Che cos’è il cinema d’animazione? Verso l’animazione Disneyana.

di Alessandro Paini

Il periodo che va dagli anni ’20 agli anni ’30, che potremmo denominare post-McCay, è il periodo in cui gli Animation Studios americani si sviluppano, ingrandiscono e, sostanzialmente, si copiano a vicenda.

Questo sviluppo lo si deve a due innovazioni tecnologiche introdotte da Roul Barré: la perforazione standard dei fogli da disegno, e lo slash sistem (sistema che consiste nel tracciare una sola volta l’ambiente lasciando in esso lo spazio libero per le evoluzioni del personaggio, che viene inserito successivamente tramite fogli ritagliati su misura), innovazioni che permisero una riduzione del numero di disegni necessari per animare una scena e quindi dei tempi di realizzazione. In più, negli anni precedenti, si era ormai creato un pubblico che cercava sempre le stesse storie; semplici gag capaci di strappare facili risate in pochi minuti. Le narrazioni rimasero dunque deboli, influenzate da un modello attrazionale, con esiti non troppo lontani dal cinema sperimentale europeo. Personaggi come Felix the Cat di Pat Sullivan o Betty Boop dei fratelli Fleisher continuano ad essere strutturati secondo la narrazione di un inseguimento che si articola mediante un susseguirsi di gag motorie, spesso con finali aperti e sicuramente con la più assoluta assenza di morale.

Questi schemi narrativi non cambiano nemmeno con l’arrivo al cinema di Mickey Mouse in Steamboat Willie nel 1928, non solo il primo cortometraggio del famosissimo topo, ma anche il primo film d’animazione sonoro. Ma a parte l’introduzione del sonoro, di innovativo non c’è nulla, in quanto la parola, il rumore e la musica si aggiunsero senza mutarne i caratteri.

Ecco per voi la versione integrale

Il Mickey Mouse che tutti conosciamo era molto diverso nella sua prima apparizione, non era certo il bravo boy scout a cui ormai siamo abituati, ma un personaggio quasi negativo che tormenta altri animali per farli “suonare”. Il racconto rimane molto semplice e, come consuetudine dei primi cartoon, senza “finale felice”, con Topolino costretto a sbucciare patate nella stiva del vaporetto.

La prima comparsa del topo più famoso del mondo è da vedere come il primo di una serie di esperimenti che Walt Disney fa per far assumere al cinema d’animazione i caratteri del cinema fotografico. Al giorno d’oggi nessuno può dire se il suo obiettivo iniziale fosse questo, ma analizzando le sue opere dal 1928 al 1937, possiamo vedere i vari passaggi che portarono a questo cambio paradigmatico che è il cinema d’animazione disneyano. 

Walt Disney in questi anni si fa conoscere, sperimenta e scommette su qualcosa di sempre nuovo, aspetta che le tecnologie siano ultimate e che il pubblico sia pronto ad accoglierle.

“Si vedrà chiaramente come il disegno animato agli inizi degli anni 30’ si svilupperà notevolmente, affermandosi in un paio di decenni come un prodotto di sicuro successo commerciale e di larghissima diffusione. Walt Disney l’aveva compreso benissimo (in questa sua preveggenza risiede anche la sua superiorità sugli altri artisti e produttori dell’animazione americana) e impostò subito la sua produzione, sull’efficienza tecnica, sul decoro formale e sull’acquisizione dei più recenti ritrovati tecnici”.

Gianni Rondolino

Non si pensi che la produzione americana del periodo si fermi solo a Disney,  poichè nello stesso periodo si trovarono altre risposte a quello che stava diventando il modello Disneyano, e crebbero altri studi di produzione. Si potrebbe vedere anche la storia dell’animazione americana, come la serie di risposte anti-disneyane che nel tempo sono avvenute: dalla “scuola Tex Avery” alla DreamWorks, da Chuck Jones alla Pixar, passaggi tematici, tecnici e visivi che risentono sostanzialmente di quel passaggio enorme che intercorre da Steamboat Willie a Biancaneve e i sette nani, passaggio non solo dal cortometraggio al lungometraggio animato, ma salto dal modello attrazionale a quello naturalistico del cinema d’animazione.

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