Antonello da Messina a Milano: una mostra comoda

Testo di Jacopo Suggi

Considerata uno degli eventi più importanti dell’anno, la mostra di Antonello da Messina ospitata nelle sale di Palazzo Reale a Milano non ha certo deluso le aspettative, quantomeno per quanto riguarda la risposta del pubblico. 

Inaugurata il 21 febbraio, già nei primissimi giorni di apertura sono state vendute on-line oltre 11mila prenotazioni, e nelle settimane successive sono continuate ad affluire molte altre presenze e un gran numero di gruppi in visita guidata, con le sale della mostra sempre affollate.

Eppure, nonostante lo sbalorditivo riscontro in termini di presenze, la sensazione al termine della visita è di trovarsi davanti a una mostra “facile”. Intendiamoci, una gran bella rassegna, ma con il ragionevole dubbio di aver soddisfatto solo gli occhi e di aver sviluppato ben poche conoscenze. 

Sicuramente è impressionante il numero e la qualità di opere dell’artista siculo esposte, 19, un’enormità se si pensa che il corpus della produzione di Antonello attualmente consta appena circa 35 capolavori. 

La mostra milanese dedicata a uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana del XV secolo segue a brevissima distanza quella tenutasi a Palermo dal dicembre 2018 fino al febbraio 2019, stavolta in una città di cui il collegamento con l’artista sembra però piuttosto labile. 

Ciononostante, l’esposizione risulta più ricca della precedente: a Milano sono esposte le delicatissime opere provenienti dalla Sicilia per le quali è stato necessario un gran lavoro di mediazione, come l’iconica Annunciata (1475 circa) del Museo Abatellis, da dove provengono anche le tre figure dei Santi Agostino, Girolamo e Gregorio, scomparti forse provenienti dal Polittico dei Dottori della Chiesa. 

Antonello da Messina – Portrait of a Man – National Gallery London. © cc, from wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Antonello_da_Messina_-_Portrait_of_a_Man_-_National_Gallery_London.jpg

Sempre dalla Sicilia arriva l’enigmatico Ritratto d’Uomo della Fondazione Culturali Mandralisca di Cefalù, tradizionalmente conosciuto come Ritratto di Marinaio, che tanto bene si presta a quel gioco delle somiglianze descritto da Sciascia, in cui il dipinto di Antonello incarna diversi caratteri peculiari della gente di Sicilia, tanto da poter rappresentare il mafioso di campagna, così come quello dei quartieri alti, il deputato di sinistra o di destra senza alcun differenza, oppure il contadino, quanto il principe del foro. Inoltre, la mostra può contare anche su altri prestiti importantissimi come il San Girolamo della National Gallery, in cui la meticolosa attenzione ai dettagli dai caratteri pseudofiamminghi fece per anni attribuire la tavoletta a Van Eyck. Qui la narrazione aneddotica convive con la spazialità prospettica che si dispiega nel colonnato in fuga alle spalle del santo, mostrando quell’interesse italinissimo per le nuove ricerche della prospettiva matematica, che certamente coinvolse anche la pittura di Antonello da Messina, ma che probabilmente non lo interessò in versione di trattatista, come invece accadde ad altri suoi contemporanei. 

Dagli Uffizi arriva il ricomposto trittico Madonna col Bambino e San Giovanni Battista e San Benedetto, le prime due tavole acquistate nel 1996 da Antonio Paolucci, allora in veste di ministro e l’altra in deposito ai Musei Fiorentini da Castello Sforzesco, che è andata così a ricomporre il trittico da alcuni anni, anche se per una durata limitata, infatti la tavola di San Benedetto nel 2030 dovrebbe tornare a Milano, dove al momento è sostituita da un’opera del Foppa concessa dagli Uffizi.

Altri brani in mostra, soprattutto in opera di piccolo formato, ci mostrano la ciclopica capacità di ritrattista di Antonello (superiore a Leonardo secondo il commento nell’audioguida del curatore Giovanni Carlo Federico Villa), artista precocemente interessato al cogliere e rendere il dato psicologico dell’effigiato come nel Ritratto di giovane gentiluomo della Pinacoteca Malaspina di Pavia, il Ritratto d’uomo della Galleria Borghese e il Ritratto di giovane del Philadelphia Museum of Art. 

La visione di tanti capolavori che si trovano sparsi per tutto il mondo è sicuramente un’esperienza rara ed emozionante, anche se possiamo star sicuri che presto si ripeterà, visto il grande successo. 

Ciononostante, riflettendoci, qualcosa sembra mancare: la mostra è stato frutto di un grande dispiego di forze ed economie, ma non sembra trovare un egual riscontro in termini di ricerca e studio, che invece una tale opportunità avrebbe permesso. 

Ad esempio, offrendo la possibilità di far confronti con altri contemporanei dell’artista, il visitatore avrebbe potuto capire di più sul clima culturale in cui visse Antonello, sfatando anche l’immaginario di un sud sonnolento e poco avvezzo alla “grande arte”. 

Antonello da Messina – Virgin Annunciate – Galleria Regionale della Sicilia, Palermo. © cc, from wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Antonello_da_Messina_-_Virgin_Annunciate_-_Galleria_Regionale_della_Sicilia,_Palermo.jpg

Il progetto espositivo ha rinunciato a indagare il bagaglio di esperienze, anche visive che concorsero a rendere tanto grande l’artista siculo: quali pittori poté ammirare e studiare durante la sua formazione a Napoli dal maestro Colantonio? Quali furono le opere fiamminghe che ebbero su di lui tanta influenza? E infine quale impatto ebbe sulle generazioni successive, nel profondo Sud così come al Nord? 

La portata eccezionale che costituì l’esperienza di Antonello trapela appena da due brani in mostra: la prima opera che accoglie i visitatori Giovanni Bellini apprende i segreti della pittura a olio spiando Antonello, un dipinto del 1870 di Roberto Venturi in prestito da Brera, che suggerisce il ruolo di apripista avuto dal pittore nei confronti della pittura veneta. L’altra opera, è la Madonna con Bambino arrivata dall’Accademia Carrara, opera probabilmente iniziata da Antonello, ma poi firmata e datata dal figlio, Jacobello, che ereditò la bottega del padre portando avanti le opere incompiute. 

Il cartiglio riporta la commovente iscrizione dove si legge filius no humani pictoris me fecit, formula con cui Jacobello si dice figlio di pittore non umano, con la volontà di evidenziare la genialità del padre. 

Parrebbe, quindi, di scorgere poca attenzione per questi aspetti, frutto probabilmente non di alcun errore ma della scelta ben precisa di offrire al visitatore una ricca scorpacciata di capolavori, quantità e qualità sufficiente a soddisfare qualsiasi occhio e giustificare qualsiasi biglietto (operazione non facile con i costosi ticket delle mostre di Palazzo Reale). 

Un progetto che probabilmente ha ben poco interesse a sollecitare il visitatore a porsi domande, stimolando così il suo spirito critico. No, la visita non deve essere affaticata in nessuna maniera. 

A questa lettura facilitata suggerita dal percorso espositivo, però si affianca in mostra qualcosa di davvero notevole e non scontato, anzi forse poco noto al grande pubblico, ma di sicuro fascino e interesse per i conoscitori d’arte. Mi riferisco ai diari e ai fogli di Giovan Battista Cavalcaselle. 

Egli fu profondo conoscitore, che tante importanti pagine scrisse per la storia dell’arte italiana, fra le quali una delle primissime ricerche sistematiche su Antonello da Messina, a cui Cavalcaselle attribuì e ricondusse alcune opere fino ad allora attribuite ad altri artisti. 

Antonello da Messina – Ecce Homo. © cc, from wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Antonello_da_Messina_004.jpg

Attraverso un continuo pellegrinaggio avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento fra musei, collezioni e chiese presenti sul territorio italiano, spesso condotto a piedi e con risorse ridotte, riuscì a ricostruire il corpus dell’artista. Di questo immenso lavoro, vengono esposti in mostra i manoscritti custoditi dalla Biblioteca Marciana, raccolti in taccuini e fogli, che mostrano ricerche e metodologie ancora attuali. 

In assenza di foto, Cavalcaselle si contentò di appuntare disegni e schizzi delle opere di Antonello che, pur nel loro sintetismo, mantengono ancora un forte fascino. Coniugando una memoria visiva sbalorditiva a una conoscenza della storia dell’arte non comune, Cavalcaselle con spirito chirurgico indaga analiticamente attraverso il disegno le opere di Antonello, ponendovi a margine alcune piccole annotazioni, tra cui prestiti visivi da altri pittori ipotizzati da Cavalcaselle (come ad esempio “bocca alla Van Eyck” e “colore alla Holbein”), indicazioni sul colore, sulla matericità del supporto del dipinto e tanto altro. 

Documenti che hanno oltre 150 anni, ma che manifestano ancora segni di grandissima modernità, mostrando come sia possibile stimolare il senso critico anche in assenza dell’opera materiale, davanti a soli pochi centimetri di carta. 

Una lezione oggi più che mai valida, in una modernità che ci ha regalato strumenti, conoscenze e tecniche avveniristiche, che dispiegano infinite possibilità di progettare mostre di qualità, capaci di coniugare intrattenimento e ricerca, ma che continua invece a preferire formule semplici, mostre di grande impatto, ma già digerite e valide per ogni stagione.


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