Carlo Maria Mariani│Critica d’arte in azione.

Di Linda Salmaso

Carlo Maria Mariani nasce a Roma nel 1931; in giovane età inizia a frequentare i corsi presso l’Istituto d’Arte e nel 1955 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma. Dopo aver conseguito il diploma si dedica essenzialmente alla pittura murale.

Sarà soltanto dalla fine degli anni Sessanta che comincerà a realizzare ed esporre opere pittoriche mobili, realizzate a cavalletto. Viene definito da Italo Mussa «Marinetti alla rovescia» (1) e lui stesso si descrive come «artista a-contemporaneo» (2); sostiene, infatti, che il pittore dovrebbe comportarsi come uno storico dell’arte, mosso da una grande attrazione nei confronti delle opere del passato. Negli anni Settanta, dunque, fu capofila ed esponente di punta delle correnti dell’Anacronismo e della Pittura Colta.

Crea opere la cui concezione e modalità esecutiva si rifanno all’arte rinascimentale e/o barocca, ma le sue non sono imitazioni, sono copie “rivedute e corrette”.

Photo by: https://www.wikiart.org/en/carlo-maria-mariani/allegoria-della-critica-2005

Bisogna tener presente che nel 1968 era uscito in traduzione il saggio del filosofo francese Gilles Deleuze Differenza e Ripetizione, che si colloca sullo sfondo del dibattito sul citazionismo e ne è il testo fondamentale. Vi si afferma, infatti, che la ripetizione non si presenta mai come avvicendarsi dell’identico, bensì come affermazione della differenza; «Non c’è primo termine che non sia ripetuto» (3), sostiene Deleuze. 

Queste idee verranno poi colte con interesse dall’ambiente artistico italiano di quel periodo e – pochi anni più tardi, nel 1974 – verrà inaugurata a Milano la mostra La ripetizione differente, curata da Renato Barilli; vi parteciperà anche Carlo Maria Mariani che è spinto dalla propria attrazione nei confronti degli artisti del passato a cercare di sostituirsi ad essi, annullando la propria autorialità nell’opera.

Photo by: https://www.espoarte.net/arte/carlo-maria-mariani-al-ciac-la-possibilita-di-una-nuova-pittura-“classica”/

È quanto avviene nel caso del San Michele del 1976, esposto l’anno seguente alla mostra Affinità Elettive; in quest’opera il San Michele Arcangelo di Guido Reni è visto attraverso gli occhi di Mariani. Tutto nasce da una frase di Winckelmann che affermava:

Guido Reni non è sempre uguale a se stesso, né nel disegno né nell’esecuzione: egli conosceva la bellezza ma non sempre la raggiunse. La testa del suo Arcangelo è bella, ma non ideale. (4)

In seguito alla lettura di questa frase – seguendo un procedimento che applicherà in innumerevoli altre situazioni – l’artista decide di «indossare le vesti di un artista del passato per completarne un’opera che era rimasta incompiuta oppure non era […] mai stata eseguita» (5). Ed ecco che ripropone una testa d’Arcangelo Michele che rielabora, sublimandolo, un dettaglio del dipinto di Reni; proprio quel dettaglio criticato da Johann Joachim Winckelmann.

Sembra riferirsi alle sue sperimentazioni Barilli quando, nel catalogo della mostra del 1974, afferma:

Nella cultura contemporanea caratterizzata dall’accumulazione senza precedenti dei dati visivi, l’unica strada consentita all’artista giunto al capolinea è quella di dover tornare indietro: in questo caso si scivola cautamente nei panni altrui, senza clamori e deformazioni visibili, lavorando anzi di silenzi, di riprese letterali, di citazioni (6).

È come se la sua estetica non fosse realmente sua, ma di volta in volta appartenente allo stile che l’artista ha scelto di seguire. Il suo scopo non è «un confronto (o una sfida) con lo stile» (7) neoclassico, manieristico e altro; per lui citazione e riflessione sulle opere del passato sono piuttosto una modalità per indagare la norma estetica come pratica tecnica, indipendentemente dalla propria individualità.

Photo by: https://www.christies.com/lotfinder/Lot/carlo-maria-mariani-n-1931-autoritratto-4927491-details.aspx

Per questo artista – in un periodo storico nel quale un’opera d’arte per essere tale non necessariamente deve sottostare a criteri di bellezza estetica – il «sentimento del bello» assume un valore fondamentale e fondante all’interno della sua poetica. 

Di fronte alle sue opere non possiamo far altro che chiederci: in che secolo ci troviamo? Infatti, la «trasgressione» portata avanti dall’artista riesce a violare la contrapposizione tra passato e presente, tra ieri e oggi, dilatando «fino all’inverosimile la storia, trasferendola nuovamente in una spazialità possibile».

Carlo Maria Mariani è – così mi piace definirlo – un critico d’arte in azione; per rivisitare illustri modelli deve necessariamente studiarli criticamente e, facendo ciò, riesce a citare opere del passato non allo scopo di confermarne il valore, ma per identificarsi con la storia che – in tal modo – proietta su di lui, di ritorno, la propria immagine. 

La frase «io non sono un pittore, in non sono l’artista, io sono l’opus» (8) – pronunciata da Mariani stesso – mette chiaramente in luce la sua interpretazione concettuale del passato nel presente.

Da oltre vent’anni vive a New York, negli Stati Uniti. 

Bibliografia

(1) ITALO MUSSA, La grazia è il piacevole secondo ragione: la ricerca di Mariani tra documento storico e recupero iconografico, in Italo Mussa (a cura di), Carlo Maria Mariani. Pictor Philosophus, De Luca Editore, Roma 1980.

(2) LUCILLA MELONI, Arte guarda arte. Pratiche della citazione nell’arte contemporanea, Postmedia books, Milano 2013.

(3) GILLES DELEUZE, Differenza e ripetizione, Cortina, Milano 1997. 

(4) JOHANN JOACHIM WINCKELMANN in LUCILLA MELONI, Arte guarda arte. Pratiche della citazione nell’arte contemporanea, Postmedia books, Milano 2013. 

(5) ITALO MUSSA, La grazia è il piacevole secondo ragione: la ricerca di Mariani tra documento storico e recupero iconografico, op. cit.

(6) RENATO BARILLI, L’arte contemporanea. Da Cézanne alle ultime tendenze, Feltrinelli, Milano 2008.

(7) ITALO MUSSA, La grazia è il piacevole secondo ragione: la ricerca di Mariani tra documento storico e recupero iconografico, op. cit.

(8) CARLO MARIA MARIANI, Carlo M. Mariani: “io non sono un pittore, in non sono l’artista, io sono l’opus”, Bulzoni, Roma 1977. 


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