L’EVOLUZIONE FA SPECIE | Intervista a Alessio Bolo Bolognesi

A cura di Maria Chiara Wang

In ‘L’evoluzione fa specie’, la tua ultima personale in corso presso il Centro Mercato di Argenta (FE), ti fai interprete critico dei comportamenti distruttivi che l’uomo ha nei confronti del pianeta, invitando ad una riflessione su un tema quanto mai attuale: il bisogno urgente di rispettare l’ambiente.

Penso al tam tam mediatico sollevato da Greta Thunberg riguardo ai cambiamenti climatici o alla recente notizia del capodoglio spiaggiato a Porto Cervo a cui sono stati ritrovati 22 kg di plastica nella pancia.

Puoi raccontarci come nasce l’interesse per questo tema e come lo hai trattato nelle serie ‘Un mare di plastica’ e ‘(R)EVOLVE(R)’?

Alessio Bolo Bolognesi: L’interesse nasce per caso, come tutto ciò che riguarda la mia produzione. Mi spiego meglio: non sono un pianificatore, ci sono già fin troppe cose programmate e schedulate nella vita di ogni giorno.

Ritengo, invece, che l’arte – in ogni sua forma – debba servire a lasciarsi andare e a comunicare qualcosa di interiorizzato in maniera più o meno consapevole. In quest’ottica, tutto ciò che faccio nasce casualmente. Non faccio altro che assumere la mia dose quotidiana di stimoli esterni provenienti da libri, fumetti, notizie, musica, pittura, video, e metabolizzarli. E ad un certo punto qualcosa torna fuori in maniera spontanea, vuole essere disegnato, dipinto, comunicato. E in tal senso mi faccio interprete di questi contenuti.

Per la serie [R]EVOLVE[R] non ho memoria di un elemento scatenante, ricordo, però, un documentario sull’estinzione del rinoceronte bianco e diverse notizie sul rischio che corre la conservazione della biodiversità a causa della scomparsa delle api in svariate aree geografiche, anche italiane. Ricordo di avere disegnato sul mio quaderno degli schizzi i primi animali in rivolta e da lì non ho fatto altro che metterli in “bella copia”… se di “bello” si può parlare per i miei lavori.

Una cosa che mi allucina e che mi fa rabbrividire è che c’è gente (e non poca purtroppo) che nega fatti scientificamente provati quali il cambiamento climatico, il buco dell’ozono, tirando in ballo una congiura su scala globale. Sì, queste persone mi spaventano. Ma per fortuna ci sono giovani come Greta che rappresentano per me una speranza.

Ma come mio solito sto divagando. Non troppo però. Perché forse questo clima pseudo-medievale mi ha portato ad essere più crudo e riflessivo. Non è stato un processo voluto, ma penso che nei nuovi studi “Memento Mori” e “Un mare di plastica” ci sia meno ironia, e un velo di… non so come dire… tristezza, forse, che permea tutti i lavori.

Il problema della plastica, poi, sta diventando sempre più pressante, stiamo uccidendo i mari, le spiagge e trasformando luoghi meravigliosi in montagne di rifiuti. Ogni giorno vedo video e leggo notizie in merito e spesso mi viene da pensare che non ci meritiamo questo meraviglioso pianeta.

M.C.W.: Tra il 2018 e il 2019 sia Sfiggy (personaggio da te inventato, nonché tuo alter-ego e anti-eroe) che la tua carriera artistica hanno compito 10 anni. Hai fatto un bilancio di ciò che è successo dagli esordi ad oggi? Che propositi/progetti ti attendono in futuro?

A.B.B.: Noooo, niente bilanci! Assolutamente! Mettono ansia! Voglio lavorare, disegnare, divertirmi. Il disegno per me è come il buon cibo: non solo nutre, ma mi fa anche stare bene e mi regala piacere. Amo disegnare e dipingere, indipendentemente che si tratti di un muro o di un piccolo pezzo di carta recuperato in un pub mentre bevo una birra.

Non posso quindi fare bilanci, ma una riflessione: non riesco a stare fermo. Da quando nel 2008 ho ripreso questa attività sono passato attraverso diversi generi e stili, cercando la mia strada. Non l’ho ancora trovata e forse non la troverò mai, ma questo mi spinge a sperimentare sempre, cambiare, curiosare, GIOCARE.

Ecco, considero il mio un GIOCO SERIO. Sfiggy è stata una tappa fondamentale di questo percorso. È stato l’espediente per mettere a nudo con ironia tante difficoltà di un momento particolare della mia vita. Avevo cicatrici interiori, ferite, ma anche passioni che ho trasposto su di lui. In questo senso è stato il mio alter-ego. È stato terapeutico, ma un ciclo oramai concluso. Le difficoltà, nella vita, spesso e volentieri si superano e quando si superano è bene trattenere quanto di buono si è imparato e usarlo per guardare avanti. E così, in maniera molto naturale, Sfiggy mi ha salutato e si è ritirato nel suo magico mondo ‘fumettoso’ e pop. Poi chissà, magari ogni tanto tornerà a salutarmi.

Non posso pianificare il futuro, ma posso dirti ciò che ho in programma al momento da un punto di vista di impegni ed appuntamenti. Mi aspettano nei prossimi mesi diversi murales tra Montale (MO) insieme a Rosso Tiepido, le Marche per Vedo a Colori, Vicenza insieme a Jeos e altri. Riguardo alle mostre, invece, il primo appuntamento sarà a fine maggio per la nuova personale da Portanova12 a Bologna, poi più avanti sarò a Biella per una nuova mostra da BI-BOx (che ha curato anche l’istituzionale di Argenta) e sto iniziando a collaborare con Rope Gallery di Modena dove esporrò ad inizio 2020. Nel mentre ci sono altri progetti in cantiere e collaborazioni in corso, ma sono ancora in via di definizione e, per scaramanzia, non ne parlo.

Insomma, tutto molto bello, ma un gran casino!

M.C.W.: Alessio Bolognesi un po’ Dr Jackill e Mr Hyde: come combini il tuo spirito artistico, la tua passione per il fumetto, la grafica e l’illustrazione con la tua formazione da Ingegnere Elettronico? Estro e raziocinio?

A.B.B.: Non ne ho la più pallida idea. Da un punto di vista di mero impegno temporale – sono onesto – è, come detto poc’anzi, un gran caos. Continuo a svolgere il mio lavoro di ingegnere che mi impegna a tempo pieno e che mi porta spesso in trasferta all’estero. Tutto il resto del tempo è dedicato alla mia compagna e alla pittura.

Forse, se posso riconoscermi un piccolo pregio, posso dire di sapermi organizzare abbastanza bene, o meglio, so incastrare le cose abbastanza bene, perché in realtà non sono un tipo organizzato, sono piuttosto un confusionario. Ma, se mi do delle scadenze e prendo degli impegni, faccio i salti mortali per rispettarli e questo mi ha, in qualche modo, sempre salvato. Penso che, alla fine, la soluzione di tutto sia la passione per l’arte.

Disegnare e dipingere non sono esattamente una scelta, ma una necessità. E quindi trovo il modo di farlo sempre e comunque, anche se, a volte, dover stare chiuso in ufficio 8 ore quando sento il bisogno impellente di scarabocchiare su un foglio, è abbastanza pesante.

M.C.W.: Qual è il tuo punto di vista in merito al rapporto tra arte e rigenerazione urbana? Quali le tue azioni a riguardo, sia come singolo che come componente del collettivo VKB (Vida Krei)? 

A.B.B.: Ritengo sia un discorso molto lungo e forse non sono la persona più adatta per affrontarlo. Quello che posso raccontarti è la mia personale esperienza dalla quale ho tratto alcune conclusioni. La prima è che dipingere per un progetto di arte urbana è un meraviglioso aggregante sociale. Un punto di incontro per e con le persone che mi approcciano per chiedere, dire e in qualche caso offendere. Ma va bene tutto. Perché spesso, poi, parlando con la gente, i punti di vista s’incontrano. Quando si spiega il proprio lavoro, il suo significato, gli sforzi che si fanno, la maggior parte degli interlocutori capisce e si ‘ammorbidisce’. Quindi, a prescindere dall’opera in sé, penso che sia la realizzazione, al giorno d’oggi, il mezzo più potente di rigenerazione, perché fa incontrare le persone, consente loro di vedere come nasce un dipinto e di avere un contatto diretto con chi, come me, sta dipingendo. È ovvio, poi, che il risultato è un valore aggiunto che spesso porta visitatori in zone della città considerate periferiche o poco attrattive, facendole rivivere.

Non ti nascondo, inoltre, che amo anche l’aspetto illegale dei graffiti e della street art. Non entro nel merito di quanto io abbia fatto in passato, ma del risultato che spesso interventi illegali stanno avendo in quest’epoca di sdoganamento dell’arte urbana: si sta intervenendo spesso in luoghi abbandonati, che danno una libertà espressiva totale, trasformando tali luoghi in musei a cielo aperto. Sono già vari i casi in cui questo ha richiamato l’attenzione su tali posti, consentendone il recupero.

Con il collettivo cerchiamo di dare risalto a quanto appena detto. Cerchiamo di creare opportunità per intervenire nella nostra amata Ferrara. Molti di noi, io per primo, hanno lavorato spesso e volentieri in città, ma siamo tutti molto impegnati anche in altri posti, soprattutto come singoli. Ferrara ha invece bisogno di cose nuove, di altri artisti che vengano a lasciare la loro impronta. Per questo Vida Krei è attiva, affinché si creino le opportunità per farlo, anche se non è mai facile.


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