Michelangelo. L’artista della “Creazione Divina” | Parte I

MICHELANGELO. L’ARTISTA DELLA “CREAZIONE DIVINA”

PARTE I

di Andrea Marchesi

Michelangelo Buonarroti è senza alcun dubbio l’artista più completo e poliedrico che l’arte moderna abbia mai avuto. Personaggio di spicco tra la fine del 1400 e la prima metà del ‘500, ha realizzato nel corso della sua longeva vita numerose opere tanto significative quanto eterne, che spaziano dalla scultura alla pittura, senza tralasciare le maestose architetture.

Nasce a Caprese nel 1475, un piccolo paese dell’aretino, da una famiglia patrizia di origine fiorentina. Terminato l’incarico di podestà del padre, l’intero nucleo familiare si sposta a Settignano, vicino Firenze, paese in cui la principale attività è l’estrazione della pietra serena, utilizzata dagli scalpellini locali per la costruzione di edifici dell’alta società.

Non è casuale come in età avanzata lo stesso Michelangelo sostenesse che la sua maggiore inclinazione verso la scultura fosse dovuta al paese in cui è cresciuto. Era infatti solito dire che la balia lo nutrisse con “latte impastato con la polvere di marmo”. I figli dei patrizi sono soliti intraprendere una carriera ecclesiastica o militare, ma la propensione del giovane Buonarroti verso le arti è così forte che il padre non poté far altro che assecondarla.

A soli 12 anni, approda alla bottega di Domenico Ghirlandaio, artista fiorentino molto in voga all’epoca, forse spinto dalla stesso padre che non poteva garantire al figlio un’istruzione classica a causa di problemi di natura economica. In quel periodo la bottega riceve un incarico nella cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella: proprio qui Michelangelo comincia ad apprendere tecniche pittoriche avanzate, pur essendo solo addetto alla preparazione dei colori.

Di certo già all’epoca il giovane nutriva una profonda ammirazione verso Giotto e Masaccio che aveva prima ammirato in Santa e Croce e nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine, e poi riproposto su carta.

L’anno seguente comincia a frequentare il giardino di San Marco, l’accademia artistica sostenuta da Lorenzo il Magnifico, dove ha la possibilità di osservare gran parte della collezione scultorea medicea. Nel 1490 viene accolto come figlio adottivo dalla più potente famiglia di Firenze: qui conosce illustri personalità come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Poliziano, che lo introducono alla dottrina neoplatonica e alla riscoperta dell’epoca classica. Sempre a questo periodo viene fatta risalire una presunta lite avuta con il compagno Pietro Torrigiano che, durante una zuffa, gli avrebbe rotto il naso deturpandolo per il resto della vita.

Arriviamo così alle prime due opere realizzate dal nostro artista a soli sedici anni, di cui già si percepisce la grandezza e duttilità: la “Madonna della Scala” e la “Battaglia dei Centauri” databili tra il 1491-92.  La prima è un bassorilievo, uno stiacciato di matrice donatelliana raffigurante un soggetto sacro monumentale realizzato con fattezze di pregevole naturalezza; il secondo è un altorilievo di stampo classico su cui viene rappresentata una lotta molto dinamica in cui ogni riferimento spaziale viene ad annullarsi. I modelli presi a riferimento son certamente i sarcofagi romani e le formelle di Giovanni Pisano.

Il successore di Lorenzo il Magnifico, morto nel 1492, è Piero, con il quale Michelangelo non ebbe lo stesso rapporto idilliaco avuto col padre. Nonostante tutto ha la possibilità di sezionare cadaveri e studiare l’anatomia umana presso i frati agostiniani, tappa fondamentale del suo percorso formativo.

L’attacco dell’esercito francese di Carlo VIII e il malgoverno di Piero fecero si che il predicatore ferrarese Girolamo Savonarola prendesse il potere a Firenze, cacciando i Medici e saccheggiando il giardino di San Marco. L’artista toscano, spaventato dai tumulti cittadini, scappa dalla città e si rifugia a Bologna nel 1494.

Durante l’anno di soggiorno bolognese completò l’Arca di San Domenico, lasciata incompiuta da Nicola Pisano e Niccolò dell’Arca: ivi scolpì un San Procolo, un angelo reggi-candelabro e terminò il San Petronio. Figure innovative, solide, massicce, con una “fierezza eroica nello sguardo” che ritroveremo nel David. Nella città felsinea matura velocemente uno stile differente da quello fiorentino, grazie all’osservazione dei rilievi di Porta Magna in San Petronio realizzati da Jacopo della Quercia. È inoltre colpito dalla pittura dell’officina ferrarese, in particolar modo da Francesco Cossa. 

Rientrato nella Firenze repubblicana sotto il dominio di Savonarola, gli viene commissionato un “Cupido Dormiente”. Il caso nato attorno a questa scultura marmorea è altresì curioso: la statua  fu sotterrata e, grazie alla patinatura venutasi a creare, fu venduta come reperto archeologico al cardinale Raffaele Riario, il tutto all’insaputa dell’artista. Scoperto l’inganno, il cardinale su tutte le furie volle essere risarcito ma allo stesso tempo conoscere colui che aveva scolpito in maniera così soave quell’angioletto. Ne segue un invito ufficiale a Roma.

Inizia così nell’anno 1496 il primo soggiorno romano di Michelangelo. Passati nemmeno 10 giorni dalla presa visione della collezione di sculture antiche del cardinale, inizia a scolpire il “Bacco”: opera a tutto tondo estremamente naturalistica nel corpo e con un’espressività inedita per l’epoca. Di fondamentale importanza questo passaggio poiché proietta il Buonarroti nella piena maturità artistica. Sempre nella città capitolina riceve la commissione della rinomata “Pietà” per la Chiesa di Santa Petronilla (oggi in San Pietro).

L’opera marmorea, realizzata ad appena ventidue anni, colloca l’artista nell’olimpo dei grandi. All’interno di una composizione piramidale troviamo Cristo tra le braccia di una giovane Maria: le due figure vengono scolpite con una tale maestria da conferire al marmo un effetto traslucido e morbido. Lo si scorge ad esempio nel particolare delle pieghe del drappo della vergine, così naturali da poter essere scambiate per vero tessuto. Da quel momento in poi  il marmo di Carrara diviene il materiale prediletto del nostro artista.

Il 1501 segna il ritorno a Firenze e l’inizio di commissioni di grande prestigio, dovute alla fama che Roma gli aveva portato. In particolar modo l’Opera del Duomo lo incarica di erigere una colossale statua con le fattezze del David. Una sfida non priva di difficoltà viste le notevoli dimensioni del progetto e l’utilizzo di un blocco di marmo già sbozzato.

Dopo 3 anni di lavoro senza sosta il risultato fu eccezionale: una figura di giovane nudo in tutto il suo splendore anatomico, rappresentato secondo un’iconografia insolita per l’epoca, maestoso ed immobile ma nello stesso tempo pronto ad una reazione, diviene il perfetto simbolo di una Repubblica costituita da cittadini-soldato. L’opera colpisce a tal punto i fiorentini da decidere di spostarne la collocazione originaria: scolpita per essere osservata da un punto di vista ribassato, una commissione composta da artisti decide di erigere il David in piazza della Signoria, come simbolo della nuova Firenze.

Nello stesso periodo Michelangelo ha la possibilità di osservare il cartone di “Sant’Anna con la Vergine” di Leonardo e da quest’ultimo apprende due innovazioni stilistiche: la costruzione piramidale delle figure umane e il “contrapposto”, grazie al quale la scena assume una componente dinamica. 

Il 1503-1506 sono caratterizzati dalle realizzazione di tondi: il tondo Pitti, scolpito a rilievo, il tondo Doni, dipinto con colori accessi e corpi scultorei e il tondo Taddei. Ci è ben chiaro qui come per Michelangelo la migliore tecnica pittorica sia quella che maggiormente si avvicina alla scultura, in grado di dare la massima plasticità al tutto, distaccandosi di fatto dal pensiero leonardesco. Dello stesso periodo è doveroso sottolineare la realizzazione del cartone, oggi perduto, sulla “Battaglia di Cascina”, purtroppo mai trasformatosi in dipinto, che divenne materiale studio per gli artisti contemporanei in particolar modo per le figure degli “ignudi”.


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