Scatti e racconti | Intervista a Nino Migliori 

Scatti e racconti

Intervista a Nino Migliori 

A cura di Maria Chiara Wang

Maria Chiara Wang: Ha definito la fotografia un ‘prelievo eterodosso dal reale’: può spiegarci meglio questo concetto?

Nino Migliori: La fotografia – che sia figurativa o astratta – è inscindibilmente legata alla realtà, indipendentemente dal soggetto che intende fissare (sia esso un oggetto, un paesaggio, un gesto). Ma allo stesso tempo, al di là del genere al quale può appartenere, la scelta del “prelievo” che sta a monte dipende dal fotografo che trasmette allo scatto la sua cultura, la sua ideologia, i suoi sentimenti che sono, appunto, inevitabilmente “suoi”. Per me non esiste una fotografia oggettiva, ma tante interpretazioni del reale quanti sono i fotografi e, partendo da questo assunto, nel 1978 ho realizzato Segnificazione. Questo è il senso di eterodosso, perché anche nei casi in cui forma e contenuto sono sottoposti a regole, il risultato è sempre personale.

Segnificazione, 1978. ©Fondazione Nino Migliori

M.C.W.: Fotografia anche come narrazione: che racconto è racchiuso nello scatto Sera d’estate?

N.M.: Per quanto mi riguarda, sono legato alla scuola che avvicina la fotografia alla letteratura oltre che alle arti visuali. Per questo motivo la fotografia è un linguaggio che racconta seguendo grammatica, sintassi, forme e generi; può essere per esempio una poesia, una novella, un romanzo. Si tratta di una doppia narrazione, quella della quale si diceva prima – del fotografo – che è sottointesa, e quella che viene rappresentata che può avvenire per singole immagini o per gruppi o in sequenze. 

Sera d’estate, 1953. ©Fondazione Nino Migliori

Sera d’estate fa parte della serie ‘Gente dell’Emilia’. Era il periodo in cui per me fotografare significava re-impossessarmi della vita, entrare in contatto con le persone, avere la libertà di muovermi e di fare, superare il senso di precarietà, senza la paura di un allarme o la necessità del coprifuoco. Una scena del genere pochi anni prima non era possibile riprenderla: luci accese e finestra aperta nel buio della notte, in tempo di guerra, erano un pericolo. Quindi quella scena rappresentava la libertà dell’agire, ma è stata stimolata anche dall’emozione di entrare come ospite non invitato in una situazione che accendeva la curiosità. Non bisogna comunque dimenticare che c’è sempre anche una terza narrazione che è quella del fruitore. Guardandola quasi 70 anni dopo, quale è la sua interpretazione-narrazione? 

M.C.W.: In passato ha affermato che la fotografia è valutata come arte minore: ritiene che sia ancora ancillare rispetto ad altre espressioni artistiche?

N.M.: Poiché all’estero le cose stanno in modo diverso da tempo, penso mi riferissi alla considerazione in cui era tenuta in Italia. Certamente anche da noi la situazione è cambiata: viene insegnata in Università e Accademie, molti collezionisti hanno aperto le loro raccolte alla fotografia e di conseguenza anche le gallerie hanno ampliato il loro interesse. Ma credo che nel nostro paese ci sia ancora strada da percorrere, per esempio non capisco la differenza che viene fatta tra artista-fotografo e fotografo-artista; non mi sono mai imbattuto in questo bizantinismo quando si parla di pittura, mai sentito parlare di artista-pittore e pittore-artista: chi dipinge è pittore, chi fotografa è fotografo, semplice. Tristemente credo, e spero di sbagliarmi, che in un caso ci sia un tentativo di dar maggiore importanza all’artisticità per motivi mercantili.  

M.C.W.: La sua produzione è stata sempre improntata alla sperimentazione, alla ricerca, ma anche alla casualità. In che modo ha saputo ed è stato possibile combinare e bilanciare gli aspetti accidentali, fortuiti, con quelli programmati? 

N.M.: Ho parlato di casualità programmata riferendomi al mio percorso di sperimentazione che tuttora prosegue.

Nel 1948 l’inizio della mia sperimentazione è dovuto al caso e di conseguenza alla curiosità di verificare e approfondire il risultato di quella casualità. Il tentativo di capire il perché di quell’esito, il poterlo riprodurre mi hanno spinto a progredire nella ricerca e quindi ad assegnare una struttura e regole al caso che, in sé, sembra un ossimoro.

Alfabeto immaginato, 1995. ©Fondazione Nino Migliori

Poi c’è anche l’altra faccia della medaglia, si può incontrare il caso che ci spinge a realizzare un lavoro e questo è successo per esempio per Alfabeto immaginato nel 1995 o per Cuprum nel 2015. Sono appunto “occasioni” che ti cercano, attirano la tua attenzione e sono lì, per te, pronte per farsi fotografare perché stimolano la fantasia.

M.C.W.: La luce, da quella delle candele a quella dei fiammiferi, è un elemento ricorrente nei suoi scatti. Si può rintracciare in questo ‘espediente’ l’influenza della pittura fiamminga e caravaggesca?

da “ Lumen” Zooforo del Battistero di Parma, 2006. ©Fondazione Nino Migliori

N.M.: L’idea di fotografare monumenti o sculture del passato nacque quando il professor Ivi Iori, preside della facoltà di Architettura di Parma e ideatore di una serie di preziose edizioni di lavori inediti, mi chiese di prendere parte alla collana con un mio lavoro e fu così che si decise di realizzare una pubblicazione sul Battistero dell’Antelami. A quel punto mi posi il problema di come realizzare quella lettura e, suggestionato da una poesia di Apollinaire, mi venne l’idea di fare un salto nel passato e fotografare con la stessa luce che le persone avevano a disposizione a inizio duecento quando calava il sole, cioè quella della fiamma di una candela. Il risultato fu così entusiasmante che proseguii con altri sei capolavori ognuno dei quali ha risposto in modo unico a quella luce così calda, così vibrante, tanto che ogni volta è stata una nuova avventura. Da qui l’idea di realizzare ritratti a lume di fiammifero, spingendo all’essenzialità la fonte luminosa, rilanciando la sfida. E solo dopo aver realizzato i primi ritratti mi sono reso conto di questa assonanza con la pittura e ho prestato attenzione a come spesso l’illuminazione proveniente dall’alto da sinistra, tipica di molti quadri di Caravaggio, sia quella migliore, ma il progetto è derivato da un’altra premessa.

M.C.W.: Muri e Manifesti Strappati è una serie che ha suscitato il mio interesse, non solo per le immagini che ha prodotto, ma anche per la frase che l’accompagna nella presentazione che ne fa sul sito della Fondazione: ‘l’uomo davanti ai muri si disinibisce…, libera il suo inconscio, la sua gestualità ed è se stesso’. Quali solo le tracce sui muri che la costringono a fermarsi quando cammina per strada? Politiche? Amorose? Artistiche? Quali parti del suo inconscio e in che modo potrebbero trovare libero sfogo su un muro?

da “ Muri”, 1958. ©Fondazione Nino Migliori

N.M.: Il lavoro sui muri e sui manifesti strappati nasce negli anni cinquanta insieme alle immagini realiste e alla sperimentazione ed ha avuto una durata di più o meno trent’anni. L’interesse nasceva da vari motivi, uno era quello delle scritte appunto, ma mi attiravano anche quelli senza scritte o i disegni che portavano i segni causati dall’azione disgregante del tempo; i manifesti recavano anche le conseguenze causate dal gesto dell’uomo che contribuiva a lacerarli ulteriormente. Quindi l’uomo, pur non apparendo fisicamente, era molto presente grazie alle tracce che lasciava. Non ho seguito un filone preferenziale, era di volta in volta quello che in quel momento mi coinvolgeva e mi emozionava. Poiché in fondo sono ritratti di uomini e visualizzazioni dei loro pensieri e dei loro comportamenti, da un certo punto di vista, si possono considerare anche uno specchio della storia, per esempio negli anni settanta c’era una prevalenza di scritte politiche perché i tempi erano quelli. Per quanto mi riguarda, non ho mai scritto su un muro perché non ne ho sentito la necessità, per cui non so risponderle, forse perché il mio inconscio si manifesta sufficientemente con la fotografia.

M.C.W.: Com’è avvenuto nel suo percorso artistico il passaggio dall’analogico al digitale?

N.M.: È avvenuto in modo molto naturale. La fotografia è un mezzo tecnologico e come tale sottoposto ad una continua evoluzione, se non fosse così saremmo ancora fermi al dagherrotipo: in questi 180 anni di storia della fotografia non è mai sorta una diatriba così feroce davanti al cambiamento, veniva semplicemente accettato. Se la luce entra nel processo di fissazione di una immagine, che questo avvenga su una pellicola o per mezzo di un codice numerico, non fa nessuna differenza, perché è sempre fotografia, cioè scrittura di luce. Non sono mai stato un fanatico della tecnica e degli strumenti, ho avuto diverse macchine fotografiche, ma non sono mai state feticci, alcune le ho ancora nel mio archivio, ma molte le ho regale a parenti o amici. Lo strumento deve essere adeguato, ma quello che veramente conta è l’idea che si vuole sviluppare, è il progetto che sta a monte del lavoro che si vuole realizzare. Da tempo mi servo anche del cellulare, è così comodo, duttile, a portata di mano; perché privarmi di questa opportunità solo per una questione di romanticismo? Del resto anche le altre forme espressive nel tempo si sono evolute grazie a nuove tecniche che hanno sempre portato linfa vitale alla creatività.

M.C.W.: Ho trovato  Checked one year under control ‘brutalmente’ attuale. Com’è nata l’idea? Com’è stata sviluppata? Con che obiettivo?

Checked, one year under control, 2001. ©Fondazione Nino Migliori

N.M.: È un progetto che realizzai nel 2002, ma era già un po’ di tempo che mi frullava per la testa. In modo embrionale, direi primitivo rispetto a quello che avviene oggi con gli algoritmi, il controllo di un ipotetico Grande Fratello orwelliano era già presente. Ogni volta che si faceva una chiamata al cellulare, si pagava con un bancomat, si navigava in internet e così via dicendo, potevamo essere tracciati. Così per un intero anno decisi di scattare una fotografia dove mi trovavo ogniqualvolta ero sottoposto alla condizione di identificazione: si trattava del mio percorso biologico quotidiano ‘under control’ come indica il sottotitolo. Per tornare alla domanda sulla letteratura, ‘Checked’ fa parte del genere narrativo, dato che è una specie di diario. Il lavoro è composto da circa 1200 fotografie che quando sono state esposte hanno tappezzato un’intera stanza, un po’ ossessive proprio per rendere visivamente l’idea di questa condizione di disagio. Sono trascorsi 17 anni, da un punto di vista tecnologico sembrano secoli, pensi che allora il cellulare era ancora un semplice “telefonino” per cui per fotografare giravo con una piccola Olympus in tasca. 

M.C.W.: Gli ultimi due progetti di cui mi piacerebbe parlare sono l’installazione Scattate e abbandonate e Sesso kitsch. La prima mi ha colpita per la sua imponenza e per la carica emotiva, della  seconda – invece – mi ha interessata l’esplorazione che fa della corporeità e il riferimento alla culturalizzazione della società attraverso la moda.

N.M.: Scattate e abbandonate ha visto luce nel 2012 e nel 2013 con due installazioni diverse, nel senso che le fotografie erano le stesse, ma il modo di presentarle diverso, perché pensate specificamente per i due luoghi dove sono state esposte: la prima presso la Fondazione Forma per la Fotografia a Milano, la seconda per Palazzo Saraceni-Museo della città a Bologna. 

Scattate e abbandonate, 1978-2012. ©Fondazione Nino Migliori

Da anni frequentavo lo Studio Villani, un cardine della fotografia in Italia. Nel 1978, un giorno, vidi uno scatolone pieno di buste e fotografie che era pronto per la discarica, ne chiesi il motivo e mi risposero che erano le fotografie che da oltre un anno, credo, non erano state ritirate da chi aveva portato il rullino a sviluppare e a stampare. Fui talmente colpito, incuriosito, quasi incredulo, che chiesi di poterle avere e mi fu concesso. Le passai in rassegna velocemente, erano le classiche foto ricordo di un pranzo, di un incontro tra amici, di una famiglia che va a trovare il figlio militare, di un matrimonio, erano biglietti di auguri natalizi con la foto sorridente del piccolo di famiglia e così via: per quale motivo erano state rifiutate? Certo alcune erano mosse, sfuocate, con le facce tagliate, ma la maggior parte era simile a quelle che venivano scattate da tutti in quelle occasioni. Il rifiutarle era forse l’equivalente di cancellare il ricordo, allontanare l’avvenimento senza porsi il problema di che fine avrebbero fatto. Non me la sentivo di far finta di niente e lasciare che venissero distrutte, così per qualche anno ogni tanto le andavo a recuperare, ne ho raccolte migliaia con l’intenzione di dar loro una vita. Ma perché il progetto si concretizzasse ci sono voluti decenni, prima veniva rigettato anzi molto spesso non veniva neppure capito. 

Sesso kitsch è composto da soli nove scatti, è un pamphlet sulla moda di quegli anni che coinvolgeva tutti, me compreso, e sul nostro atteggiamento nei suoi confronti. Eravamo succubi del gusto corrente, sottoposti a dettami che ci volevano insaccati come dei salami in abiti che da un momento all’altro potevano saltare, incuranti della eventuale scomodità e anche incapaci di capire se quel tipo di abbigliamento era adeguato al nostro fisico. A distanza di anni le cose sono cambiate il vestire mi sembra più libero, l’aggettivo “fuori moda” è in disuso. A pensarci forse la moda si è spostata su un altro livello, adesso molto spesso ci si copre, e forse protegge, con i tatuaggi.

©Filippo Rebuzzini_Ottavio Maledusi – Fondazione Nino Migliori

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