Holbein: un artista tedesco emigrato in Inghiltera

Testo di Dalila Carlucci

Da un punto di vista biografico Holbein rappresenta un caso misterioso nella storia dell’arte. A questo artista tedesco, conosciuto come uno dei più grandi ritrattisti del XVI secolo, fu dedicata nel 2007 la mostra alla Tate Gallery di Londra, denominata “Holbein in England”.

Data la mancanza di lettere, appunti, poesie, e autobiografie, ma solo la presenza di date in documenti ufficiali, alcuni riferimenti in trattati e qualche corrispondenza, le sue opere sono imprescindibili per cercare di comprendere chi fosse questo artista.

Nasce ad Augusta durante l’inverno del 1497-98 ed è il figlio secondogenito del pittore e disegnatore Hans Holbein il Vecchio (1465-1524); da quest’ultimo apprese l’arte del dipingere nella bottega di famiglia, al quale venivano commissionate opere dalla stessa città di Augusta. 

Non sappiamo con esattezza quando e perché Holbein decise di abbandonare Augusta, ma è probabile che nel 1515 giunse a Basilea, famosa per le sue tipografie e considerata la capitale europea dell’editoria, dove trascorse gran parte della sua vita.

Nello stesso anno pare che il filologo classico e maestro di scuola Oswald Geisshüsler, detto Myconius (1488-1552), abbia istruito Holbein e lo abbia introdotto allo studio della lingua latina; inoltre, lo invitò ad illustrare una copia, in suo possesso, dell’Elogio della pazzia dello studioso umanista Erasmo da Rotterdam (1466/69-1536). Dagli schizzi eseguiti da Holbein possiamo capire anticipatamente la sua arguzia e la sua inclinazione umanistica.

Non dobbiamo dimenticare i viaggi intrapresi in Francia, probabilmente per cercare lavoro alla corte di Francesco I, dove raccolse numerosi spunti artistici, in Italia per studiare l’opera dei maestri italiani come Andrea Mantegna e, in ultimo, in Inghilterra.

Holbein capì, ben presto, che Basilea non poteva più offrirgli incarichi significativi, in quanto le arti morivano e le possibilità di guadagno erano ridotte al minimo.

Concentrandoci sullo sviluppo del ritratto di Holbein, esaminiamo un artista il cui lavoro è da porre in relazione alla religione, alle altre forme d’arte, come la scultura e progetti di oreficeria, e che si concentra in particolar modo su due periodi: il periodo dal 1526 al 1528 relativo al primo soggiorno dell’artista, che lavorò presso il politico Tommaso Moro (1478-1535) e quello dal 1532 al 1543, in cui fu assunto direttamente dal re Enrico VIII come pittore di corte. 

Quando Holbein decise di cercare un impiego all’estero, nel 1526, Erasmo gli procurò alcune lettere di raccomandazione: la prima era diretta a Petrus Ägidius di Anversa e la seconda in Inghilterra, al suo amico giurista e uomo politico Tommaso Moro. Sir Tommaso Moro lo accolse cordialmente: 

«Il tuo pittore, mio caro Erasmus, è un artista incomparabile, ma temo che non troverà l’Inghilterra redditizia e feconda come aveva sperato» .

Durante questo primo soggiorno in Inghilterra, Holbein lavorò in gran parte per un circolo umanista che aveva legami con Erasmo. 

Sebbene Holbein non abbia lavorato per il re durante questo suo primo soggiorno, dipinse i ritratti dei cortigiani come Sir Henry Guildford e sua moglie Lady Mary, e di Anne Lovell, recentemente identificata nel Ritratto di dama con scoiattolo e gazza (1526-1528). Secondo lo storico dell’arte Paul Ganz, il dipinto ritrae una gentildonna della cerchia di Tommaso Moro, a giudicare dalla cuffia simile a quella che compare nel disegno preparatorio del Ritratto della famiglia Moro. Lo “sciurus vulgaris” simboleggia, nel contesto del dipinto, la saggezza e la prudenza della donna che è raffigurata, mentre lo storno sul fico ha una connotazione negativa per via della sua voracità. 

Per quanto riguarda il secondo periodo di soggiorno di Holbein in Inghilterra, si possono esaminare i ritratti in voga presso la corte di Enrico VIII, basati su un interesse per i ritratti di profilo, influenzati dall’imitazione di quelli visti sulle monete classiche, mentre la nuova moda per la letteratura rinascimentale classica e italiana, può aver suscitato nell’artista il desiderio di dipinti a soggetto decorativo. A catturare il visitatore sono, in particolar modo, i ritratti realizzati utilizzando pigmenti mescolati, come il presunto Ritratto di Anna Bolena. 

I lavori di disegni in stile rinascimentale di Holbein che incorporano motivi architettonici classici così come arabeschi, foglie d’acanto, ghirlande e figure fantastiche, rappresentano il gusto della corte inglese cinquecentesca, che aveva riversato il suo interesse in modo decisivo verso questa elaborazione artistica e che deve aver favorito il vasto e ricco repertorio decorativo di Holbein, derivato in parte da fonti di stampa italiane e intriso di uno straordinario senso del movimento.

Di ciò che riguarda il rapporto dell’artista con il re d’Inghilterra, poiché i libri mastri reali, gli Accounts of the Treasurer of the Chamber, degli anni 1532 – 153,7 sono andati perduti, non ci è dato sapere quando Holbein ottenne un impiego ufficiale presso la corte di Enrico VIII. Ma comunque nel 1536 fu attestato come ‘pittore di corte’ con uno stipendio annuo di 30 sterline, anche se non fu mai l’artista più pagato sul libro paga reale. 

Tra i compiti affidati a Holbein, c’era quello di ritrarre il sovrano nel palazzo di Whitehall, ritrarre le candidate a sposare il re e disegnare oggetti di lusso o di uso quotidiano per la casa reale. 

Holbein dipinse l’immagine più famosa di Enrico VIII, il Ritratto di Enrico VIII (1536/37), in cui la figura massiccia e sicura di sé del regnante è mostrata in un primo piano molto ravvicinato. L’abilità tecnica e artigianale dell’artista permette al fruitore di scorgere in modo sorprendentemente esatto i piccoli dettagli dell’abbigliamento e dei gioielli. Per l’azzurro dello sfondo Holbein utilizzò il pigmento blu oltremare, mentre le pennellate d’oro e argento arricchiscono la veste regale. Il re non è ritratto in un ambiente realistico, ma davanti a un fondale neutro, e pertanto sottratto al tempo. La figura esprime una forte indole di sacralità, accentuata dal fatto che il corpo di Enrico VIII non genera ombre sullo sfondo, e quel principium individuationis che si può cogliere nel viso, così realisticamente disegnato, porta il dipinto a una stilizzazione senza tempo, con la finalità di tramandare la “memoria” di questo sovrano ai posteri. 

IMMAGINI:

BIBLIOGRAFIA: 

  • Zanchi M., Hans Holbein il Giovane, Firenze-Milano, Giunti, 2013; 
  • Wolf N., Hans Holbein il Giovane, 1497/98-1543: il Raffaello tedesco, Köln, Taschen, 2005;
  • Van Mender K., Le livre de peinture, Paris, Hermann, 1965;
  • Salvini R.-Grohn H.W., Holbein il Giovane, Milano, Rizzoli, 1971.

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