Gold Terapy | Intervista a Adi Haxhiaj

Intervista di Maria Chiara Wang

In occasione della mostra Ritornanze, a cura di Leda Lunghi, in corso presso Villa Contemporanea (Monza) fino al 6 aprile, ho potuto rivolgere alcuni quesiti all’artista Adi Haxhiaj. Di seguito il nostro scambio. Buona Lettura!

 

Maria Chiara Wang: Nelle tue opere l’uso di spaccature, di dettagli isolati, di piccoli indizi crea un dialogo sospeso nel tempo tra presenza e assenza, vita e morte: puoi descriverci meglio quest’aspetto della tua ricerca? 

Adi Haxhiaj: È più facile a farsi che a dirsi.

Un pittore come me sogna di possedere il potere pietrificante dello sguardo di Medusa. Le Ritornanze sono immagini comatose pietrificate aggrappate al quadro grazie al bacio della vita e alla carezza della morte.

Sarabi l’impenetrabile, 2018Tecnica mista su zanzariera e legno dipinto

 

M.C.W.: Nella serie Gold Therapy il motivo sopra citato della frattura assume l’aspetto di cicatrici che hai riparato con l’oro, applicando la tecnica giapponese del Kintsugi. ‘L’imperfezione e la ferita diventano così l’occasione per giungere a una nuova perfezione estetica’. Puoi descriverci come nasce questo progetto? Come lo hai realizzato? In cosa consiste?

A.H.: Questi lavori sono il risultato di una riflessione su i doni della luce, tematica emersa nel 2016 durante una residenza alla Galleria San Fedele. L’opera realizzata in quell’occasione è Gold Therapy – Ikimi Kikkawa, un alto rilievo in schiuma poliuretanica policroma combusta raffigurante le cicatrici cheloidee del Sig. Kikkawa, un sopravissuto all’Atomica di Hiroshima.

La serie fotografica sul tema è successiva, ma la sostanza non cambia. La pittura è l’unguento antibatterico posto sulla pelle dell’immagine della frattura-cicatrice. È un coagulo prezioso sulla stampa fotografica.

M.C.W.: Il recupero e il salvataggio di oggetti sono strettamente legati anche alla dimensione della memoria. Cosa ti affascina di questi soggetti e di queste tematiche? Come li sviluppi? Che messaggio vuoi lanciare?

A.H.: Negli O.T. il dipinto è una micosi cutanea sulla superficie delle cose. L’oggetto trovato diventa il supporto pittorico e il soggetto è il luogo in cui la cosa giaceva prima del nostro incontro. Questi lavori furono l’antidoto contro la difficoltà nell’individuare il soggetto da dipingere. La scelta cadeva sull’oggetto che ne determinava il soggetto. Si tratta di una visione trascendentale attraverso gli occhi delle cose, non faccio altro che far emergere in superficie la loro memoria.

Lo striscione recita: ‘La sopravvivenza delle immagini è profondamente superficiale’.

O.T. # 76 – Ufo Romeo 2016 – 2018, Tecnica mista su custodia per ruota di scorta in plastica

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