Intervista a Stefania Guerra Lisi, ideatrice del metodo della Globalità dei Linguaggi, artista e docente di Discipline della Comunicazione all’Università di Roma.

Intervista a cura di Maristella Angeli

 

Stefania Guerra Lisi

Artista e docente di Discipline della comunicazione all’Università di Roma, ideatrice del metodo della Globalità dei Linguaggi. Di questo metodo, che ha presentato in vari libri, saggi e convegni, ha fondato scuole triennali a Roma, Firenze, Torino, Napoli, http://www.centrogdl.org

Maristella Angeli: La sua esperienza è ricca di importanti traguardi, obiettivi raggiunti rilevanti. Iniziamo dalla sua formazione artistica. Quanto è stata significativa?

Stefania Guerra Lisi: “Sinestesi-musicalità” potrei chiamare questa particolare inclinazione, che mi ha indirizzato da ragazzina verso studi artistici (Liceo artistico, Accademia Belle Arti) e poi a una ventennale attività d’insegnamento di Disegno e Storia dell’Arte nelle scuole superiori. Un’inclinazione sfociata in uno scambio di quasi quarant’anni con artisti d’ogni tipo: scultori, pittori, scenografi, musicisti, danzatori, registi, nell’habitat ‘magico’di via Margutta a Roma. Uno scambio che mi ha aiutato a integrare la mia ricerca artistica con la crescita di mia figlia Elvira, handicappata grave, ora di 55 anni.

Tra quegli artisti sento di dover ringraziare in particolare Pericle Fazzini ed Edgardo Mannucci per l’iniziazione (negli anni 1957-60) al rapporto con la materia: la cera, la creta, il legno, il gesso. Allieva entusiasta di imparare le tecniche del calco, conservo tuttora lo stupore dell’impronta, del segno rilevabile con il suo contrario; uno stupore che ha marcato la mia esistenza proprio nei momenti più difficili.

Queste vicende personali mi hanno permesso di capire quante risorse comunicative in più offra un ambiente creativo in varie direzioni artistiche, privo di conformismi, aperto alla diversità come massima credenziale dell’Essere. Un ambiente così è stato determinante per il superamento di atteggiamenti di autismo, svalutazione di sé, come nel caso di mia figlia e – ora posso dirlo – di tanti altri casi, definiti comunemente patologici, e invece ricchissimi di risorse speciali creative; un fenomeno, questo, tanto frequente che mi verrebbe quasi di pensare a una «caratterialità artistica».

Una profonda fede nell’«opposto implicito», che l’arte mi aveva insegnato, mi ha soccorso nel momento in cui Elvira, con una diagnosi di tetraplegia spastica e autismo, sembrava esprimersi solo «al negativo» in autolesionismi e rifiuto della comunicazione – quasi certamente in reazione all’assillo riabilitativo (Doman, Delacato, Voita…) al quale la sottoponevo, nella mia ansia alimentata dalle istituzioni.

M.A.: Una ventennale attività d’insegnamento di Disegno e Storia dell’Arte negli Istituti secondari di 2° grado. Come ricorda questo periodo?

S.G.L.: Con grande piacere, perché ho avuto l’occasione di lavorare con adolescenti (future insegnanti Montessori) seguendo anche i loro tirocini nella Case dei Bambini e ai tempi avvicinandoli all’atelier nella Mostra “Le mani guardano” (1978) alla Galleria d’Arte Moderna in cui avevo allestito con loro e studenti dell’Accademia di Belle Arti un Tunnel Plurisensoriale da attraversare al Buio, per l’Integrazione dei non vedenti.” Inoltre ho potuto proporre collegamenti con l’Università facendo seminari nel periodo della “pantera” a Psicologia a Roma Tre dove insegnavo ad Educatori di Comunità. Abbiamo potuto così organizzare le prime esperienze di “A scuola con il Corpo” e di Teatro Sperimentale conoscendo in Animazione in borgata Lucio Lombardo Radice che appunto ha presentato il mio primo libro nel 1981 (anno dell’handicappato): “Comunicazione ed Espressione nella Globalità dei Linguaggi”.

M.A.: Importanti intuizioni come quella della “memoria del corpo”, radice dell’inconscio, ed il nucleo arte-handicap l’hanno spinta ad approfondire i suoi studi. Come ha compreso quali erano le scelte necessarie? 

S.G.L.: Ritornare indietro è andare sempre più avanti.

In questa affermazione Taoista è racchiuso il segreto dell’Essere in senso psicofisico, e la necessaria integrazione nello spazio e nel tempo, condizione primaria dell’Esistere.

L’uomo, proprio perché effetto, creatura, materializzazione delle leggi spazio-temporali, ha geneticamente in sé le premesse di sopravvivenza, intesa come capacità di interazione con l’ambiente. Le infinite soggettive modalità esistenziali, anche nei casi più patologici, vanno innanzitutto riconosciute come capacità innate di accomodamento secondo queste leggi.

Tale capacità fa sì che quando è impossibile, per blocchi traumatici, procedere in avanti, la strategia esistenziale è la permanenza o la regressione a fasi primarie. Per questo, in campo educativo o rieducativo, ritengo così importante la convinzione di questo processo naturale, che lascia sempre spazio alla possibilità di ricominciare.

Anche nei casi più gravi questa modalità di sopravvivenza è da intendersi come attesa di un risveglio del processo evolutivo. Ciò è metaforicamente inteso in tante fiabe, miti, giochi (dell’oca, del serpentone…), in cui l’Eroe, che riguarda per incertezza al cammino percorso, torna automaticamente al punto di partenza, o perde la propria meta, o una parte di sé (come Orfeo destinato poi allo smembramento), o cade, in altri casi, temporaneamente in un sonno-morte apparente, da cui può essere risvegliato solo da un evento affettivo esterno (la Bella Addormentata…). Allo stesso modo, nei riti di iniziazione, l’identità sociale viene conquistata con un simbolico rientro nella madre ed una rinascita, vissuti però corporalmente.

Si può dire che nell’antichità era profondamente capita l’azione pedagogico-terapeuta di questo ripercorso corporeo-sensoriale, che mette in gioco le incancellabili memorie del Corpo, determinando la ricapitolazione, come presa di coscienza della propria individualità percettiva, quale rinforzo e sviluppo della Persona. Il ricongiungimento col punto di partenza è indispensabile per la conquista di sé; il filo (filo-genesi) serve per tornare indietro, ed è teso fra l’entrata e l’andare… Se il filo si spezza, il già percorso, da noto, diventa caotico e irriconoscibile; la follia è caos, perdita dei riferimenti.

Ogni processo terapeutico, infatti, si affida al ricongiungimento dei fili, che sono le memorie percettive – l’essenza stessa del sogno – e affiorano nella veglia attraverso il vissuto sinestesico-sensoriale e nelle esperienze creative. La stimolazione all’espressione globale facilita la reintegrazione della personalità: guarire è reintegrare, ridare integrità.

L’educazione dovrebbe fungere da prevenzione a questo eventuale rischio di frammentazione fisica e culturale, traducendosi in conquista dei prerequisiti all’apprendimento nella strutturazione dello schema corporeo e dell’orientamento spazio-temporale, e soprattutto in coesione associativa interdisciplinare delle conoscenze. La possibilità di espressione globale che connette la musicoterapia, l’espressione corporea, l’art-therapy, è la precondizione per la conquista della parola attraverso i linguaggi non verbali. Per Jung è il gioco irrazionale (spontaneo, creativo) analogo ai riti religiosi che permette “di discernere il mio stesso mito”.

La memoria corporea traumatica più profonda, da recuperare in una dimensione ludica rassicurante che garantisca una vera riappropriazione, è la separazione, poiché tutte le possibilità di sviluppo e autonomia della persona sono basate sulla sua inconscia accettazione: la prima doglia espulsiva alla base dell’arco dorsale, deve trasformarsi da tradimento alle spalle (che permane in tutte le culture) in incoraggiamento e aiuto alla vita.

“Se-Par-Azione” è da intendersi psicocorporeamente come finalizzazione vitale del Sé all’agire; e il primo sforzo attivo di un tono muscolare, non più provocato o assecondato dai movimenti del liquido amniotico, è contemporaneo allo svuotamento delle acque e quindi alla prima sensazione di peso del proprio corpo, non più tutt’uno con l’altro, ma in ‘attrito’ con l’altro. É importante notare come utilizziamo, senza averne più coscienza, metafore riferite a queste prime sensazioni di distacco: “il peso della vita”, “attrito”, come sviluppo di aggressività verso l’ambiente, che è stata così necessaria allo strisciamento verso l’uscita.

Il peso del corpo determina l’indispensabile aderenza a terra e l’indispensabile scarica aggressiva nei piedi, abbinata al puntellamento di scapole o clavicole, in una propulsione ritmica crescente, assecondata dalle contrazioni-estensioni dell’ambiente sempre più intense. Per tutta la vita ogni sensazione di sconforto, di difficoltà, si tradurrà corporeamente in un inconscio abbassamento-ripiegamento della schiena (‘Io non vorrei essere e cerco la condizione primaria di non scissione in un rannicchiamento che mi porta alla posizione fetale). E viceversa ogni sensazione di vitalità, di percezione dell’’Io sono’, in corrispondenza alla disponibilità, al piacere, alla fiducia nelle proprie possibilità di agire, e nell’ambiente, in un raddrizzamento alla base della schiena.

Allo stesso modo ogni direzionamento di sé verrà percepito e materializzato nell’impostazione delle scapole-clavicole (le chiavi del movimento) nelle quali si è espresso il primo “movimento direzionato”, nello strisciamento senza ausilio degli arti anteriori, lungo il canale vaginale. Anche quando l’uomo sarà eretto, e per tutta la vita, ogni impulso di orientamento nello spazio fisico e psichico, determinerà un’impostazione di questi punti. Si può dire che si cammina o si decide cosa fare, a partire dalle clavicole. Se volessimo mimare un uomo che va privo di obiettivi, senza precise volontà, dovremmo ruotare gli omeri verso l’interno: quanti bambini in diniego si scherniscono chiudendo le clavicole e incurvando le spalle! Se nella base della schiena è localizzata l’individualità fisica: l’ “Io sono”, nelle clavicole è localizzato l’ “Io voglio”, la naturale volontà di avanzamento, di nascere, di vivere, prendere di petto la vita.

Da un punto di vista ontofilogenetico, dalla vita prenatale alla nascita, si attuano le metamorfosi da pesce ad anfibio, i passaggi da galleggiamento a sforzo dinamico per attrito, da simmetria radiale a simmetria bilaterale. ‘essere primario, con pulsione ritmica dal centro alle appendici (cullato nello spazio e nel tempo materno) che nell’attraversamento del canale vaginale, scandisce e imprime per la prima volta, il tempo della propria scarica di energia vitale trasformandosi in “attraversante”.

L’essere percepisce nell’attivazione del campo anteriore il proprio destino esistenziale dell’andare; e da questo momento il tempo unico si differenzia (corporeamente) per sempre in passato (lasciare dietro di sé), presente (sentire intorno a sé), futuro (come proiettare il corpo avanti a sé). La massima memoria percettiva di protensione verso la vita (futuro) è vissuta nell’estensione del collo: simbolicamente, ogni volta che l’uomo sarà assalito dal dubbio e dall’ansia, reagirà estendendo il collo, dimenandolo da una parte all’altra, come istintivamente nell’annegamento, nel delirio, sulla base di questa profonda memoria.

Denominiamo questi sentimenti “angustie” senza più capire il riferimento allo spazio angusto da cui ci dovemmo liberare con l’azione della testa. Il momento di estrema contrazione per la propulsione dell’uscita, passando sotto la rigidità della sinfisi pubica in un inevitabile atto di sottomissione, pena la morte, inconsciamente perpetuato nel trattenere il vinto con la testa a terra (nelle forche caudine, nell’inchino…), viene registrato (corporeamente) con il sollevamento delle scapole verso l’alto (proprio come quando dobbiamo raccogliere le energie per un grande sforzo) e il contatto del mento con il petto, con successivo sollevamento della nuca in un primo contatto visivo con la luce.

Il ‘viso’ di chi vede per la prima volta la luce vitale, viene percepito come tale a contatto con il mondo, con l’aria; e l’estensione muscolare dal diaframma alla bocca è la prima inspirazione, a cui succederà il primo atto creativo nell’espirazione. L’Essere per nove mesi immerso, plasmato nel suono, nelle vibrazioni interne della voce materna, associate alle risonanze del liquido amniotico nelle minime variazioni muscolari, nell’attimo della nascita sente abbinare allo sforzo muscolare la propria sonorità: venire alla LUCE con la VOCE.

Il superamento da parte dell’Eroe. alla fine del suo faticoso viaggio, delle prove dell’acqua (pericolo di ingoiamento) e del fuoco (sensazione di bruciore nell’assunzione dell’ossigeno) ha come premi la conquista dell’identità nell’emissione timbrica del ‘Sé Prometeico’, unico ed irripetibile. I due elementi nuovi, mai sperimentati sensorialmente, sono appunto il fuoco dell’ossigeno che l’Eroe riuscirà a possedere e dominare con la respirazione, e la forza di gravità che più progressivamente riuscirà a dominare per opposizione, nei processi psicomotori della deambulazione e dell’erezione.

Questo recupero delle memorie del Corpo, la localizzazione dei loro meccanismi inconsci nella Mappa Corporea, le reazioni tonico-muscolari o gli atteggiamenti riferiti ad essi, ci possono aiutare a capire i percorsi simbolici nella “globalità dei linguaggi”, che intenzionalmente non chiamo psicomotori, ma di “iniziazione corporea-sensoriale”, avendo come obiettivo, sia in pedagogia che in terapia, la conquista della propria storia individuale e la reintegrazione come unificazione consapevole alle proprie origini. La “Persona” assume così capacità di nascere, di distaccarsi e riunirsi senza paura in ogni momento della sua vita. É evidente che, in tutti i casi, l’unico vero obiettivo è la conquista della “sicurezza di sé”, da cui derivano tutte le capacità di apprendimento, di recupero e di riabilitazione.

Il principio di piacere, e soprattutto la scoperta del proprio piacere, è l’unico a guidare queste esperienze corporee in cui vengono sollecitati stimoli vissuti in modo individuale, contrariamente a proposte di educazione fisica, fisioterapia, psicomotricità indotte e spesso coercitive, in modo da far identificare il piacere con lo sforzo e il successo con la competitività. Credo che per l’adulto (genitore, insegnante, terapista) sia fondamentale, per rispettare l’individualità del bambino, rivivere la propria corporeità negata, scoprirne e superarne i punti di ansia per riuscire a “lasciarsi andare”, sentendo quanto sia importante e scoprendo quanto sia difficile. Questo lo aiuterebbe a sostituire la rigidità delle regole o tecniche educative e riabilitative, corrispondenti al suo bisogno di sicurezza, con una plasticità psicofisica che si tradurrebbe in capacità di accettare l’incertezza, il dubbio, proprio come un corpo che gioca a provocare la gravità, accetta di cadere assecondandola, imparando a sfruttare la spinta dell’impatto,  per risalire.

Inoltre la coscienza delle memorie del corpo, della loro localizzazione fisica, permetterebbe di avere occhi nuovi per l’osservazione dei comportamenti senso-motori. I cosiddetti”linguaggi non verbali”, così importanti per la comprensione di chi non può o non vuole parlare, che tanti autori (B. Morris, Hinde, Halle, Lowen…) hanno codificato in gesti, posture, cinesica, prossemica, bioenergetica… verrebbero osservati con interesse più specifico per il “tono muscolare” che è l’elemento che può differenziare all’infinito lo stesso gesto, così come il tono della voce, gli intervalli, gli accenti, nel linguaggio verbale. Tutto questo è musicalità dell’esprimersi emotivamente, con l’uso inconscio di questi elementi che possono variare il senso delle stesse parole, degli stessi gesti. L’acquisizione della lettura di queste musicalità del linguaggio corporeo, riduce il rischio interpretativo degli atteggiamenti simbolici codificati, che è possibile a chi è abituato a percepire il proprio corpo.

Nella nostra cultura si può vivere una vita senza avvertire di avere un corpo, se non in caso di dolore. L’empatia necessaria per comprendere veramente (prendere con sé, in sé, nel proprio corpo) l’altro, è di tipo tonico-muscolare ed è semi-latente e recuperabile perché su questo si è sviluppato il linguaggio universale primario, acquisito nel grembo materno, che ha preceduto e anticipato la parola, e che al di sopra delle censure e delle maschere a cui questa si presta, seguita a  trasmettere, anche se culturalmente non considerati, i messaggi incontrollabili delle nostre vere  emozioni ed intenzioni.

Solo guardare l’altro significa percepire a specchio le sue spalle, l’impostazione della schiena (il punto di vita), delle clavicole, percepire le tensioni alla base della nuca, nelle labbra, nelle mani, nello sguardo, nell’appoggio a terra dei piedi… e indovinare, per le corrispondenze toniche, nelle varie parti del corpo, le tensioni del suo diaframma, della sua mascella, dei suoi genitali… dalla Gestalt visibile all’invisibile per indovinare soprattutto i suoi bisogni, per poter “inventare” dei mezzi individualizzati appropriati di comunicazione corporea sensoriale con tutti i linguaggi espressivi, di cui il corpo è medium. Quello che conta, in questo modo di sentirsi educatore educato dall’altro, è la certezza di avere entrambi la capacità innata di comunicare. Solo questa certezza può dare la perseveranza della ricerca anche di fronte all’handicappato più grave.

Per chi è abituato a griglie, schede, tests, tecniche, tutto questo può sembrare approssimativo, rischioso, “intuitivo”, poco scientifico; senz’altro lo è, secondo un pregiudizio riguardante un limitato concetto di scienza: Il metodo scientifico non è un procedimento formale o una mappa particolareggiata per l’esplorazione dell’ignoto. Nella scienza si deve essere sempre attenti a una nuova idea e pronti a sfruttare un’occasione inaspettata: il progresso scientifico avviene solo come risultato della relazione simbiotica tra le informazioni osservazionali e la formulazione di idee che correlano i fatti e permettono di valutare le relazioni che intercorrono tra i fatti. Il metodo scientifico, in realtà, non è affatto un “metodo”, bensì è un atteggiamento o una filosofia che riguarda il modo in cui si affronta il mondo fisico reale (compreso l’essere umano) e si tenta di comprendere come funziona la Natura.

Il lavoro educativo o riabilitativo corporeo è etimologicamente “in-medesimazione” con l’altro e richiede quindi una disponibilità totale: non può esistere un solo metodo, (vedi Metodi e Pratiche nella Globalità dei Linguaggi) di fronte alla irripetibilità della natura umana, quando si voglia favorire il suo sviluppo, ma senz’altro l’entusiasmo per cercarlo. Ed è questo entusiasmo che vorrei comunicare con la descrizione delle esperienze corporeo-sensoriali, che chi ha avuto l’occasione di vivere più volte o di proporre a gruppi di età diverse, sa essere irripetibili ed ogni volta ricche di quella sorpresa che chiamiamo creatività.

L’assimilazione del mondo esterno è, tramite i sensi, un grande processo di “trasformazione” per astrazione ed eliminazione, e soprattutto per connessioni di insospettate relazioni fra le realtà più diverse, per metafore.

Nella metafora è racchiusa l’essenza stessa della creatività, che sa cogliere la legge universale della risonanza, nelle uguaglianze percettive, subito differenziandole, dilatandole, nel gioco delle trasgressioni. Non c’è creatività senza trasgressione dalla logica consueta, in favore di una logica più profonda e personale. Il bambino piccolo o l’handicappato sono ricchi proprio di questa logica individuale, così difficile da rispettare per un educatore che non sia profondamente convinto che nel comportamento, specialmente più anormale, niente è lasciato al caso ma tutto segue connessioni invisibili. Le numerose ricerche di Phina Klein circa la possibilità di formare o salvaguardare meglio personalità creative nella educazione primaria, hanno individuato nell’insegnamento mediato dall’adulto l’elemento decisivo che può incentivare o soffocare l’innata predisposizione alla creatività, convergente con la disposizione alla sopravvivenza. L’handicappato è, proprio per questo, essenzialmente anche nelle sue inconsce strategie di sopravvivenza, un trasgressore e senz’altro un creativo; aiutarlo, è valorizzare questa sua grande risorsa naturale. Il linguaggio metaforico-sensoriale è inoltre quello che egli riesce a percepire in maniera diretta, senza meccanismi razionali e soprattutto senza la cancellazione della sua personalità, come caro prezzo pagato spesso per una pretesa “normalizzazione”. Questa creatività attivata è sentire con il Corpo, immaginare con la Mente, esprimere con il Corpo. “Dal Corpo al Corpo”. Questo è il processo di apprendimento della realtà, tramite le memorie senso-percettive, sia per l’handicappato che per il normale.

M.A.: “La Globalità dei linguaggi”, metodo da lei ideato e, nel 1993, la nascita della Scuola Quadriennale a Bologna, Firenze, a Roma, in seguito l’apertura di altre sedi in tutta Italia. Quali obiettivi sono stati raggiunti? 

S.G.L.: Gli obiettivi raggiunti sono diversi: in primis l’istuzione, insieme al Prof. Gino Stefani, dell’Università Popolare di MusicArtTerapia, unico ente di formazione nazionale ed internazionale per la disciplina della Globalità dei Linguaggi, che dopo un percorsso triennale rilascia il diploma in MusicArterapeuta nella Globalità dei Linguaggi.

Inoltre dal 2001 una convenzione con l’università di Roma Tor Vergata per il Master di Primo Livello in MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi e la nascita dopo la legge 4/2013 e il percorso al tavolo UNI, per il quale è stato riconosciutoa la “norma” a livello nazionale e europeo per la professionalità e l’istituzione, poi, dell’Aimat, Associazione Italiana MusicArTerapeuti di cui sono presidente.

La formazione in MusicArTerapeuta (MAT) nella Globalità dei Linguaggi (GdL), come professionalità che garantisca l’approccio pedagogico-terapeutico ai bisogni, in interazione con altre figure professionali o con la cultura basilare di ciascuna di esse (educatore è anche il Neurologo, lo Psicoterapeuta, il Terapista e Artista) va intesa come vissuto totale della Persona in ogni momento della sua vita e valorizzato perché occasione di crescita di autonomia.

La formazione è necessariamente imperniata sulla comunicazione, anche la più complessa, (con soggetti anche gravi, in regressione, con difficoltà espressive) e come naturale prevenzione al disadattamento all’aggravarsi dell’handicap in questo senso la Globalità dei Linguaggi va intesa come modalità relazionale che favorisce l’espressione con tutti i linguaggi verbali e non verbali: in una panoramica che mette a fuoco l’aspetto pedagogico-terapeutico delle arti. Per parlare di linguaggi espressivi, sia da sviluppare che da decodificare, è indispensabile parlare di percezione e di associazioni sinestesico-sensoriali, e quindi del nucleo della capacità simbolica umana, implicita nella Corporeità.

Il Corpo è sede infatti di memorie ancestrali, di memorie ontogeneticamente vissute nello sviluppo psicofisico, di imprinting emotonici. Nel Corpo sono quindi psicofisicarnente inscritte l’universalità dell’alfabeto antropologico comunicativo, e la soggettività delle preferenze sensoriali sulle quali si impernia lo stile di ogni Persona.

Nella formazione dell’Operatore, che in qualunque istituzione dovrebbe tutelare il rispetto e lo sviluppo della personalità è fondamentale la considerazione di i due Valori, che permettono metodologicamente di dar senso anche ai cmportamenti “insensati”, quali messaggi, e di sviluppare i Potenziali Umani che emergono attraverso la “Psicomotricità nella Globalità dei Linguaggi”.

Considero questa un’occasione di esplicitazione della filosofia centrata sugli Inestinguibili potenziali umani, alla base di quello che ho definito in un lungo periodo di applicazione pratica in campo pedagogico-terapeutico “metodo della Globalità dei Linguaggi,

Con “methodos” ho inteso definire il cammino da percorrere con creativa plasticità secondo le simboliche asperità del terreno, le condizioni climatiche ed altre variabili imprevedibili, ma soprattutto con la percezione dei propri arti specifici, quindi come verifica dei propri limiti e superamento degli stessi, nell’accomodamento alla realtà. L’esempio più semplice è immaginare di dover raggiungere la cima di una montagna come animali diversi (insetti, stambecchi, uccelli, elefanti…); alcuni sceglieranno le sporgenze minimali dei muschi con piccole pause ravvicinate a micromovimenti veloci (ragni, farfalle…); altri sceglieranno quelle più grandi delle rocce (antilopi e lepri…); altri le chiome degli alberi (uccelli); altri dovranno addirittura predisporsi progressivamente sentieri (elefanti…).

L’importante è la ricerca con capacità di modifica di sé e dell’ambiente ad ogni passo, e non perdere di vista l’obiettivo. Tutto questo si traduce (in campo psico-pedagogico-terapeutico) in capacità di osservazione dei comportamenti psico-sensomotori e programmazione dinamica, per raggiungere due obiettivi convergenti e inscindibili, verso la cima della montagna: la riconquista di fiducia nel piacere (nonostante memorie traumatiche più o meno consce) riattivando l’ascolto sensoriale, e lo sviluppo della personalità, nell’individuazione e compiacimento della propria identità, attraverso quello delle proprie tracce espressive, diverticulum, iter trasversum “via più breve, agevole, spedita”.

In pratica il metodo è il modo più economico per raggiungere un fine, è fatto di regole facili, evita sforzi inutili. Agire con metodo significa essere previdenti contro lo smarrimento totale, di fronte agli imprevisti del percorso.

“Il metodo è essenzialmente un modo per combattere l’aleatorietà, una strategia per ridurre il gioco del caso misurando e classificando ciò che resterebbe altrimenti nel campo dell’approssimazione. Il metodo infine diventa stile”(Enciclopedia Einaudi). Lo stile è sempre espressione di personale creatività applicativa.

L’applicazione pratica del metodo prevede, infatti, non una serie di stimolazioni multisensoriali in una qualunque successione, ma una fede nelle facoltà comunicative latenti e nelle risposte possibili qualunque siano le modalità espressive, che permette di aspettare le risposte riconoscendo nelle differenze delle stesse il gusto e lo stile personale di ciascuno.

Nella formazione di educatori ed operatori sociosanitari ciò significa non solo vivere prima con la propria corporeità e consapevolezza di preferenze sensoriali, ma soprattutto scoprire la quantità di invenzioni diverse che la messa in gioco corporea suscita, adeguando anche psicologicamente comportamenti che rimarrebbero sclerotizzati senza le occasioni, come avviene nei casi patologici aggravati dall’appiattimento emotivo-esistenziale per mancanza di stimoli (specialmente se istituzionalizzati).

M.A.: La denominazione “MusicArTerapia nella GdL”, ci permette di comprendere quanto siano importanti i linguaggi non verbali. Crede che in questo mondo, che sta diventando sempre più virtuale, di social-network, se ne comprenda l’importanza? 

S.G.L.: La Globalità dei Linguaggi si può interpretare come un “viaggio psico-fisico” alla riscoperta dell’Uomo. Essa si basa quindi su una filosofia delle “risorse umane” implicita in proposte metodologiche a struttura aperta da trasformare in un ascolto costante dei bisogni e delle risposte psicocorporee in soggetti anche gravemente handicappati.

Questa ricerca ha presupposti culturali interdisciplinari che rielaborano esperienze di studio e sperimentazione in campo educativo e riabilitativo, dimostrando la posssibilità di lettura dell’uomo anche in casi di totale crisi comunicativa. E affascinante scoprire che ciò è possibile, secondo una rete di involontarie riflessologie emotonico-foniche rilevate nell’osservazione, e per una decodifica del “linguaggio del corpo”, inteso come universale “mezzo di comunicazione” umana, geneticamente predisposto a questo, oltre le differenze e le emergenze, e soprattutto oltre la consapevolezza di ciò.

La GdL è volta al recupero nell’educazione e nella rieducazione di princìpi derivanti da questi presupposti e alla loro messa in atto, in una concezione che privilegiando il corpo, con la propria saggezza naturale, intende valorizzarlo al massimo con stimolazioni plurisensoriale di tipo affettivo-mentali, in vista di uno sviluppo dell’Io centrato su una cultura interdisciplinare implicita nella corporeità.

L’obiettivo è arrivare a un miglioramento dell’Essere Persona, qualunque sia l’handicap. Questo approccio deve tendere perciò ai seguenti obiettivi particolari:

1. recupero della dimensione corporea e della globalità dell’individuo, considerando tutte le sue possibilità espressive, (soprattutto quelle spontanee e involontarie) eliminando quindi la preoccupazione di non poter capire i gravi;

2. centralità della comunicazione, presupposto dell’apprendimento e della riabilitazione;

3.favorire la riconquista del piacere di rapportarsi alla realtà, motivazione alla vita, favorendo un accomodamento esperenziale ad essa per la conquista di sicurezza ed autonomia.

È metodologicamente fondamentale nel Progetto Persona la riscoperta della storia “psico-corporea” di ciascuno dal concepimento in poi, che ci rende allo stesso tempo uguali e diversi attraverso le memorie impresse fisicamente e psichicamente in noi. Queste memorie incancellabili nell’inconscio costituiscono un imprinting che è alla base di archetipi universali, perché tutti siamo stati contenuti nei grembi materni.

La presenza di queste memorie ci rende particolarmente sensibili a certe stimolazioni intersensoriali o a certi stili espressivi che inconsciamente si riassociano sinestesicamente alle esperienze primarie universali e quindi “archetipi”.

È in questo senso che siamo tutti vulnerabili di fronte all’evolvere come lei accennava di una realtà virtuale e iperstimolazioni sensoriali, diventando vittime possedute anzichè capaci di “possedere la realtà”.

Per una migliore sistematizzazione degli interventi e per garantire agli stessi una maggiore continuità operativa, la GdL prevede la compilazione di Mappe-Schede di osservazione, particolarmente centrate sull’analisi emo-tonico-fonica, sulle tracce espressive derivanti da questa e sulle preferenze sensoriali ed espressive compresi i sensorismi e le stereotipie. La funzione di queste schede è di abilitare l’Operatore a osservare i vari distretti corporei e le loro riflessologie, Nelle schede viene fatta una descrizione accurata del modo in cui il paziente si pone rispetto alla realtà sia fisicamente che psicologicamente; vengono annotati tutti i cambiamenti posturali emotofonico, che mano a mano si verificano nella relazione

M.A.: “La creatività intesa come strumento per la conoscenza di sé”, Music-Arte-terapia,“ un linguaggio non verbale che ci permette di comprendere molto di ognuno, una comunicazione che va oltre la parola. Che cosa ha potuto osservare?

S.G.L.: Dopo aver cercato di spiegare la progressiva esigenza, secondo questa angolazione, di definire metodo, o meglio metodi come tattiche creative di un percorso di consapevolezza maturata nell’applicazione pratica, mi sembra indispensabile spiegare anche la definizione da me scelta con molta riflessione, “Globalità dei Linguaggi”, per mettere a fuoco la differenza con pluralità, molteplicità, trans. e interdisciplinarità dei linguaggi, tutte implicite in essa, ma non esaustive. La “globalità” è immagine sferica, che permette di unificare i vari punti da prendere in considerazione per una relazione costante con un nucleo psichico centrale, che è la sinestesia: la capacità innata e involontaria di associare contemporaneamente le immagini di tutti i sensi e quindi di tutti i linguaggi espressivi ad essi connessi, nella stimolazione anche di uno solo.

Ciò è fondamentale per ristabilire un contatto comunicativo con chi non può o non vuole più comunicare, ma che suo malgrado comunica con la propria corporeità, con il suo modo di stare al mondo, di scegliere strategie inconsce di sopravvivenza secondo personalissime scelte, sia pure nei sensorismi e stereotipie, che come vedremo sono espressioni di straordinaria, creativa specificità. Infatti il Corpo-Traccia è tale, in un accomodamento esistenziale, comunque avvenuto anche nei più gravi casi di disadattamento, poiché l’Essere per vivere ha messo a punto quella che secondo questa filosofia è considerata la sua Arte di Vivere.

Questo permette di osservare la diversità con i relativi comportamenti, non in senso negativo immaginandone la correzione o l’eliminazione o l’impossibilità più o meno di lasciare a farlo (come spesso avviene secondo punti di vista riabilitativi, specialmente con gravi adulti), ma in chiave positiva come tracce espresse delle preferenze sensoriali (ritmi, melodie, timbri, qualità e quantità tattili, olfattive, gustative, sinestesiche). Considerando l’attitudine sinestesica implicita nell’essere umano si può partire da questa preferenza espressa inconsciamente, trasponendola in altri linguaggi, creando così una quantità di rispecchiamenti del mondo interno con l’esterno; per esempio: il ritmo di dondolamento può essere accompagnato da proiezioni di colore messe a fuoco nell’appoggio e sfocate nell’oscillazione, con la voce modulata affettivamente, così con la qualità degli accarezzamenti anche con ventilazioni lievi di stoffe leggere (con casi di ipertatto o di paura dei contatti). Questi avvolgimenti dell’ambiente, che in maniera indiretta accompagnano l’essere più isolato restituendogli continuità e corrispondenza senza coercizione, possono progressivamente evolvere in immersioni tattili nelle materie, dalle più affini all’avvolgimento prenatale (per es.: dall’acqua agli invischiamenti lievi), aumentando le pressioni-impressioni con materie sempre più dense (colori digitali, manipolazioni di stoffe plastiche sonore intorno al corpo…). Questa progressione di presa di contatto (anche nel caso più grave di autismo) tramite il corpo sensoriale diviene applicazione metodologica, se prende in considerazione la globalità sensoriale implicita nel tatto, come senso primario di comunicazione prenatale, proprio per questo vicariante e non vicariabile anche dopo la nascita.

Il compendio dell’Essere è affidato alle memorie dei sensi; e in questo risveglio delle corporeità in uno stato di contenimento affettivo con l’altro, anche quelle traumatiche vengono bilanciate a poco a poco da nuovi vissuti positivi: perché sentire l’educatore-terapeuta in proprie reazioni e fiducioso della possibile rimessa in gioco, determina un coraggio esplorativo che si era negato in rituali ossessivi, ogni volta bloccati sul ciglio dell’esperienza senza variazioni, proprio perché inconsce metafore congelate.

La metamorfosi viene così percepita come possibile dall’Essere senziente, perché archetipo base dell’esistenza: dal mondo degli stati materici a quello degli stati psichici. Non a caso nell’applicazione metodologica è prevista sempre, nella scelta delle materie, non solo la sequenza trasformativa da areiforme a liquido a magmatico in solidificazione (gioco della farina-creta-carte…), ma anche la distruzione di ciò che è indurito, che dura, nel gioco infinito dell’errore creativo. Questo porta a rovesciare contenuti trasformando macchie in emersione di forme fantastiche, frammenti di bicchieri-vasi… distrutti in modo catartico, in ricomposizioni su sfondi-ambienti valorizzanti.

Qualunque comportamento aggressivo, se integrato in un ambiente valorizzante, diventa la prima parola di un dialogo: il grido in consonanza con altre grida che si compongono in risposta corale alla specifica intonazione e timbro, il pugno o lo strappo in giochi di lacerazione di carte colorate con pugni o strappi facendole risaltare su sfondi o valorizzandoli con registrazione sonora. Può rendere l’idea di come la creatività immaginifica può risolvere la sofferenza umana la scena del film Miracolo a Milano in cui il bambino, solo con la nonna morente, gioca con la colata del latte in ebollizione disponendo soldatini sulla fluente strada bianca che va espandendosi sul pavimento, trasformando la disgrazia in gioco e sopravvivendo così all’angoscia, per quella capacità sinestesico-associativa che permette all’Uomo, persino nella follia, d’essere l’animale più capace di sopravvivenza per adattamento simbolico-trasformativo.

Il corpo è allora stratificazione d’immagini sensoriali che, se se ne offre l’occasione si riagganciano alla realtà, al presente, ricontestualizzando la Persona e offrendole la possibilità di possederle come tracce esternate, anziché esserne posseduta. In questo senso vedo la continuità scambievole, tra educazione e provenzione, tra Globalità dei Linguaggi e artiterapia, anche se, secondo il mio punto di vista, i modi di esprimersi con i cosiddetti paradigmi specifici, si scopre che hanno subito una progressiva schizofrenia, se rivisitati dall’origine dell’espressione umana; dal bambino, all’origine delle varie culture.

L’espressione come atto totale dell’Essere è adombrata dalla pretestuosa ostentazione specialistica dei linguaggi, che genera storicamente delimitazione di poteri, emarginazione, svalutazione, virtuosismo, oblio dell’innata globalità così chiara all’inizio e così culturalmente alienata ormai, da ipotizzare che un Uomo possa per esempio danzare senza disegnare e plasmare (sé e lo spazio) e chiaroscurare e risuonare, contemporaneamente. Manca una coscienza del Corpo sentito, rispetto al corpo solo agito, che è implicita nell’inevitabile associazione sinestesica ma anche nella propriocezione. nella riflessologia emotonica che ci fa convibrare involontariamente, non solo con tutto ciò che, sempre per vibrazione, attiva i nostri sensi (colore, suono, parole, forme, movimento…), ma anche con le idee che generano vibrazioni, emosazioni interne.

Nel metodo applicato nella Globalità dei Linguaggi le Arti vengono perciò intese come articolazioni possibili del Sé, proprio etimologicamente, come l’estrema espressione dei movimenti più profondi dell’Essere. Posso affermare, dopo oltre quarant’anni di ricerca-sperimentazione pedagogico-terapeutica, che far muovere un uomo significa non considerare arti solo le braccia e gambe ma anche lo sguardo, il pensiero, e la parola e le tracce nei vari linguaggi, estensioni dello stesso.

L’evoluzione della specie consiste nell’ampliamento di questa possibilità di spostamento attraverso gli arti e le Arti, per un potere sullo spazio e sul tempo sempre più grande, fino ad andare oltre i confini della presenza o esistenza fisica, con la possibilità di lasciare segni della mente: scrittura, poesia, pittura, architettura, oggetti segnati dalla qualità-quantità d’uso e soprattutto progetti, immagini, azioni.

Pensando questo, si comprende meglio che è poca cosa (anche se ritenuta miracolosa) far muovere braccia e gambe o lingua o mano, per ammaestrare a parlare o scrivere o suonare…, se non significa far muovere la volontà e l’immaginazione come “estrema estremità dell’Essere”. Il vissuto in sincronia, sinfonia, sintonia con gli handicappati più gravi con questa fede nei loro potenziali sommersi, spesso ostinatamente celati, mi ha insegnato che per far muovere bisogna prima “commuovere”, riscattare una possibile comunicazione affettiva che restituisca la possibilità di convibrare nello sforzo, nella fiducia, nella paura, nell’ansia, nella capacità di decidere… Commuovere non è un gioco di parole troppo suggestivo, è riavere quella partecipazione di Sé attraverso le aspettative dell’altro, che fanno piangere entrambi di gioia quando c’è un superamento.

Non credo che possano esserci altri veri premi o frustrazioni, perché il condizionamento a ricompensa o frustate implica una perdita progressiva di efficacia e quindi un aumento di dosi fino ad assuefazione-indifferenza. Mentre il superamento dei limiti ogni volta rinnova questo piacere fondamentale che è il compiacimento di Sé, così importante per l’essere che percepisce di percepire e più ancora di essere percepibile, e quindi di avere continuità nell’altro. Tutta questa capacità di sentire oltre qualunque handicap, disadattamento, ecc. proprio come risorsa umana geneticamente predisposta, inestinguibile e sempre in attesa di risveglio espressivo, è etimologicamente implicita nella parola “esthetichos“: educare è attivare l’estetica fisiologica umana.

Su questa consapevolezza s’imperniano sia l’Arte di Vivere anche nelle strategie di sopravvivenza patologiche, sia l’Arte Pedagogico-Terapeutica. L’artista, Educatore psicopedagogico, deve saper sentire (proprio come propone la Nuova Estetica) che l’Essere, la più sensibile delle materie “agisce come formante prima ancora di essere forma…, e che niente si può fare senza inventare il modo di fare, fino a dire che l’intera vita spirituale è arte”.

Queste parole di Pareyson mi sono indispensabili per far capire in qual modo MusicArterapia e Globalità dei Linguaggi concorrono alla messa in gioco della Persona.

M.A.: Come madre di Elvira, celebrolesa, ha affrontato molte difficoltà. Pensare all’handicap come “caratterialità artistica”, le è stata d’aiuto, quando in Italia ancora non si parlava di psicomotricità, di musicoterapia, di danzaterapia. Attualmente, ritiene che ci sia una maggiore sensibilità e conoscenza?

S.G.L.: 55 anni fa in Italia non c’era la musicoterapia, l’idroterapia, la psicomotricità e lei, Elvira, si lasciava andare solo con questi stimoli per cui la portai a Londra dalla Alvin, in Svizzera al Kinder Hospital con le danzaterapeute Jerry Salkin e Trudy Schiop, per l’acquaticità in Francia e, essendo una giovane madre curiosa, mi facevano partecipare a seminari di formazione che mi hanno permesso di tornare con strumenti che per Elvira e poi per altri erano efficaci e all’avanguardia, ispirando la Globalità dei Linguaggi.

Continuai poi in Italia con Maria Fux e Lapierre e Aucouturier che venivano alla Cittadella di Assisi, dove già svolgevo seminari integrati, ma il contributo più grande alla fiducia nei potenziali umani l’ho avuto da Roberto Assoggioli e in seguito da Giorgio Antonucci che da lui avevo incontrato e con il quale ho poi collaborato nell’apertura dell’ospedale Psichiatrico di Imola e dal queale ho ricevuto nel 2012 il Premio per i Diritti Umani.

È questo percorso che mi ha fatto considerare il MusicArTerapeuta un Artista e l’Handicappato anche grave come e più di Elvira una grande opera d’Arte di Vivere.

M.A.: Quali sono le prospettive future? I suoi progetti?

S.G.L.: Per il futuro, oltre il potenziamento delle Scuole- Master di Form’Azione spero con l’aiuto dei miei Diplomati collaboratori, di far nascere un’esperienza pilotata come Prevenzione e Cura in uno spazio (anche all’aperto) in cui la GdL sia operativa dalla Prepazione al Parto seguendo i bambini dopo la nascita nell’allattamento, poi all’Asilo Nido e “la Scuola” fino all’adolescenza con attività affiancata di laboratori extrascuola nella GdL, come luoghi di cultura dell’Integrazione sociale, con convegni, seminari di formazione e estensione alla Cura di Adulti, Anziani in “Casa Famiglia” allargata per dimostrare così che l’Integrazione dei servizi e alla Persona nella GdL, è una efficace PREVENZIONE e CURA SOCIALE.

Bibliografia di Stefania Guerra Lisi 

1980 Guerra Lisi S., Comunicazione ed espressione nella globalità dei linguaggi, Il Ventaglio, Roma

1983 Guerra Lisi S ., “Il corpo con amore e non rancore” , in Musica, adulti, terza età, Ed. Mus. PCC, Assisi

1983 Guerra Lisi S ., Integrazione interdisciplinare dell ‘handicappato, Il Pensiero Scientifico, Roma

1986 Guerra Lisi S ., Come non spezzare il filo, Borla, Roma

1987 Guerra Lisi S ., Il metodo della globalità dei linguaggi, Borla, Roma

1987 Guerra Lisi S.(a cura di), Psiche suono corpo-movimento musica-danza, Ed. Mus. PCC, Assisi

1990 Guerra Lisi S ., Ri-uscire, Borla, Roma
1992 Guerra Lisi S ., Il racconto del corpo, Borla, Roma 1992 Guerra Lisi S.- Aristei R. – Martinelli S., Continuità 2, Borla, Roma

1996 Guerra Lisi S. -. Giusti M.A – Ciabatti P. La Trans-Formazione Possibile
Ed. del Cerro, Pisa

1996 Guerra Lisi S.(a cura di), In principio era il corpo, Fuori Thema, Bologna

1996 Guerra Lisi S., SinestesiArti, Fuori Thema, Bologna (2/Borla, Roma 1998)

1997 Guerra Lisi S., La Malfa G., Viaggio nel ritardo mentale, del Cerro, Pisa

1997 Guerra Lisi S., Continuità 1 Borla, Roma

1997 Guerra Lisi S., Stefani G., Balzan A., Burchi R., Parrini G., Musicoterapia nella Globalità dei Linguaggi, Borla, Roma

1998 Guerra Lisi S. Stefani G. (a cura di), L’integrazione: nuovo modello di sviluppo, Borla, Roma

1999 Guerra Lisi S. Stefani G., Gli Stili Prenatali nelle arti e nella vita , CLUEB, Bologna (2/Borla 2000); ed. ingl. Guerra Lisi S. Stefani G., Prenatal Styles in the Arts and the Life, ISI-UPMAT, Helsinki-Roma

2007; ed. fr., Les styles prénatals dans les arts et dans la vie, L’Harmattan, Paris

2009
1999 Guerra Lisi S. Bianchini L., Dal Grembo materno al Grembo sociale, Berti, Piacenza

1999  Stefani G., Guerra Lisi S. (a cura di), Sinestesia Arti Terapia, CLUEB, Bologna

2000  Guerra Lisi S . (a cura di), Progetto Persona, Armando, Roma

2001  Guerra Lisi S.(a cura di), Coma/Comunicazione, Capone, Lecce

2001  Guerra Lisi S. Stefani G., I Quattro Elementi nella Globalità dei Linguaggi, Borla, Roma 2002  Guerra Lisi S. Stefani G., Arte e Follia, Armando, Roma

2003  Guerra Lisi S ., Occhio di Pino. Pinocchio, S.Francesco, I.Calvino, Borla, Roma

2003 Curti P.G, Guerra Lisi S., Il Viaggio dell’Eroe, ETS, Pisa

2003  Guerra Lisi S., Serazzi G. (a cura di), Noi come voi, Arti Terapie, Roma

2004  Guerra Lisi S., Curti P.G, Stereotipie e arte di vivere, ETS, Pisa

2004 Stefani G., Guerra Lisi S., Dizionario di Musica nella Globalità dei linguaggi LIM, Lucca

2004 Guerra Lisi S. Stefani G., Globalidad de Lenguajes. Semiótica Antropología Pedagogía, INAH, México D.F

2005, Guerra Lisi S. Stefani G. (a cura di), Contatto, Comunicazione, Autismo, FrancoAngeli, Milano

2006 Guerra Lisi S. Stefani G., Globalità dei Linguaggi. Manuale di MusicArTerapia, Carocci, Roma

2006 Guerra Lisi S.(a cura di), La Trans-.formazione possibile nella Globalità dei Linguaggi. Metodi in interazione, del Cerro, Pisa

2008 Guerra Lisi S. Stefani G., Integrazione interdisciplinare nella Globalità dei Linguaggi, FrancoAngeli, Milano

2008 Guerra Lisi S., Art RiBel, ETS, Pisa

2010 Stefani G., Guerra Lisi S., From Word to Music: Emo-Tono-Phonosymbolism in the Globality of Languages”, in L.Navickaite, D.Martinelli eds., Before and after Music, Vilnius-Helsinki-Imatra (Acta Semiotica Fennica XXXVII)

2011 Stefani G., Guerra Lisi S., “A therapeutic view on music”, in M. Janicka-Słysz, T. Malecka, M. Tomaszewski eds., Music, Function and Value (Proceedings from the 11th International Congress on Musical

Signification), Akademia Muzyczna, Krakow

2014 Guerra Lisi S. Stefani G., Pratiche e Metodi della MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi. Borla, Roma

2016 Guerra Lisi S. , Stefani G., Sinestesia: struttura che connette linguaggi e comportamenti, FrancoAngeli, Mi.

Biografia

Stefania Guerra Lisi

Diplomata in Belle Arti. Docente di Disegno e Storia dell’Arte alla scuola magistrale Montessori di Roma. Collaborazione presso gli studi degli artisti Guttuso, Turcato, Fazzini, Montanarini, Mannucci. Seminari sui linguaggi non verbali in varie Università italiane. Dal 1989 docente di discipline pedagogiche e della comunicazione alle Università di Roma La Sapienza e Roma Tre, Master Roma Tor Vergata.

Caposcuola della disciplina della Globalità dei Linguaggi presso Università Popolare di MusicArTerapia e Presidente AIMAT.
Esperta della riabilitazione di handicappati sensoriali, motori e psichici, e in particolare nel risveglio dal coma, ha operato in vari Centri e Istituti (a Roma, Arezzo, Pisa, Diacceto, Ostia, Catania, Trento, Genova, Livorno, Firenze, Reggio Calabria, Venezia, Piacenza, San Marino, Canton Ticino), tra cui Cottolengo di Torino, Don Guanella di Roma; Don Gnocchi di Roma e Milano, e varie Istituzioni psichiatriche (Collegno, Frosinone, L’Aquila, Cremona, Siena, Volterra, Pesaro, Roma, Firenze, Lecce), nonché varie Aziende U.S.L. e sedi AIAS, ANFFAS, DOWN, O.D.A., O.A.M.I., ANGSA e altre.

Ideatrice del Metodo della ‘Globalità dei Linguaggi’, dal 1980 ha tenuto corsi e seminari presso varie istituzioni italiane (CIDI, MCE, MoVI , SIEM, , distretti scolastici o sanitari locali in molte province) e all’estero (Svizzera, Spagna, Finlandia, Francia, Messico). Dal 1982 al 1997 è stata docente al Corso Quadriennale di Musicoterapia della Cittadella di Assisi. Dal 1996 dirige la Scuola Triennale di Globalità dei Linguaggi con varie sedi (Roma, Firenze, Torino, Napoli, Bologna, Venezia, Savona,), E’ autrice di numerose pubblicazioni e promotrice di Convegni Nazionali annuali della Globalità dei Linguaggi.

Madre di Elvira, cerebrolesa, è presidente dell’A.N.I.S. (Associazione Nazionale per l’Integrazione Sociale).

www.centrogdl.orginfo@centrogdl.orgwww.aimat-gdl.org


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