Esperienze di luce: James Turrell | Cap. 3

di Marta Magi

James Turrell, nato nel 1943 a Los Angeles negli Stati Uniti, studiando presso il Pomona College si è avvicinato alla psicologia percettiva, alla matematica e all’ottica che hanno influenzato profondamente il suo lavoro. È considerato uno dei principali esponenti del movimento “Light and Space”, sviluppatosi in California a partire dagli anni sessanta. La caratteristica principale del lavoro degli artisti di questo movimento, che oltre a Turrell include, tra gli altri, Robert Irwin e Doug Wheeler, è l’attenzione ai fenomeni percettivi, con una particolare enfasi sull’impiego della luce come materiale. L’intento principale di Turrell che lo differenzia dagli altri Light artists è quello di voler fare della luce stessa, arte. Una delle sue ricerche si basa sulla deprivazione sensoriale attraverso lo smarrimento che favorirebbe uno stato di visione riflessiva che l’artista chiama “vedere voi stessi vedere”, in cui lo spettatore si renderebbe conto della funzione dei suoi sensi e della luce come sostanza tangibile. Queste attenzioni percettive sono accumunate da un profondo sguardo rivolto verso il mondo naturale e un interesse ad orientare il suo lavoro intorno eventi celesti, atmosfere magiche e simboliche.

A partire dagli anni settanta Turrell si è dedicato alla realizzazione di progetti ambiziosi; nel 1973 ha dato inizio ad una serie di lavori intitolati Skyspaces.

Queste opere consistono in strutture architettoniche, autonome o integrate in architetture preesistenti, talvolta plasmate a memoria di piccoli mausolei, realizzate con lo scopo di incorniciare un frammento di cielo. In queste opere viene creata un’apertura sul soffitto, rotonda, ovale o quadrata, la quale, con l’ausilio di luci artificiali che creano atmosfere magiche attraverso la modulazione di colori in più sfumature, invita alla contemplazione di ciò che ci sovrasta. 

Sono molte le opere realizzate dall’artista che meriterebbero una riflessione accurata intorno all’uso della luce ma quella che più di tutte si avvicina al connubio luce-arte-natura è sicuramente l’opera per eccellenza dell’artista americano.

James Turrell, cc, by Daniel X O’Neil, Link: flickr.com

L’opera in questione è stata presentata a Los Angeles solo grazie a una serie di fotografie, progetti, plastici e video, è rappresentata da un lavoro ancora incompiuto, iniziato nel 1979. 

Nel 1974, Turrell, dopo aver trascorso sette mesi attraversando il West americano in un piccolo aereo alla ricerca di un luogo adatto per la realizzazione di un progetto paesaggistico si è imbattuto nel Roden, il cratere di un vulcano ormai spento situato nel deserto dell’Arizona. L’artista dopo averne studiato posizione, morfologia e struttura, lo sta lentamente trasformando nel più grande osservatorio celeste mai realizzato, il Roden Crater Project.

Turrell, in collaborazione con architetti, ingegneri, geologi e astronomi americani, ha iniziato l’elaborazione di una serie di camere ipogee per lo più sotterranee e passaggi meticolosamente orientati intorno agli eventi celesti, consentendo una diretta e profonda esperienza di connessione col sole, la luna e le stelle. Ispiratosi a complessi monumentali antichi quali la città di Machu Picchu, Turrell ha scelto il Roden Crater perché situato in un luogo incontaminato, lontano dalla civiltà, per ciò fuori dal tempo. Il Roden Crater è la più grande manifestazione del lavoro di Turrell, situato in un luogo archetipico, dove si può sperimentare la potenza radiante della luce naturale, circondato da un antico paesaggio avvolti nel silenzio. Una volta completato, il progetto sarà un enorme osservatorio ad occhio nudo. 

In un’intervista rilasciata in occasione della mostra AISTHESIS –All’origine delle sensazioni, svoltasi a Varese, tra il 2013 e il 2014, Turrell ha spiegato che per lui la luce è parte della nostra alimentazione. “La nostra pelle assorbe la luce e il nostro organismo la assume sotto forma di vitamina D, ciò significa che siamo coinvolti fisicamente dalla luce, che essa, attraverso il corpo umano, da immateriale si trasforma in materiale”. Questo è ciò che accade anche all’interno del Roden Crater: la luce viene incanalata e assorbita per essere esperita dall’uomo, per diventare un qualcosa di materiale, di contemplabile, quasi tangibile.

J. Turrell, cc, by joevare, flickr.com

Molti sono gli elementi che accomunano il fare artistico di James Turrell e Olafur Eliasson. Come si è potuto leggere dalle righe soprastanti, entrambi sono interessati a rendere le loro opere un momento di condivisione di un’esperienza sensoriale fortemente emotiva, spesso chiamando il pubblico a giocare con l’opera stessa, con le provocazioni e i tranelli che essa propone, a muoversi all’interno di essa e vivere lo spazio che la costituisce. Entrambi si avvalgono di equipe di tecnici, ingegneri e scienziati preparatissimi, garantendo uno scambio interdisciplinare che dà valore alle corrispettive opere. Se però questo sforzo di mettere in relazione arte, scienza, tecnologia e persone per Eliasson è un esperimento di integrazione e relazione sociale (e se vogliamo anche politico), Turrell ci offre un’opportunità di osservazione e introspezione più intima e personale. Le installazioni di Eliasson sono per la maggior parte opere pubbliche, fruibili da chiunque, mentre le opere di Turrell spesso sono destinate a commissioni private, o se pubbliche sono godibili a piccoli gruppi, creando code lunghissime fuori dai musei, ma con il preciso scopo di garantire il più possibile un’esperienza unica e sentita dal singolo. Questa distinzione spiega anche la modalità con cui i due utilizzano la luce. Eliasson ci attira con le sue luci artificiali, crea illusioni perché, riproponendo il più fedelmente possibile elementi naturali, utilizza l’illuminazione come una delle tante componenti della sua poetica artistica, ma di fatto la sfrutta ancora come medium artistico. Egli impiega un approccio etico e a basso impatto ambientale nell’uso dell’energia; pertanto impiega luce elettrica ottenuta da fonti pulite e rinnovabili che usa per realizzare ogni componente delle sue installazioni e con essa illumina i suoi spettatori cercando di avere un impatto visivo ed estetico.

L’ intento di Turrell è molto diverso, fin dagli albori della sua carriera il suo obiettivo è stato quello di restituire la fisicità della luce caricata di una grande qualità emotiva e spirituale. Nelle sue opere lo spettatore non ha altro stimolo se non quello di osservare e lasciarsi pervadere da luci soffuse (il cui meccanismo viene il più possibili celato alla vista del fruitore), dalle emozioni che lo assalgono. Il contatto con la natura in Turrell è molto più diretto, soprattutto in installazioni come gli Skyspaces o come nelle camere di Roden Crater Project dove, come abbiamo già detto, è la luce naturale che si manifesta al visitatore e lo investe, rendendolo spettatore di uno spettacolo la cui essenza è ultraterrena mentre di mano umana è solo lo scrigno che incanala tale essenza simbolica.

BIBLIOGRAFIA DEGLI ARTICOLI “ESPERIENZE DI LUCE”:

Bibliografia:

  • ADCOCK CRAIG, James Turrell. The Art of Light and Space, University of California press, s.l., 1990
  • SAMBONET GUIA (a cura di), James Turrell:dipinto con la luce, F. Motta, Milano 1998
  • DE ROSA AGOSTINO (a cura di), James Turrell: geometrie di luce: Roden Crater project, Electa, Milano, 2007
  • SHANKEN EDWARD, Art and the electronic media, Phaidon press, Londra, 2009
  • SIMANOWSKI ROBERTO, Digital Art and meaning. Reading Kinetic Poetry, Textmachines, Mapping Art, and Interactive Installations, University of Minnesota press, s.l., 2011
  • CRISPOLTI ENRICO, Come studiare l’arte contemporanea, donzelli editore, Roma 1997 [2012]
  • RIOUT DENYS, L’arte del ventunesimo secolo. Protagonisti, temi, correnti, Piccola Biblioteca Einaudi, 2002 [2013], [Qu’est-ce que l’art moderne?, 2000]

Sitografia:


Attenzione: l’immagine in copertina, cc, è stata ricavata da un sito terzo. Link: J. Turrell, cc, by Ed Schipul, flickr.com


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