Giuseppe Pelizza da Volpedo e il quarto stato | I Maestri dell’Arte

Di Marco Grilli

Nel mondo della nostra contemporaneità la costante lotta di potere tra la classe agiata e quella operaia sembra essere definitivamente cessata, o meglio si è trasformata in una discussione globale, che viaggia attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. Il mondo è cambiato così come cambiato è il modo di rappresentare gli antichi valori e le antiche credenze nel quotidiano.

Ma non troppo tempo fa, precisamente nel 1901, un pittore italiano noto come Pellizza da Volpedo, decise di rappresentare “il quarto stato”, un’opera frutto di una evoluzione nel tempo, che porta un nutrito gruppo di braccianti a marciare in piazza in segno di protesta. Un’opera apparentemente calma e rassicurante, che non vuole affatto incitare alla violenza (alla quale oggi spesso si ricorre), ma che vuole anzi mettere in scena i valori di una classe operaia sfruttata e non adeguatamente riconosciuta, desiderosa di essere equiparata a quel ceto borghese che tanto aveva ma poco produceva.

Ma chi era Pellizza da Volpedo e perché realizzò quest’opera?

Immagine cc ricavata da wikipedia alla voce dell’artista

Nato nel 1868 a Volpedo (Alessandria) Giovanni Pellizza da Volpedo fu un pittore italiano formatosi all’Accademia di Brera, che decise di proseguire i suoi studi a Firenze e a Roma, dove conobbe i grandi Maestri del tempo quali Giovanni Fattori, grande esponente del movimento dei Macchiaioli, che gli insegnò la sua visione del mondo dalla quale Pellizza rimase affascinato ma non completamente soddisfatto. Non a caso decise di terminare il suo apprendistato all’Accademia di Bergamo, effettuando anche due viaggi a Parigi per conoscere l’arte del mondo.

Una formazione, questa, che fece crescere in lui il desiderio di approfondire il mondo del realismo, sottolineando quelle che erano le tematiche sociali e contadine, sempre più persistenti a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Ma il suo primo approdo nel mondo dell’arte si ebbe a seguito dei grandi divisionisti quali Segantini, Morbelli e Previati che sin da subito apprezzarono la potenza espressiva di opere quali Sul fienile (1893) e Speranze deluse (1894), opere intense e vibranti di luce, ottenute con uno studio attento e preciso della distribuzione delle forme e dell’ambiente, sapientemente confermato in altri capolavori successivi quali Panni al sole (1894-1895).

Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo

Il Quarto Stato. Fotografia cc ricavata da wikipedia al seguente link: https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pellizza_da_Volpedo#/media/File:Quarto_Stato.jpg

Ma la tematica sociale era ancora lì, nella sua mente, pronta per essere finalmente rappresentata sulla tela, come lui suggerito anche dall’amico Morbelli, da sempre ammiratore del Pellizza da Volpedo per la sua forza espressiva e precisione concettuale e spaziale.

Fu così che finalmente, qualche anno dopo attorno al 1901, nacque Il Quarto Stato, sua opera più nota, globalmente riconosciuta come un capolavoro realistico e simbolico, realizzato a cavallo tra i due secoli del cambiamento. Qui l’artista riesce ad andare oltre e a superare il realismo arricchendolo di simbolismo, non nascosto né mitigato attraverso attributi o immagini, ma espresso attraverso i personaggi stessi, dei braccianti chiaramente riconoscibili, che silenti marciano verso lo spettatore, in uno spazio ampio non ben connotato, annunciando la loro esistenza e la loro volontà di entrare nel mondo della borghesia, dove si decide la loro sorte e si sfrutta il loro duro lavoro.

Ma cosa raffigura, nel dettaglio, Il Quarto Stato? Nato dall’evoluzione artistica ed emotiva di due opere precedenti (intitolate Ambasciatori della fame e Fiumana), Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo raffigura una marcia non violenta ma lenta e solenne: come ben afferma Gabriella Pelissero in un suo approfondimento sull’opera, Pellizza da Volpedo aveva come chiara intenzione quella di dare vita a “una massa di popolo, di lavoratori della terra, i quali intelligenti, forti, robusti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone per raggiungere luogo ov’ella trova equilibrio”. Ma non nasce dal nulla, anzi come già sottolineato è il frutto di due capolavori precedenti, dove l’artista era interessato solo a disegnare una manifestazione di strada. Qui, invece, Pellizza vuole celebrare l’imporsi della classe operaia, il “quarto stato” per l’appunto, a fianco al ceto borghese.

In primo piano, davanti alla folla in protesta, sono definiti tre soggetti, due uomini e una donna con un bambino in braccio. La donna, che Pellizza plasmò sulle fattezze della moglie Teresa, è a piedi nudi e invita con un eloquente gesto, quasi straziato dalla fatica e dal dolore ma pur sempre grintoso, i manifestanti a seguirla. A destra procede il protagonista, un “uomo sui 35 anni, fiero, intelligente, lavoratore” (come affermò lo stesso Pellizza) che avanza con disinvoltura, forte della compattezza del corteo. Alla sua destra vi è un altro uomo che cammina muto, pensoso. La quinta costituita dal resto dei manifestanti si dispone sul piano frontale: quest’ultimi rivolgono lo sguardo in più direzioni, suggerendo di avere il pieno controllo della situazione, tanto da compiere gesti naturali e non forzati, come se fossero loro stessi convinti di avere il controllo del pennello dell’artista. 

Un’opera che seppur nella sua “classicità” è capace di evocare brutalmente una situazione molto realistica, quale può essere una manifestazione di strada. È in questo modo che Pellizza da Volpedo fonde armoniosamente i valori dell’antica civiltà classica con quelli della contemporaneità, questa volta consapevole dei suoi diritti civili.

La sua produzione artistica non si ferma, ovviamente, a questo capolavoro ma continua a prosperare nel tempo, dando vita a opere simboliste quali Il roveto (1902) e a opere divisionisti su stampo balliano quali Il sole nascente (1904).

Una vita, la sua, dedicata alla formazione artistica e allo sviluppo di un nuovo pensiero dell’arte, volto alla denuncia sociale come già grandi Maestri del passato avevano saputo fare: di certo i suoi due viaggi a Parigi gli avranno permesso di scorgere La Libertà che guida il Popolo di Eugène Delacroix, dove la forza rivoluzionaria della rivoluzione non è soltanto un gioco di parole, ma una realtà realizzata.


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