopra elencate, sono state proposte, assieme ad altre – per un totale di 14 installazioni -, al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano nel 2018 nella personale dell’artista ‘Ya basta, hijos de puta’ curata da Diego Sileo. 

Venendo ai giorni nostri, è ora in corso al Museo d’Arte Moderno de Bogotà ‘Estorbo’ (trad. ingombro, fastidio) personale dell’artista messicana, curata da Eugenio Viola, che sviluppa il tema della recente crisi migratoria dei cittadini venezuelani in fuga verso la Colombia. 

Per quanto riguarda la prossima 58° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, Ralph Rugoff, curatore, intende includere nella rassegna di quest’anno ‘opere che riflettano sugli aspetti precari della nostra esistenza attuale’, nella prospettiva di ‘un’arte che ci aiuti a vivere e a pensare’, un’arte sociale che sappia indagare e mettere in discussione le ragioni del nostro pensare per categorie’.

Scarlett, Pista da Ballo. ©Teresa Margolles

In quest’ottica la Margolles ha deciso di riproporre ‘Muro baleado’ (2009), un muro crivellato di proiettili che vuole essere la testimonianza della violenza quotidiana in una città – Culiacán (Messico) – dove la “guerra al traffico della droga” tra la polizia federale e i gruppi che controllano il crimine infuria con particolare brutalità e veemenza. Quest’opera, precedentemente esposta a Kassel (2010) e al Museion di Bolzano (2011), rappresenta – per dirla con il teorico Ernst van Alphen – una ‘nuova storiografia’, una riscrittura della storia attraverso gli oggetti o, abbracciando la definizione della storica dell’arte Mieke Bal, un ‘atto di memoria’, ovvero un’azione che ripropone/replica il passato, sottraendolo all’oblio. Quelle della Margolles sono, quindi, ‘storie parallele’* che promuovono una visione degli eventi che trascende il punto di osservazione della storiografia ufficiale.

Possiamo, infine, anticipare la presenza della Margolles al Kunsthalle Krems dal 24 novembre 2019 per una personale che sarà da un lato una retrospettiva rappresentativa del suo intero percorso artistico, dall’altra l’occasione per mostrare opere inedite.

Concludo ringraziando Florian Steininger (Direttore del Kunsthalle Krems e curatore) e Oscarito Sanchez (curatore) per avermi aiutata a reperire il materiale per questo approfondimento su Teresa Margolles.

 

NOTE: 

*una delle categorie definite da Frank van del Stock per gli ‘artisti storiografici’


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