Contra Me Giusto | Vale Palmi alla Labs Gallery di Bologna


Vale Palmi

Contra Me Giusto

a cura di Gaia Fattorini

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno

ingiusto fece me contra me giusto.

Dante, Divina Commedia, Inferno, XIII, vv.70-72.  

Attraversare il sangue, per provare a cercare le parole. Anche quando le parole sono inutili, a volte perfino dannose. Eppure necessarie. Per provare a capire qualcosa di più della vita attraverso la morte. È la sfida che Vale Palmi propone in “Contra Me Giusto”, la sua prima mostra personale pensata per lo spazio della LABS Gallery.

È una sfida che disturba lo spettatore e non potrebbe essere altrimenti. La morte, in un mondo che tende a rinnegarne l’esistenza e che aspira alla vita eterna grazie alla scienza e alla tecnologia, nel lavoro di Vale Palmi è una compagna attraente. E, nel suo universo, i dettagli della morte, come la decomposizione, finiscono per diventare non solo socialmente accettabili, ma anche esteticamente sensuali. E soprattutto, sono strumenti utili per ingaggiare una coraggiosa lotta corpo a corpo contro le paure più recondite dell’essere umano.

Anche perché l’accettazione sociale nel lavoro di Vale Palmi è quasi una componente accessoria. Quello che veramente importa sono i conti che si fanno con sé stessi attraversando soluzioni al limite, l’eterno dolce abbraccio di Eros e Thanatos, i cadaveri squisiti e un generico senso di quello che Freud definiva Unheimliche, il perturbante, che, non a caso, in tedesco è l’antitesi della parola Heimlich, che vuol dire casa. Un abisso spaventoso e che pure, proprio per questo, è tremendamente familiare, affonda le sue radici nel passato personale di ognuno di noi. L’artista ce lo ricorda con una serie di elementi feticcio che ricorrono nelle sue opere, come i secchi di latta che sono dei pozzi delle meraviglie che contengono e generano disagio, e gli angoli delle stanze, appunto, incroci di mura dove ci si può rinchiudere o rifugiare, ma che altro non sono che l’antitesi della parola spigolo, un ritorno alla protezione del ventre materno, ma solo con due pareti, e quindi aperto verso l’imprevisto.

L’installazione presente in occasione della Art City White Night, La Guerra di Piero, anche se può far pensare a una canzone di De Andrè, in realtà fa riferimento a Pier delle Vigne, che Dante inserisce nel XIII canto dell’inferno, nel girone dei suicidi. Il suo corpo è trasformato in un arbusto che se spezzato sanguina e parla. È condannato a una pena eterna ogni qualvolta qualcuno ne strappa un pezzo, eppure, proprio perché in vita ha inflitto ingiustamente una pena al se stesso che colpa non aveva, ha delle cose da dire e raccontare.

Per ascoltare Pier delle Vigne, per leggerne le parole, bisogna avvicinarsi all’arbusto e per accostarsi bisogna attraversare una pozza di sangue. Il verbo di Piero è un’accusa emblematica, che l’essere umano ha il dovere morale di conoscere. Ma quel lago di sangue che nella nostra memoria iconica richiama i morti per oltraggio, è un confine e una linea di protezione. Ci impedisce di avvicinarci, torturandoci con una distanza che crea paura e curiosità, rassegnazione e senso di colpa. Solo chi avrà il coraggio di prendere una posizione e decidere di superare l’ostacolo, rimuovere il tabù, affrontare i perturbanti spettri di casa propria e calpestare il sangue, potrà leggere quel che Piero ha da dirci.

Mescolando con sapienza e fluidità diversi approcci, in ‘Contra Me Giusto’, Vale Palmi non si limita alle installazioni, ma interprete della sua epoca, utilizza con padronanza e disinvoltura vari media: installazioni, video e performance, tutti con la massima libertà e senza pregiudizi. 

La panoplia è ampia e Vale Palmi ricorre di volta in volta agli strumenti più adatti. Con una conseguenza inevitabile: e cioè che la corposa consistenza oggettuale delle opere, scivola verso la smaterializzazione cristallizzata nelle fotografie esposte. Le foto, proseguono la gravità immanente dell’azione, fissando la performance nel ricordo. I confini tra l’ambito privato, il vissuto personale dell’artista, si confondono e si mescolano con la sfida che propone al pubblico, obbligando lo spettatore ad affrontare le proprie paranoie sociali tipiche di questi anni iper digitalizzati, ma anche a pescare nelle sue paure più nascoste, che escono fuori da secchi a volte senza fondo, a volte pieni di fango o di uova ricolme di sangue. È in questo contesto che fa il suo ingresso in scena il corpo dell’artista, vestito di rosso, nella perfezione dei suoi vent’anni diventa misura del tutto, del giusto e dello sbagliato, del bene e del male, del lecito e dell’illecito, del decente e dell’osceno. Per dare una nuova e potentissima oggettività alle paure sopite.

Come ad esempio andare a ricercare quella volta che, da bambino, i genitori hanno detto “non c’è più”, per giustificare la morte di qualcuno, un parente o un animale domestico. 

Non c’è più è una frase volta a togliere la corporeità alla morte, a renderla una delle tante esperienze virtuali, cerca di ridarle spessore attraverso il lancio a terra di uova piene di sangue, come una testa che si frantuma e come se la ripetizione del gesto, scadenzata dalla voce metallica di Siri che ripete ossessivamente la frase che da il titolo all’opera, fosse una catarsi alla disperata ricerca della rielaborazione del trauma del lutto.

In Apparizione Ctonia, un coniglio alato è appeso in alto in un angolo, perpendicolarmente, a terra, si trova quello che all’apparenza è un banale secchio di latta, ma che in realtà non ha fondo, penetra nel sottosuolo. Il coniglio è la negazione dell’esistenza della morte per come la conosciamo: si è trasformato, è diventato altro, si è elevato in cielo nonostante sia un animale ctonio, ovvero sotterraneo. La sua vita continua gocciolando sangue dentro le viscere della terra, poi tornerà di nuovo aerea ed eterea per mezzo dell’evaporazione.

Nella serie Sub/Limo – Sub/Limen (testualmente sotto il Fango e Sotto lo stipite della porta), torna prepotente il corpo dell’artista vestita di rosso e a piedi nudi. Due movimenti contraddistinguono l’azione: uno discendente e uno ascendente, verso Dio. Movimenti che permettono a Vale Palmi di vivere due situazioni limite, sublimi, la prima data dalla sinfonia assordante e insostenibile di canti di chiesa riprodotti durante l’azione, l’altra data dalla scelta di trovarsi volontariamente con la testa immersa dentro un secchio colmo di fango e di non poter respirare. In un continuo e forsennato su e giù fra queste due scomode posizioni, la performance termina solo quando il malessere dell’artista raggiunge il punto di rottura e diventa fisicamente insostenibile.

Chiude il metaforico cerchio della mostra Quarzo Rosa. Il video muto e in loop, è una camera fissa su un paesaggio brulicante di vermi e carne, dove l’oggettiva sensualità della materia in decomposizione si fonde con il bagliore asettico del quarzo rosa, fino a diventare un tutt’uno.

Contra Me Giusto è quindi su e giù, sublime e infame, fuori e dentro, morte e resurrezione. Come l’amplesso della vita che si mescola alla morte, che abbiamo ogni giorno davanti agli occhi e che facciamo finta non ci riguardi.

Info:

www.labsgallery.it

info@labsgallery.it


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