“La pecora di Giotto” di Luciano Bellosi

I consigli di Alexander Stefani

AUTORE: Luciano Bellosi

PUBBLICAZIONE: Einaudi

Pubblicato nel 1985 da Einaudi, “La pecora di Giotto” di Luciano Bellosi (Scandicci, 7 luglio 1936 – Firenze, 26 aprile 2011) riuscì nella non facile impresa di ridefinire, da un punto di vista iconografico, stilistico e cronologico, la contorta questione giottesca.

Bellosi, tramite una scrittura chiara, avvincente e per nulla leziosa, ci propone una minuziosa analisi stilistica degli affreschi conservati nella Basilica Superiore di Assisi confrontati con altri cicli pittorici italici di fine 1200 e inizio 1300. 

Le Storie di San Francesco della Basilica Superiore di Assisi da chi sono state veramente realizzate?  Cimabue che ruolo ha avuto nella formazione del più giovane Giotto? Le teorie sulle maestranze romane legate ad Assisi sono affidabili e veritiere? Queste sono solo alcune delle spinose domande a cui il libro cercherà di dare una risposta. 

Un testo fondamentale per la critica d’arte dedicata al più grande pittore medievale. In tempi recenti l’opera letteraria è stata ristampata dalla casa editrice Abscondita che ha deciso di arricchirla con una corposa postfazione di Roberto Bartalini, allievo dello stesso Bellosi e professore di Storia dell’arte medievale all’Università di Siena

Vi lasciamo adesso ad una breve descrizione del libro ricavata dal sito di IBS.IT

(https://www.ibs.it/pecora-di-giotto-ediz-illustrata-libro-luciano-bellosi/e/9788884164964)

“Il titolo del libro allude, naturalmente, al popolare aneddoto illustrato anche su certe scatole di matite colorate che accompagnano tanti ricordi della nostra infanzia. La popolarità di questo aneddoto è dovuta al fatto che lo racconta il Vasari: un fatto che è anche la causa della sua mancata considerazione da parte della critica. Ma il Vasari non fa che parafrasare un succinto passo del secondo Commentario del Ghiberti: ‘Nacque uno fanciullo di mirabile ingegno il quale si ritraeva del naturale una pecora; in su passando Cimabue pictore per la strada a Bologna vide el fanciullo sedente in terra et disegnava in su una lastra una pecora […] Cimabue menò seco Giotto e fu discepolo di Cimabue’. Ora, un aneddoto raccontato dal Ghiberti non può essere liquidato come uno dei tanti aneddoti raccontati dal Vasari, per il quale essi avevano la funzione di artifici retorici utili a dare compiutezza al racconto storico, secondo una concezione della storia che egli condivideva con i contemporanei. Lo scritto del Ghiberti appartiene a un genere letterario diverso e non ha le preoccupazioni del Vasari. Del secondo Commentario, le cui notizie che si possono controllare risultano sostanzialmente attendibili, va preso sul serio tutto e io credo che anche il raccontino della pecora di Giotto, al di là del suo significato letterale, alluda almeno a due aspetti reali.” 


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