Eugenio Donato: l’arte sintropica.

Testo di Penelope Filacchione

Sintropìa: grandezza fisica inversa dell’entropia, caratterizzante fenomeni biologici, che sarebbero regolati da un principio di finalità, tendendo a originare sistemi sempre più ordinati e differenziati”

(Aldo Gabrielli, Vocabolario della Lingua Italiana)

E’ lecito appropriarsi di una definizione della filosofia della scienza parlando di arti visive?

Sì, se per l’artista in questione le due discipline sono profondamente interconnesse.

Le opere di Eugenio Donato indagano i fenomeni fondamentali dell’esistenza: dal Big Bang ai sommovimenti tellurici, il cosmo, che desideriamo raccontarci statico e immutabile e che, invece, è in continuo movimento. Le nostre esistenze sono una frazione di tempo in confronto alla continua evoluzione universale, che si manifesta a volte con violenza devastante, per la quale cerchiamo invano una ragione plausibile.

Paradossalmente la conoscenza non ci tranquillizza.

Ogni risposta genera mille domande e la strisciante inquietudine dell’unica consapevolezza: tutto volge all’Entropia.

Non ci resta allora che tentare di dominare il Caos, appropriandocene, cercando la bellezza e l’armonia proprio laddove sembra impossibile.

In definitiva, il lavoro di Eugenio Donato consiste in questo: è un tentativo di  governare la materia e gli elementi, guidando la casualità con tenace determinazione. L’osservazione delle forme e dei fenomeni, la curiosità, la lunga progettazione, lo scontro intellettuale e fisico con una materia non sempre docile, sono le componenti fondamentali del suo percorso artistico.

Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dalla ruggine al fossile, dal carbone alla polvere di ferro, dall’argilla al legno, nessun materiale, nella sua natura di elemento dell’Universo, è indegno di essere indagato e sperimentato.

Ogni lavoro viene quasi maltrattato: l’artista sottopone la “sua” materia alla degradazione del fuoco, alle esplosioni, alle ossidazioni, agli agenti atmosferici, all’attacco dei micro organismi, allo stress meccanico, fino a rischiarne la perdita definitiva (e, a volte, perdendola sul serio).

Le ferite inferte lasciano cicatrici insanabili, tracce gelosamente custodite del lungo processo di creazione, frutto dell’azione combinata delle mani e del tempo. Ogni opera è necessariamente unica, perché conseguenza di una interazione spericolatamente calcolata tra l’artista, la materia e gli elementi, serializzabile ma non ripetibile. Esattamente come gli esperimenti di laboratorio, che mutano ogni volta seppur in misura infinitesimale, esattamente come la vita, che conserva ostinatamente una traccia di originalità anche nella clonazione.

Perché, appunto, la Natura conserva sé stessa e riprogetta ogni volta il proprio fine.

Per Eugenio Donato la sete di infinito si placa nella musica, che matematicamente ricostruisce al proprio interno una tensione armonica, una equazione che aspira alla perfezione.

Da essa nascono gli Asintoti, grandi iperboli che tendono indefinitamente alla retta senza mai raggiungerla, esattamente come l’Uomo cerca nel mondo un ordine e una ragione che continuamente sfuggono al suo intelletto.

Non resta allora che seguire il flusso della Natura e cogliere in essa quei frammenti di perfezione, ripensando noi stessi come particelle di un disegno più grande del quale, sintropicamente, facciamo parte.

Eugenio Donato ha iniziato a giocare con la materia fin dall’infanzia a Firmo (CS), accompagnando il padre artigiano: da allora, e per lungo tempo, ha lavorato da autodidatta, impegnandosi invece negli studi scientifici. Approdato nel 2007 alle Scuole d’Arti e Mestieri del Comune di Roma, ha trovato maestri che hanno saputo valorizzarlo nelle sue due passioni. Da allora ha conseguito numerosi riconoscimenti in concorsi prestigiosi, ha esposto in diverse occasioni ed è stato pubblicato, tra l’altro, nella rivista “Arte” e nel Catalogo dell’Arte Moderna (ed. 2015) della Mondadori.


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