Kahuna: le mie emozioni

<<ciascuna delle opere (…) tende a bandire ogni interdipendenza fra percezione, movimento e durata, alterando così la cognizione del tempo, proponendosi anche come un’entità svincolata (…) dalle singole esperienze di un creatore o di un fruitore>>.

Di Giovanni Avolio

È con queste parole di Gabriel Guercio, da “L’arte non evolve”, che ho deciso di prendere spunto per questo breve intervento sulla mostra Kahuna. Non scrivo in veste critica o come “recensore”; voglio solo raccontante quelle emozioni che Leonardo Regano e gli artisti scelti per l’evento sono riusciti ad infondermi. Per far ciò mi avvalgo dell’ausilio delle fotografie, scattate e modificate come fossero un ricordo intimo e personale. Le fotografie rappresentano solo alcune delle opere esposte, in modo da non svelare la mostra in tutte le sue sfaccettature.

Siamo di fronte alla dimostrazione che non è la quantità di opere esposte a determinare il tempo di permanenza dello spettatore, ma la loro qualità e il loro grado di coinvolgimento.

Già dall’ingresso si è accompagnati da un piacevole suono, ancestrale, reale e mnemonico al tempo stesso, dal sapore orientale, a tratti tibetano. Non si conosce ancora la fonte ma le sensazioni di quiete iniziano già a sopraffare. L’ambiente circostante, la vecchia chiesa dai suoi colori, odori, luci, è idoneo all’allestimento scelto e al tema ricercato dal curatore: come l’arte affronta la sacralità? E chi come me crede poco “nell’ultraterreno” non rimane indifferente a ciò che gli viene proposto. La sacralità è affrontata nella sua quotidianità; è il naturale divenire delle cose; è introspezione.

Un oggetto aleggia in sala, una grande sfera terrigna e al contempo leggiadra che ci trasporta in un sogno di certezze e paure. È un pianeta che, solo, vaga nell’universo che lo circonda. Un corpo apparentemente organico, fenomenico, concreto svela un cuore fatto di sola aria. È l’apparenza che inganna la realtà. Tutto è l’opposto di ciò che crediamo.

Il suo aleggiare solitario viene presto interrotto: due uomini nascondono la loro “umana presenza” da due mute che li avvolgono. Una musica cresce e la danza solitaria della sfera diviene presto danza umana. Interviene un ballerino che, nella sua quasi totale nudità, esprime la sua umana concretezza. La musica accompagna un ballo che conferma la sua presenza. È un grido silenzioso; è un pianto; è il bisogno di librarsi come quel pianeta, andare oltre l’umana apparenza. È la consapevolezza della mancanza di una via d’uscita.

Il movimento e la stasi sono gli “opposti che si attraggono”, elementi fondanti dell’intero percorso espositivo. È così che una nicchia nasconde il gioco di un bambino, scava nei nostri ricordi e trasforma un banale “divertissement” in un oggetto di pura memoria.

Sono fogli piegati, pagine di un diario mai scritto, così sottili e fragili da soli, così robusti se uniti. Sono fogli di altalena, immobili se nessuno li sfiora. Richiedono il tocco dello spettatore per iniziare a oscillare. L’ipnotico movimento diviene il fantasma della nostra infanzia, del lieto sorridere che accompagnava una vita priva di responsabilità, una vita, oggi, quanto mai lontana.

Un’altra nicchia ci svela la natura del dolce suono che nutre il percorso. È lo spirito che incontra la materia, l’universo che incontra l’uomo. Quel che si presenta ai nostri occhi è un piccolo sistema orbitale; un meccanismo aziona il movimento rotatorio di tutti gli elementi presenti. Il caso regna sovrano, come per la vita. Un piombo è costretto a vagare sempre sulla propria orbita e, come per l’uomo, non sa cosa incontrerà. Delle campane poste su altrettanti supporti ruotano senza mai fermarsi. L’incontro casuale tra queste e il piombo genera suoni sempre diversi, inattesi, sospesi, eterni.

Di fronte un grande prisma, quel diamante che non brilla e che invita lo spettatore ad isolarsi al suo interno. Ci si chiude in un piccolo mondo buio, solitario, dove la luce crea un gioco prismatico. È la geometria del nostro inconscio fatta di pura solitudine.

<<Ma la solitudine è subdola. Ti ammazza quel poco da lasciarti in vita. Spesso a sperare. Quasi mai a sparare. Molte volte a sparire. Raramente a spirare. Sovente sparuti. Ogni giorno spauriti. Sfioriti. Sfiorati. Sfatti. Sfottuti. Sfittati. Sfiniti. Finiti. Finiti per sempre. Finiti in vita. E pronti a ricominciare.>>.

E poi il sogno, l’incanto finisce <<E lo rimpiangiamo. E così le occasioni, e le illusioni, e gli errori che rifaremo. E li rifacciamo, e passiamo il tempo, e il tempo passa su di noi. E ci oltrepassa. E fugge via. E quel giorno non avremo più tempo>>.

Antonio Rezza, credo in un solo oblio


Kahuna sarà visitabile fino al 18 febbraio. Per informazioni sulla mostra e gli artisti rimandiamo al seguente link: www.arte.it

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