Maria Antonietta, la solitudine di una bambina. Riflessioni sul film.

di Ilaria Piva

Se vi capita di andare alla Pinacoteca di Brera, c’è un quadro verso le ultime salette. E’ un dipinto del purista Hayez dal titolo “Pensiero malinconico”: quell’olio su tela potrebbe essere il concentrato più confacente per esprimere  l’anima di Maria Antonietta, regina di Francia all’epoca della Bastiglia e della Pallacorda.

La malinconia, la tristezza, l’attesa di un avvenire colorato si giustappongono negli occhi di quella ragazza pallida così come in quelli della regina. La realtà è che non c’è niente che possa colmare il vuoto della solitudine. Non ci sono soldi, né amanti, né vestiti, né dolci. Quando sei solo e sradicato da tutto quello che sei non conta  più niente; neppure se sei Maria Antonietta, regina di Francia, avvolta dallo sfarzo e dai capricci.

La normalità e la sontuosità sono sorelle, si ritrovano ricongiunte nella semplice fanciulla italiana e nell’incipriata fanciulla austriaca. La solitudine è il male più grande che ci sia. E’ una condizione che vivi anche se ti ritrovi in mezzo a tante persone, ma non riesci a far penetrare in te stesso i discorsi, le parole, le risate, gli sguardi di intesa delle persone che ti circondano; ti senti estraneo quanto stare solo a guardare la finestra, la gente che passa, il sole che si abbassa e ti guarda.

Malinconia, di Francesco Hayez. L’immagine è stata ricavata dal sito analisidellopera.it , che vi consigliamo di consultare per ulteriori approfondimenti.

Proprio quello che dovrebbe essere il momento più bello diventa invece il più triste.

Immersa in questo autunno di sentimenti, Maria Antonietta attraversa la sala degli specchi, l’oro che cola e sbrodola in ogni dove invade quella stanza rivestita di pomposità assurda; gli specchi la guardano, sono il massimo simbolo della freddezza umana, dell’incomunicabilità che trafigge l’anima della regina.

In lei si sviluppa durante l’arco di tutto il film il flemmatico processo di una malattia interiore che lentamente la porterà alla morte, non  per la ghigliottina, quella è come se sancisse la fine di una vita inflebbata di tedio.

Nel film di Sofia Coppola non si vede l’antipatica e sadica regina che malconsiglia il re per opportunismo, che fagocita limando in sordina la Rivoluzione, la carestia, la morte di milioni di persone. C’è solo il racconto di un viaggio che se è già iscritto non puoi fare nulla per cambiarlo. C’è il percorso di una bambina portata via dalla sua casa, costretta ad abbandonare tutto: la madre, il fratello, l’amato cagnolino e a ritrovarsi padrona di una Nazione allo sbando ormai da anni.

Conti economici ormai sfuggiti di mano, debito pubblico alle stelle, dispotismo opprimente non la toccano minimamente. Per riempire quelle giornate ricche di mestizia prima cerca l’amicizia nelle pettegole donne di Versailles, non riuscita nell’impresa agguanta ingenuamente qualche dama giuliva quanto lei e si regala il lusso più acceso: champagne, acconciature bizzarre, shopping a non finire, risate ammazza-realtà, feste e amante, tutto rigorosamente moderno e rock.

Dal terrazzo si alternano la luce e il buio, la rivolta del popolo a parole e a fatti. Il Re incapace (sia come marito che come governatore) si inabissa sempre di più. In quel breve lasso di tempo si affaccia il primo spiraglio di democrazia, di libertà, di respiro  per la gente comune e per la storia universale. La regina non si accorge di nulla, ride, ecco quello che fa, guarda i suoi bambini, cerca conforto in loro, niente di più; anzi piange, corre per quegli atri immensi, forse ha capito che ormai è sola, ma non smetterà fino alla fine di aderire al bovarismo.

In fondo quella bambina cresciuta troppo in fretta è come Emma, che continua a fare sogni romantici, di una vita migliore, di andare oltre il significato della vita alla quale è stata relegata. L’agghiacciante realismo/vittimismo della Madame Bovary di Versailles ha assorbito ormai tutto il suo soffio vitale.

Frame dal film

La signora Coppola ha voluto cambiare la faccia di quella ragazza austriaca; ha preso un libro di riferimento (La solitudine di una regina, di Antonia Fraser) stravolgendo una filologia antropologica e storica radicata ormai nelle menti e nella storiografia.

Ha trasmutato Antonietta da carnefice a vittima di una situazione ingestibile più grande di lei e dei suoi dolci anni. Colorando tutto con musica rock, con gli Strokes, i New Order, soprattutto i Cure, simbolo musicale per eccellenza della mestizia umana. Geniale quella regista dalle origini lucane.

La delfina di Francia non è morta da aguzzina o da abile adulatrice (la morte nel film manco si vede) ma tra le colonne di persone di Versailles, che l’hanno schiacciata, spinta nella gabbia dorata, nella quale solo la vocina dei suoi bambini è propositiva, è solo quella nota che per lei suona ancora e ancora.

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