La fantascienza di Villeneuve e la rivoluzione di Forman | Sotto le Stelle del Cinema

Una settimana all’insegna di film di ieri e di oggi. Vi proponiamo così una bellissima pellicola di fantascienza diretta dal regista canadese Denis Villeneuve e un film della fine degli anni’70 tra i capolavori di Milos Forman.

“ARRIVAL”

Martedì 24 luglio è il turno di “Arrival” del 2016, per la regia di Denis Villeneuve. Il terzo lavoro hollywoodiano del regista e il primo in cui tratta il tema fantascientifico (seguirà l’ottimo sequel di Blade Runner) sotto una lente comunicativa, distaccandosi di fatto da alcune tipicità del genere. Quando dodici misteriosi oggetti spaziali, poi denominati “gusci” per la loro forma ovulare, atterrano sul nostro pianeta, viene formata una squadra di élite scientifica per investigare sull’accaduto, a capo della quale troviamo l’esperta linguista Louise Banks (Amy Adams). Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks e il suo gruppo affrontano una corsa contro il tempo in cerca di risposte. Farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e anche quella del resto dell’umanità. Tutto il film è incentrato sul linguaggio e sull’impossibilità, almeno iniziale, di comunicazione tra l’uomo e una specie extraterreste, gli eptopodi, che utilizzano una tipologia di scrittura circolare (simboli d’inchiostro schizzati nell’aria), così come circolare è il loro modo di pensare e il loro rapporto con quel tempo che per noi risulta essere lineare. Villeneuve qui cita esplicitamente l’ipotesi di Sapir-Whorf (la lingua che si parla influenza direttamente il modo di pensare, per farla semplice), ed  ecco che lentamente alla Banks si rivela il vero dono degli alieni. Il regista degli “spazi” ci regala inquadrature degne di nota, oltre ad immagini e situazioni di grande efficacia, come quelle degli alieni e della loro “calligrafia”. Riesce a rendere palpabile lo spaesamento che si prova di fronte a un qualcosa che fino a un momento prima sembrava inimmaginabile e che, invece, si staglia maestoso davanti a noi. È da questo punto cruciale, quello del genuino senso di meraviglia spielberghiano e che, almeno nella prima parte, risultava possedere anche “Interstellar” di Nolan, che il lavoro di Villeneuve trae la sua forza. Il tutto è inoltre intriso di una suspense incessante che rende lo spettatore partecipante attivo delle vicende. “Arrival” si auto-sorregge grazie all’intelligenza e all’originalità dell’assunto di fondo, che vorrebbe ripensare quelli che sono i pilastri della civiltà e dell’evoluzione umana insieme al filo conduttore che ci rende appartenenti alla stessa specie. La pellicola, facendo dialogare una riflessione umanista e filosofica, si focalizza su due punti solo apparentemente lontani: la comunicazione tra specie così diverse e l’amore nella sua declinazione filiale. 

QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DEL CUCULO”

Giovedì 26 luglio andrà in scena “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) del 1975, per la regia di Milos Forman. Tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey del 1962, ci troviamo di fronte ad un film che ha scritto la storia del cinema, trattando un argomento nuovo e allo stesso tempo molto delicato: il disagio presente negli ospedali psichiatrici (il nido del cuculo del titolo si riferisce proprio a questo), denunciando il trattamento atroce a cui venivano sottoposti i pazienti delle strutture ospedaliere statali, verso i quali vigeva un atteggiamento discriminatorio, alimentato dalla paura dell’aggressività che caratterizza in qualche caso la malattia mentale. Ottiene molti riconoscimenti alla cerimonia degli oscar, infatti è uno dei tre film nella storia del cinema (insieme a “Accadde una notte” di Frank Capra e “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme) ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali (miglior film, miglior regia, miglior attore, miglior attrice, migliore sceneggiatura non originale). Con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” Forman realizza un connubio tra il suo stile anti-establishment e un nuovo registro che va incontro al desiderio di fruizione del pubblico americano. Pur essendo un film estremamente drammatico lo si può vedere come una sorta di “commedia ribelle”, per la rivolta dei malati psichiatrici guidati dal paziente McMurphy (Jack Nicholson): la fuga collettiva per andare a pescare, l’orgia notturna e la sfida gettata in faccia all’infermiera Ratched (Louise Fletcher). In realtà il film non è altro che la storia di una sconfitta; e tale resta anche se possiamo sempre chiamarla vittoria morale e sentirci fortemente partecipativi con la fuga verso la libertà dell’indiano Chief. Il film quasi ignorava la realtà della malattia mentale e faceva dei pazienti un gruppo di personaggi teneri e stravaganti, guidati dalla personalità dirompente di McMurphy. Per curarli non servono né le pillole dell’infermiera Ratched né le sedute di psicoterapia, quel che ci vuole è guardare le World Series in tv, andare a pesca, giocare a basket, ubriacarsi e farsi una bella scopata. Non può essere considerato un racconto sulla follia, ma la ribellione di uno spirito libero in un sistema chiuso. L’infermiera, così inflessibile e sicura delle proprie ragioni, rappresenta questa sorte di gabbia e McMurphy, vuole liberarsi da questa per poter essere se stesso. Per concludere la performance di Jack Nicholson è uno dei punti alti in una lunga carriera costellata di successi.


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