“GOYA. Follia e ragione all’alba della modernità”. Un viaggio nel sublime grottesco. La mostra di Pavia al Castello Visconteo.

Testo di Alessia Branzoni

Nella splendida cornice del Castello Visconteo di Pavia, da marzo è possibile visitare una mostra dedicata a Francisco Goya, grande personaggio ed artista spagnolo, vissuto a cavallo tra ‘700 ed ‘800, conosciuto soprattutto per opere come la “Maja desnuda”, “Il 3 maggio 1808” ed “il Saturno che divora i suoi figli” (tutti conservati al Museo del Prado, Madrid). In questo caso però la pittura viene accantonata lasciando spazio ad una arte un poco più di nicchia. Il pensiero collettivo infatti scommette maggiormente su opere dall’impatto sicuro ed immediato, capacità che viene attribuita primariamente alla pittura ma.… esiste anche qualche eccezione che conferma la regola. Quelle che, infatti, si incontrano nella sala del Castello Visconteo, chiamata “Rivellino”, sono opere meno conosciute ma altrettanto affascinanti, realizzate dall’artista con le tecniche dell’incisione (acquaforte, acquatinta, puntasecca e bulino) eseguite con assoluta padronanza come si può riscontrare dalle ombreggiature e sfumature in grado di fare invidia ad un acquarello. 

La mostra di Pavia deve la sua realizzazione ad una collaborazione con il Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo (RA), dove la stessa era stata presentata nel 2017. Si apre in una carrellata di tavole a creare l’effetto di una esplosione ordinata che investe l’osservatore appena entrato in sala. L’allestimento gioca su colori prettamente neutri, scelta tattica in grado di valorizzare nel migliore dei modi il brillante nero dell’inchiostro da incisione. Poche sono infatti le distrazioni, a parte il video introduttivo appena varcata la soglia. La sua musica accompagna in modo ininterrotto tutta la visita, fungendo anche da gradevole sottofondo. Le tavole sono sistemate secondo un ordine numerico, come se si stesse seguendo un libro da sfogliare e ad ogni tavola corrisponde una breve descrizione collocata all’interno di una miniguida data in dotazione all’acquisto del biglietto.

Sono ospitate più di 200 incisioni, capolavori sinistri e visionari, suddivisi in quattro macrotematiche:
I capricci, i disastri della guerra, la tauromachia e le follie.

Nei primi ’80, Goya condanna una varietà estesa di vizi, situazioni, superstizioni rivelando la sua posizione di denuncia verso le azioni compiute dalla nobiltà, dal clero ed anche dagli stessi borghesi che dovevano essere rappresentanti del lume della ragione in mezzo ad un buio ormai superato e retrogrado. La raccolta, messa in vendita per la prima volta nel 1799 (ma verrà presto ritirata a causa del tribunale dell’inquisizione) mostra volti deformati dall’avidità, donne lascive e gelose, streghe neofite e religiosi viscidi. Nessuno si salva dal giudizio severo dell’artista, che riduce gli uomini in mostri corrotti dai vizi e dall’avarizia, e le donne in furbe arriviste o in merce di scambio. Anche la stessa ragione viene messa sul banco degli imputati e tra cavadenti, prostitute e processi dell’inquisizione spicca “il Sonno della ragione genera mostri”. Il titolo ha una doppia valenza, ed anche l’Illuminismo sembra avere dei limiti.

Continuando si incontrano poi i “Disastri della guerra”, dove tutto viene illustrato senza alcuna censura. Le crudeltà indicibili avvicinano gli uomini a delle bestie che non hanno pietà per i propri simili. Anche se i tratti delle incisioni sono neri, queste tavole sembrano riuscire a rendere comunque l’idea del bagno di sangue, mettendo in mostra tutto l’orrore della guerra civile spagnola. Sembra quasi poter udire le urla strazianti della vittima mentre l’aguzzino infierisce senza scrupolo alcuno. Nella violenza non c’è differenza tra buoni e cattivi, solo atrocità.

Per fortuna un poco più leggera nei toni invece è la tauromachia (1815 ca.), un ciclo di incisioni dedicate alla corrida, di cui Goya era un grande estimatore, tanto da percorrere le strade abbigliato da torero con tanto di mantello, cappello a falda larga e spada. Quello che realizza è quasi una “fotografia” delle arene e del travolgente spettacolo dove il torero però viene elevato ad eroe mitologico.

Dopo questa breve parentesi ci si avvia a concludere la visita circondati dalle “follie”, le famose pitture nere della “Quinta del sordo” (1816-19 ca.). In questa fase Goya da sfogo a tutte le sue visioni. La realtà viene completamente abbandonata lasciando spazio al turbamento e a tutti i suoi incubi, dove i deliri vengono personificati in individui grotteschi dalla difficile interpretazione. Delle follie fa parte l’immagine simbolo della mostra, più precisamente “La follia della stupidità” dove un buffone dalle dimensioni esagerate si dimena e fa festa in maniera quasi demoniaca, spaventando e mettendo a disagio chi lo osserva.

Se si pensa che varcata l’uscita, i personaggi deformi e le inquietudini verranno lasciate alle spalle, ci si sbaglia. D questa esperienza si può evincere che Goya con il suo modo di rappresentare le più nascoste e recondite alterazioni del nostro essere, sia un grande precursore di artisti visionari e di denuncia come lo saranno quelli della Die Brucke, l’espressionismo tedesco e Francis Bacon, ma anche un profeta della società che ancora ora non è stata in grado di smentirlo totalmente.

Curatori della mostra: Patrizia Foglia (storica dell’arte) e Diego Galizzi ( direttore del Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo).

Siti per informazioni utili:
http://www.museicivici.pavia.it/index.html
http://www.vivipavia.it/site/home/eventi/goya.html


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