Viaggio nel cinema allucinato di Gaspar Noè

Di Jacopo Zonca

Che sia un’opera letteraria, un quadro, una scultura o addirittura un video caricato su youtube, proporre qualcosa che susciti scalpore ormai è diventata una moda estremamente diffusa.

Forse perché è importante sperimentare, forse perché il pubblico ha bisogno di provare esperienze forti, o magari perché è l’artista stesso che sente il desiderio di sentirsi parte di quel pubblico che cerca a tutti i costi di sconvolgere. 

Gaspar Noè, assieme ad altri illustri colleghi europei, fa parte di quella schiera di autori che proprio non se la sentono di stare in disparte e di non far parlare delle loro opere, e di conseguenza di loro stessi. 

Figlio di Luis Felipe Noè, pittore argentino influenzato in maggior misura da Bacon, le cui opere sono esposte nei più importanti musei di tutto il mondo, Gaspar nasce a Buenos Aires e fin da bambino coltiva la passione per l’immagine, in principio affiancando il padre e successivamente girando da ragazzo i suoi primi cortometraggi. 

Riesce a richiamare presto l’attenzione con il mediometraggio “Carne” 1991 presentato in diversi festival, riscuotendo successo di pubblico e critica tanto da permettergli di trovare i finanziamenti per il lungometraggio successivo: “Seul contre tous” imponendosi così agli occhi della critica come regista provocatorio e coraggioso. 

Gli anni ’90 sono molto importanti per Noè, anni in cui il regista cerca una propria identità sperimentando, creando un proprio stile e una precisa scelta poetica, alternando la sua attività registica a quella di insegnante nelle scuole di cinema tenendo corsi specifici su regia e fotografia, cosa che continua a fare tutt’ora. 

Sconvolge il Festival di Cannes del 2002 con il famigerato “Irreversible” film amato da pochi, odiato da tanti ma che sicuramente ha sconvolto il pubblico non solo di Cannes, ma del mondo intero. Il film racconta una storia piuttosto classica: un uomo vuole vendicare la sua compagna dopo che questa è stata barbaramente aggredita. 

Severamente vietato ai minori, il film presenta alcuni tratti stilistici oggettivamente innovativi ed interessanti. La regia è studiata al dettaglio, le dominanti cromatiche dei rossi e dei gialli sembrano straripare dallo schermo… ma tutto il resto si perde nella provocazione più gratuita e fastidiosa.

Cinque anni dopo torna a far parlare di sé con quella che è la sua opera più complessa “Enter the void”, ambizioso progetto che tratta il tema della reincarnazione, che ottiene ottime critiche ai festival sparsi in tutta Europa. 

Il 2015 invece vede l’uscita di “Love”, forse il suo film più bello che, come Nymphomaniac di Lars Von Trier, spazza via il confine tra cinema hard e film d’autore. 

Recentemente a Milano è stato presentato il suo ultimo film: Climax, forse il punto più basso e confuso della sua carriera di Filmmaker.

Vedere i film di Gaspar Noè è sempre un’esperienza, c’è chi ne rimane completamente disgustato e chi invece urla al capolavoro. Pochi rimangono nel limbo dell’incertezza, provando sia rabbia che ammirazione. 

Impossibile non riconoscere delle doti stilistiche e tecniche straordinarie (Noè infatti è sia montatore sia direttore della fotografia) e delle intenzioni narrative nobili, come indagare la bellezza e la disperazione che dà l’amore ad ognuno di noi nel caso di Love,  oppure ammirare la padronanza registica di Enter the Void, dove il piano sequenza iniziale di trenta minuti è una delle cose più interessanti che si siano viste negli ultimi vent’anni, o anche solo la brutalità della sequenza iniziale di irreversibile, dove Vincet Cassel viene picchiato selvaggiamente in un locale mentre molti dei presenti stanno a guardare.

Sfiducia nell’umanità oppure percezione reale di quanta indifferenza ci sia nel mondo? 

Sono riuscito a togliermi il dubbio guardando un servizio due anni fa al telegiornale, dove un ragazzo italiano all’uscita di una discoteca veniva violentemente preso a pugni senza che nessuno alzasse un dito, optando senza dubbio per la seconda ipotesi. 

Perché? 

Questa è una delle domande che mi pongo ogni volta che vedo un film di Noè. 

Si tratta di un regista, come detto in precedenza, estremamente capace, uno sperimentatore che è passato senza alcuna difficoltà dalla pellicola al digitale, esplorando entrambi i supporti con entusiasmo e una scintilla di genialità, un autore  riconoscibile nella messa in scena, nell’utilizzo dei colori, nei movimenti di macchina, che è riuscito a creare uno stile  inconfondibile, dei veri e propri trip cinematografici che però  non si risparmiano degli scivoloni nel cattivo gusto e nella provocazione fine a se stessa, che potrebbe fare di questo regista un impostore che spinge il pedale sulla perversione perché non riesce a dire altre cose… o forse un grande cineasta?

Si ha come l’impressione che non riesca quasi mai ad arrivare al punto, e che si perda in esercizi di stile al puro scopo di stupire, che sia una sequenza lunga come l’inizio del suo ultimo film “Climax”, oppure una scena di violenza.

Forse questa è una precisa strategia cinematografica, il suo desiderio di utilizzare questa forma d’arte come arma di distruzione di massa, oppure semplicemente un uso troppo smodato di droghe, di cui il buon Gaspar non ha mai nascosto l’utilizzo, soprattutto durante le riprese di Enter the Void.

Non possiamo saperlo. Possiamo soltanto continuare a tenerlo d’occhio, provando, per chi se la sente, a giudicare i suoi film con pazienza, cercando dove possibile, di andare a fondo e  riconoscendogli indubbiamente alcuni meriti oggettivi,  sperando, prima o poi, che riesca a girare il capolavoro che fino ad ora è riuscito soltanto a sfiorare.


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