GIACOMO BALLA, ARTISTA METAMORFICO

Testo di Linda Salmaso

Giacomo Balla nasce a Torino il 18 luglio 1871 da Lucia Gianotti e Giovanni Balla, fotografo. Rimasto orfano in tenera età è costretto ad abbandonare la scuola ed anche lo studio del violino. Inizia, dunque, a lavorare, ma si appassiona ben presto a disegno e pittura. Frequenta, quindi, l’Accademia Albertina a Torino, dove entra in contatto con numerosi fotografi dell’epoca.

Espone il suo primo quadro nel 1891 – all’età di vent’anni – alla Mostra Promotrice torinese e quattro anni più tardi si trasferisce a Roma, dove resterà tutta la vita. Nella capitale acquista uno studio presso le Terme di Diocleziano dove lavorerà fino al 1903, quando si trasferirà in via Salaria. Trascorre un periodo a Parigi tra il 1900 e il 1901 come ospite dell’illustratore Serafino Macchiati e visita l’Esposizione Universale. Tornato a Roma conosce Gino Severini ed espone nuove opere alla mostra degli Amatori e Cultori a cui parteciperà poi con cadenza annuale. Nel 1902 conosce Umberto Boccioni che diventa suo allievo e l’anno successivo entra in contatto con Mario Sironi; insieme formeranno un gruppo compatto. Nello stesso anno espone, poi, alla Biennale di Venezia, esperienza che ripeterà molte volte nel corso della sua esistenza.

Inizia la sua carriera – come molti suoi contemporanei – appoggiandosi al divisionismo, ma è uno sperimentatore e ben presto abbandona questo stile per produrre opere di grande innovazione. Del 1902 è, infatti, un’opera come Fallimento, uno dei suoi primi capolavori, frutto di un’idea davvero originale per quanto riguarda l’inquadratura, il soggetto e la composizione; i graffiti presenti sulla porta, riportati con incredibile oggettività sembrano anticipare di decenni quell’”infantilismo” che sarà poi cifra distintiva di artisti come Jean-Michel Basquiat e James Brown. 

Nel 1904 si trasferisce in via Parioli dove rimarrà fino alla metà degli anni Venti ed inizia ad esporre le proprie opere in tutta Europa, specialmente in Germania. In quello stesso anno sposerà Elisa Marcucci – conosciuta nel 1897 – da cui avrà due figlie: Luce ed Elica. Dai loro nomi si può intuire l’avvicinamento dell’artista al Futurismo; un approdo inevitabile per un artista come lui, sempre pronto a sfidare se stesso ponendosi nuovi obiettivi. Si butta, dunque, a capofitto, nell’entusiasmante avventura marinettiana e ne diventa uno dei principali protagonisti. È il più anziano del gruppo, ma si mette completamente al servizio di questa Avanguardia.

Nel 1910 firma il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista. Non viene, però, facilmente accettato dai suoi “colleghi futuristi” che spesso ne criticano i legami con il passato divisionista; ancora nel 1912, una tela universalmente nota come Lampada ad arco viene rifiutata ad un’importante esposizione parigina proprio perché ritenuta eccessivamente legata alla temperie divisionista. Tuttavia, Giacomo Balla, «in quelle rondini di colore che si espandono nello spazio con una meditazione di estrema attualità sulla natura, fisica e simbolica, della luce, con quel lampo dinamico di un bagliore artificiale che oscura il lume della luna»(1) sta già gettando lo sguardo alla cronofotografia e alla fotodinamica, utilizzate negli anni a venire da tutto il gruppo dei futuristi e che costituiranno un apporto fondamentale dell’artista al movimento.

Lampada ad arco, 1912. L’immagine, cc, è stata ricavata da Flickr al seguente link: http://farm6.staticflickr.com/5048/5262901514_a3e9298188_z.jpg

Il 1912 – nonostante ciò – è un anno fondamentale per l’artista che risiede per qualche mese a Düsseldorf e – tornato in Italia – espone in diverse mostre sul Futurismo. È infatti l’anno della sua «rivoluzione»(2) in direzione di una più consapevole appartenenza al movimento futurista che nelle sue opere mantiene pur sempre, però, una connotazione profondamente personale. Lo vediamo chiaramente in Bambina che corre sul balcone – opera tra le più note dell’artista – che, se confrontata con le coeve opere dell’allievo Boccioni, caratterizzate da un dinamismo violento e materico, appare calma, analitica, addirittura piacevole. La rappresentazione del movimento, infatti, è di tipo cronofotografico, come se l’artista impressionasse sulla tela – alla stregua delle sperimentazioni di Marey e Muybridge – «diversi istanti statici di una figura in movimento»(3). Sono gli anni in cui comincia a firmare le proprie opere utilizzando l’alias “FUTURBALLA” o “BALLA FUTURISTA” e cerca di comunicare al pubblico i risultati delle sperimentazioni futuriste anche in campo musicale; in opere come Velocità astratta + rumore – parte di un trittico ed oggi conservata presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia – si può notare già dal titolo, comprendente un segno matematico, l’influsso esercitato dalle riflessioni linguistiche di Marinetti, ma soprattutto si possono toccare con mano le ricerche portate avanti da Balla nei primi anni Dieci del Novecento riguardo la resa del suono tramite la pittura. L’artista rappresenta il rumore tramite linee a zigzag e segni incrociati: le cosiddette forme-rumore. La sensazione dinamica ed acustica è prodotta anche dall’espandersi di fasce cromatiche che si propagano nello spazio come onde sonore o luminose. Molto probabilmente Balla, in questo frangente, subì l’influsso delle ricerche di Luigi Russolo, altro noto esponente del Futurismo, che nel 1913 aveva pubblicato il libro l’Arte dei rumori.

Nel 1914 comincia a maturare un certo interesse per la moda ed un anno più tardi firma insieme a niente meno che Fortunato Depero il Manifesto della Ricostruzione futurista dell’Universo e viene arrestato durante una manifestazione interventista davanti alla Camera dei Deputati. Nel 1916 debutta come attore e partecipa in qualità di ideatore di alcune scene al film Vita futurista (regia di Arnaldo Ginna e testi di Filippo Tommaso Marinetti) e firma il Manifesto della Cinematografia Futurista; realizza, inoltre, le scenografie per lo spettacolo Feu d’artifice dei Ballets Russes, su musiche di Igor Stravinskij.

Dinamismo di un cane al guinzaglio. Image from artslife.com 
http://www.artslife.com/2016/11/05/giacomo-balla-vita-luce-e-velocita-alla-fondazione-ferrero/

Due anni più tardi assume la direzione insieme a Marinetti, Carli e Settimelli del settimanale “Roma Futurista” e negli anni Venti si concentra sull’arte applicata e decorativa. Nel 1931 firma il Manifesto dell’Aeropittura e nel 1935 viene nominato Accademico di San Luca. 

Dopo alcune sperimentazioni pittoriche in cui si percepisce lo “spettro” del Cubismo ed una sorta di cripto-astrattismo, dalla metà degli anni Trenta Balla si allontana definitivamente da ogni possibile tentazione in direzione astrattizzante e procede ad un personalissimo “ritorno all’ordine”. Dopo aver percepito l’inevitabile fallimento dell’idea generatrice del movimento futurista e non trovandosi più in sintonia con esso, inizia a compiere un’ulteriore metamorfosi; le sue opere ritornano ad avere come soggetto la figura umana; una scelta «estremistica»(4), come la definisce Flavio Caroli, ma profondamente in linea con la personalità dell’artista. Compie questo cambio di direzione in età ormai avanzata ed una sorta di stanchezza senile si inizia a percepire in tele come La fila per l’agnello, un dipinto dall’atmosfera cupa e commovente che – come molti altri realizzati in quell’arco d’anni – viene ritenuto da taluni anticipatore della “metafisica del quotidiano” che caratterizza opere di artisti delle generazioni successive alla sua, primo tra tutti Edward Hopper.

Nel 1926 si era trasferito presso Villa Ambroni in via Aldovrandi, ma  – pochi anni dopo – nel 1929, si sposta in via Oslavia dove resterà fino alla morte, sopraggiunta il 1° marzo 1958 in seguito ad una lunga malattia.

Ritratti come Autodolore del 1947 lasciano traccia, all’interno della sua produzione, di un’inquietudine che, se da un lato favorisce la variazione delle modalità espressive, dall’altra è sintomo di una solitudine che sembra aumentare man mano che l’artista va a caccia di una nuova forma di modernità.

(1) FLAVIO CAROLI, Il volto dell’Occidente, Mondadori, Milano 2012, p. 55.

(2) Ivi, p. 56.

(3) Ibidem.

(4) Ivi, p. 58.

BIBLIOGRAFIA

FABIO BENZI, Giacomo Balla, genio futurista, Electa, Milano 2007

ENRICO CRISPOLTI, Balla, Editalia, Roma 1975

MAURIZIO FAGIOLO DELL’ARCO (a cura di), Balla pre-futurista, catalogo della mostra (Roma, Galleria

dell’Obelisco, gennaio 1968), Bulzoni, Roma 1968

M. FAGIOLO DELL’ARCO, Futur-Balla, Electa, Milano 1990

GIOVANNI LISTA, Giacomo Balla, Edizioni Galleria Fonte dell’Abisso, Modena 1982

JOLANDA NIGRO COVRE, Note su Balla e Boccioni: temi e problemi, CLEUP, Padova 2004

FLAVIO CAROLI, Il volto dell’Occidente, Mondadori, Milano 2012

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