INSIDE OUT | LA TRASMISSIONE DELLA REALTÀ ASTRATTA

Testo di Alessandro Paini

La prima frase di Inside Out è: “Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi che cosa gli passa per la testa?”. Sicuramente non c’era frase più azzeccata per iniziare un film ambientato nella mente umana!

In Pixar questa domanda se l’erano posta più volte, già vent’anni fa, quando , con Toy Story, decisero di mostrarci il pensiero di un bambino (e quello dei suoi giocattoli) quando gioca. Altrettanto accade in Alla ricerca di Nemo, in cui viene immaginato il pensiero di alcuni pesciolini rinchiusi nella prigione dorata di un acquario casalingo. Lo stesso Pete Docter, regista e sceneggiatore, ci avrà pensato quando ha deciso di mostraci il perché dei mostri dovrebbero spaventarci in Monsters & Co.

“Cosa ti passa per la testa?” è in sostanza la domanda chiave per comprendere tutta la filmografia Pixar e Inside Out diventa centrale per capire questo procedimento, in quanto nel film non vengono più analizzati i pensieri di oggetti, animali o mostri, ma i nostri: viene introdotta la psiche umana, mostrandoci immagini che non hanno forma, come la memoria, il subconscio e il pensiero astratto.

Come analizza Roy Menarini il concetto di visibilità e ben rappresentato da due film: Blade Runner e Titanic. “Il passaggio da Blade Runner a Titanic è anche il processo di trasformazione nella rappresentazione della tecnologia, coagulato intorno a due opere talmente rappresentative da aspirare tutto il pulviscolo territoriale che sta loro intorno.

Un sequenza del lungometraggio Pixar che merita una grande attenzione è quella del pensiero astratto. Dopo essersi smarrite nella memoria a lungo termine di Riley, Gioia e Tristezza, incontrano l’amico immaginario di Riley, Ding Bong che decide di aiutarle a raggiungere il quartier generale del cervello e gli consiglia una scorciatoia attraverso quello che sembra un grosso stabilimento industriale. Tristezza, parlando con Gioia, ci informa che è pericoloso passare per il fabbricato, in quanto sede del pensiero astratto. Non curanti delle preoccupazioni di Tristezza i tre compagni si addentrano all’interno dello stabilimento, che accidentalmente si accende.

Cosa succede se tre immagini perfettamente formate e realistiche entrano nel pensiero astratto? Per la Pixar e Pete Docter è semplice! Le immagini si degradano attraverso quattro stadi: frammentazione non oggettiva, destrutturazione, bidimensionalità, non figuratività. Chiaramente per poter fare ciò bisogna partire dalla condizione che l’immagine sia più che reale, addirittura tangibile.

Così è possibile rilevare, come esprime il Professor Michele Guerra nel suo libro Lo Schermo Empatico, che la prima preoccupazione per chi vuole costruire immagini virtuali credibili è «di trasmettere allo spettatore un realismo percettivo che viene acuito dai valori tattili degli oggetti o dei corpi virtuali riprodotti». Se i personaggi di Inside Out non possedessero questa caratteristica, sarebbe impossibile destrutturarli rendendo espliciti i quattro stati individuati prima, e questo in Pixar lo sanno da tempo. In Toy Story avevano già la consapevolezza di ciò che un’immagine virtuale ben costruita è in grado di trasmettere.

Fotografia di Loren Javier, cc. Original link: https://www.flickr.com/photos/lorenjavier/3780461426

Come dimostra Jennifer Baker “Toy Story provoca una reazione nostalgica negli spettatori adulti stimolando in modo sensuale i ricordi d’infanzia che sono trattenuti sulla loro pelle. Lo spettatore americano di una certa età ricorderà le sensazioni di quei soldatini di plastica verdi.”

A più di vent’anni da Toy Story si è riusciti a restituire le stesse sensazioni di credibilità tangibile per le figure umane in carne ed ossa. E come afferma Guerra « Il digitale è, ad oggi, l’ultima tappa del antropomorfismo applicato alle tecnologie del cinema»

Tutti i film Pixar rendono reale l’impossibile attraverso un chiaro uso dell’immagine virtuale che è tutt’altro che nascosta. Afferma Tommaso Ceruso: “Il cinema Pixar si professa, fin dall’incipit, ricostruzione della realtà e sua allegoria. La sua artificiosità è apertamente dichiarata ma ciò non fa che essere una realtà parallela in cui lo spettatore può avventurarsi poiché il mondo che vede è totalmente differente, eppure uguale al suo. Mostri, supereroi e macchine da corsa come noi guardano la televisione, come noi sono trascinati dal caso a vivere storie fantastiche pregne di una magia ben lontana da quella delle fate e delle lampade magiche, la magia di un quotidiano rivestito dei colori della virtualità.

Cosi da ormai vent’anni in Pixar utilizzano questo processo per giocare con i temi e gli oggetti più disparati: macchine da corsa, giocattoli, robot, mostri vengono trasportati nella nostra realtà e, grazie all’immagine virtuale, non c’è più bisogno che sia lo spettatore ad essere trasportato nel mondo del meraviglioso, ma sono loro a divenire reali e tangibili. Inside Out è l’ultimo gradino esplorato e, dopo la visione, sembra chiaro che questa tematica sia il fulcro di tutto il cinema Pixar.

Scavando nella psiche umana Pete Docter da forma al nostro pensiero, al nostro modo di ragionare, al nostro modo di vedere le immagini e di capirle. Un cortocircuito che sembra proprio essere il centro della poetica Pixar e della nostra capacità di riformulare la  realtà partendo da immagini che reali non sono.

 

Attenzione: L’immagine in copertina è stata realizzata da BagoGames, cc. Link: https://www.flickr.com/photos/bagogames/19995797742


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