Michelangelo. L’artista della “Creazione Divina” | Parte II


MICHELANGELO. L’ARTISTA DELLA “CREAZIONE DIVINA”

PARTE II

di Andrea Marchesi

Ci spostiamo a Roma, alla corte di papa Giulio II, grande mecenate e forte sostenitore del connubio tra arte e politica: proprio per questo motivo aveva convocato alla sua corte i  migliori artisti in circolazione, Bramante e Raffaello su tutti. Nel 1505 si aggiunge ai due anche il nostro Buonarroti, incaricato di scolpire il monumento sepolcrale del pontefice, opera realizzata a più riprese a causa di numerose problematiche sorte nel corso degli anni.

Dal 1508 al 1512 costituiscono il quadriennio che ci volle a Michelangelo per realizzare l’opera più famosa al mondo: gli affreschi sulla volta della Cappella Sistina.

Citando una frase di Gothe, “senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un’idea completa di ciò che un uomo è capace di raggiungere”, si può capire che di artisti che possedevano la grandezza e l’estro di Michelangelo, probabilmente, non ce ne sono mai stati.

Il complesso è a dir poco maestoso e ricco di particolari: Profeti e Sibille fiancheggiano l’apparato centrale diviso in nove riquadri rappresentanti scene della Genesi. Sopra i troni troviamo gli ignudi, mentre nelle lunette e nelle vele gli antenati di Cristo. Infine nei pennacchi angolari troviamo quattro scene bibliche. Figure dalla muscolatura dirompente, colori pieni e cangianti, paesaggi, ambienti e architetture dipinte fino al minimo dettaglio permeano la volta, che raggiunge il suo culmine nella scena della creazione dell’uomo dove Michelangelo riesce perfettamente a far dialogare e a descrivere il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, il passaggio da Dio all’avvento del figlio. Pochi mesi dopo l’inaugurazione del colossale impianto pittorico, muore papa Giulio II, colui che più di tutti aveva desiderato ammirare tale magnificenza.

Il nuovo papa Giovanni De Medici, in “arte” Leone X, commissiona all’artista toscano una monumentale cappella funebre per ospitare i fratelli Giuliano e Lorenzo, la Sagrestia Nuova, all’interno di San Lorenzo. Dal 1525 comincia a lavorarci, rifacendosi alla quattrocentesca Sagrestia Vecchia del Brunelleschi. Di tutto il complesso è doveroso citare la coppia di statue presenti su ciascuna delle due tombe: la notte e il giorno su quella di Giuliano, il crepuscolo e l’aurora sopra quella di Lorenzo. Sculture dalle membra massicce poste in uno stato contemplativo. Pur rimanendo in parte incompiuto, il lavoro è la perfetta rappresentazione di un armonico connubio tra scultura e architettura.

Nonostante l’appoggio di Michelangelo all’avvento della nuova repubblica (1527-30) e ai contrasti con casa Medici, dopo l’elezione di papa Clemente VII, ritorna a lavorare a Firenze, in particolar modo sul progetto della Biblioteca Medicea Laurenziana annessa alla chiesa di San Lorenzo. Il vestibolo e lo scalone sono certamente i due elementi di maggior interesse; in particolar modo il secondo sembra anticipare lo stile barocco con queste forme rettilinee ed ellittiche, concave e convesse, così ardite per l’epoca eppure così magnifiche.

Dal 1534 gli attriti sempre più insanabili con il Duca di Firenze portano il nostro artista a trasferirsi definitivamente a Roma. Clemente VII gli commissiona la parete di fondo della Cappella Sistina, suo successore, Paolo III, gli conferma l’incarico e lo nomina architetto, scultore e pittore del Palazzo Vaticano.

Tra il 1536 e il 1541 lo troviamo così ad affrescare il Giudizio Universale. Al centro della rappresentazione si erge il Cristo giudice, affiancato dalla Madonna, che pone lo sguardo verso gli eletti, che lo attorniano creando una sorta di figura ellittica: un turbinio di santi, profeti e patriarchi seguono i movimenti del figlio di Dio. Tutto è caos, tutto è movimento, tutto è inquietudine. Con quest’opera Michelangelo abbandona la rappresentazione tradizionale cercando di coinvolgere emotivamente tutti i partecipanti. Angeli apteri, santi senza aureola, un cristo giovane e imberbe, insieme ad altri elementi fanno si che l’opera scateni varie polemiche all’interno dell’ambiente ecclesiastico. Non a caso anni dopo il Concilio di Trento, affida la coperture delle nudità a Daniele da Volterra.

Nel 1542 il pontefice gli commissiona l’ultimo incarico pittorico della vita dell’artista: la Cappella Paolina. Un Michelangelo ormai anziano lavora a due affreschi per poco meno di dieci anni: “La Conversione di Saulo” fino al ’45 e “il Martirio di San Pietro” concluso nel 1550. Un’opera drammatica, ricca di tensione, frutto della religiosità tormentata dello stesso artista. Ormai lontano da quei corpi monumentali e da quei colori cangianti, quest’opera parrebbe quasi essere l’anticamera dello stile manierista.

Negli stessi anni viene finalmente conclusa la tomba di Giulio II a cui viene inserita la statua di Mosè e Rachele. Finito questo lavoro, ormai anziano, abbandona la pittura e la scultura per dedicarsi quasi esclusivamente a progetti architettonici e urbanistici, tra cui Palazzo Farnese e la Basilica Vaticana.

Per quanto concerne San Pietro, l’artista toscano progetta una pianta centrale con un quadrato inscritto in una croce greca su esempio del Bramante, tralasciando il progetto raffaellesco di una pianta a croce latina. Inoltre aveva previsto un’enorme cupola emisferica costolonata con una lanterna da posizionarsi in cima ad essa. Il progetto michelangiolesco fu in gran parte modificato da Carlo Maderno che all’inizio del 1600 completò la basilica.

Sono numerose le opere e i progetti del maestro toscano che qui ho tralasciato, ci tengo solamente a sottolineare che fino ad età molto avanzata continuò a lavorare senza sosta nonostante il tormento che da sempre lo affliggeva: la fede, la morte, la salvezza sono infatti argomenti ben presenti nei suoi scritti.

Roma, 18 febbraio 1564, si spegne alla veneranda età di 88 anni l’artista che ha dominato il panorama artistico di quasi un secolo, e che, lascia in eredità una vastità di capolavori scultorei, architettonici e pittorici mai visti prima. Non è difficile pensare che nella prima edizione delle Vite scritte da Vasari riferendosi a Michelangelo dica: “raggiungendo nella sua persona la sintesi di perfetta padronanza delle arti (pittura, scultura e architettura) in grado non solo di rivaleggiare ma anche di superare i mitici maestri dell’antichità”. Chiunque da quel momento in poi voglia intraprendere la carriera artistica non può far altro che osservare, ammirare e studiare le opere di quel tormentato e geniale artista venuto alla luce nel piccolo villaggio di Caprese. 

Nella Chiesa di Santa Croce a Firenze viene seppellito dopo una cerimonia commemorativa, e sopra la sua lapide poste tre figure piangenti rappresentanti le tre arti maggiori, architettura, scultura e pittura. Onore riservato a colui che era riuscito ad emulare l’atto della creazione divina.

Michelangelo. L’artista della “Creazione Divina” | Parte I


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