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Testo di Marco Grilli

Il 28 gennaio del 1912 nasce a Cody nel Wyoming, Jackson Pollock, pittore statunitense divenuto famoso come massimo esponente dell’Action Painting, cioè di quella corrente dell’espressionismo astratto che vede “nell’Azione del Dipingere” l’essenza stessa dell’arte. Questo movimento ebbe tanto successo soprattutto in patria e vide proprio in Pollock uno dei suoi massimi esponenti, insieme a Gorky e De Kooning.

La sua tecnica pittorica è il “drip painting“, o più semplicemente dripping, uno stile che si diffuse tra gli anni ’40 e ’60 del Novecento: è un modo di dipingere in cui il colore viene fatto sgocciolare (drip in inglese) spontaneamente sulle tele. L’opera che ne risulta enfatizza l’atto fisico della pittura stessa. Pollock compie l’opera con procedimenti automatici, gesti incondizionati e spontanei, come i surrealisti. I suoi lavori non nascono come “arte studiata” o meditata, ma si affidano in parte anche al caso, in quanto egli dipinge in modo impulsivo e istintivo, senza schemi prefissati. I suoi mezzi erano molto basilari: si avvaleva dell’uso degli smalti industriali che erano molto economici, la cui marca “Duco”, divenne poi assai famosa ed usata.

Ma chi era, dunque, Pollock? Jackson Pollock era il più giovane di cinque fratelli, che sin dalla più tenera età venne a contatto con la cultura dei nativi americani durante i suoi viaggi in compagnia del padre che era un agrimensore alle dipendenze dello Stato.

Pollock e gli artisti nativi operavano con modalità molto simili: il nostro, infatti, traeva le proprie immagini direttamente dall’inconscio, così come i nativi le traevano dal “mondo degli spiriti”. Paragonare, quindi, l’arte di Pollock con quella dei nativi significa esplorare lo stesso modello di linguaggio visuale e senza tempo.

Immagine cc scaricata al seguente link: https://en.wikipedia.org/wiki/ File: Namuth_-_Pollock.jpg

Nel 1929, raggiungendo il fratello Charles, si trasferì a New York, dove entrambi diventarono allievi del pittore Thomas Hart Benton alla Art Students League. La predilezione di Benton per i soggetti ispirati alla campagna americana non fece una grande presa su Pollock, ma il suo ritmico uso del colore e il suo fiero senso di indipendenza ebbero invece su di lui un’influenza duratura.

Ma la vicinanza al mondo culturale dei nativi americani, preponderante nella sua formazione, lo spinse, nel 1941, a visitare la mostra Indian Art and the United States al Museo di Arte moderna. Qui vide la loro tecnica della “pittura con la sabbia” e tornò varie volte per assistere alle dimostrazioni pratiche che lì si tenevano. Questa forma d’arte, praticata da stregoni in uno stato di estrema concentrazione o simile a quello di trance, ebbe una grande influenza su Pollock che, grazie a essa, sviluppò la tecnica chiamata pouring: gli stregoni, infatti, erano usi versare sabbie colorate su di una superficie piatta che potevano avvicinare da ogni lato.

Questo modo di procedere era anche paragonabile al surrealismo automatico, una tecnica con cui i dipinti vengono creati “automaticamente”. Un esempio di questa è rappresentato da Meditation on an Oak Leaf, un’opera di Andre Masson che Pollock ammirava molto.

Pollock conosceva bene anche altre discipline assai di moda al tempo, come la psicanalisi e il primitivismo che rappresentò un altro punto di contatto con l’arte nativo-americana. Durante il periodo in cui era in cura da uno psicanalista junghiano per i suoi problemi legati all’alcolismo, diede vita a molti “disegni psicanalitici” che poi utilizzava per discutere con i medici del proprio stato mentale. Si potrebbe dire che anche l’origine dei disegni – l’inconscio/subconscio – fosse in effetti simile a quella degli artisti nativi, che operavano in uno stato di allucinazione causato dall’uso di droghe come il cactus di San Pedro che favoriva il loro viaggio nel “mondo degli spiriti”. Si tratta di uno stato mentale in cui le vivide allucinazioni si combinano tra loro per comporre immagini sia di tipo astratto che figurativo. Le rappresentazioni che ne derivano del mondo degli spiriti presentano un’estetica simile a quella dei disegni psicanalitici di Pollock perché entrambi combinano appunto elementi astratti e geometrici che si originano dai recessi più profondi della mente.

Nell’ottobre del 1945 Pollock sposò una nota pittrice statunitense, Lee Krasner, e il mese successivo si trasferirono in quello che è ora conosciuto come il Pollock-Krasner House di Springs, Long Island. Peggy Guggenheim prestò loro la somma necessaria per pagare l’anticipo di una casa in legno con annesso un fienile, che Pollock trasformò in un laboratorio: fu lì che perfezionò la sua celebre tecnica di pittura spontanea con cui faceva colare il colore direttamente sulla tela (drip painting, poi action painting).

L’immagine è stata modificata dall’originale reperibile al seguente link: https://www.flickr.com/photos/joansorolla/21260033169

Pollock era stato introdotto all’uso del colore puro nel 1936, durante un seminario sperimentale tenutosi a New York dall’artista messi,cano specializzato in murales David Alfaro Siqueiros. Aveva quindi usato la tecnica di versare il colore sulla tela, una tra le diverse tecniche impiegate in quel periodo, per realizzare all’inizio degli anni quaranta quadri come Male and Female e Composition with Pouring I. Dopo essersi trasferito a Springs iniziò a dipingere stendendo le tele sul pavimento del suo studio e sviluppando quella che venne in seguito definita la tecnica del dripping (in italiano sgocciolatura). Per applicare il colore si serviva di pennelli induriti, bastoncini o anche siringhe da cucina. Proprio tale tecnica del dripping è alla base di quell’espressionismo astratto che oggi definiamo action painting, legato quindi alla concezione di “azione della creazione artistica”.

Operando in questo modo Jackson Pollock si distaccò completamente dall’arte figurativa ed andò contro la tradizione che vedeva un pittore usare pennello e cavalletto, decidendo inoltre di non servirsi, per il gesto artistico, della sola mano; per dipingere usava tutto il suo corpo. Nel 1956 la rivista TIME soprannominò Pollock “Jack the Dripper” per questo suo singolare stile di pittura.

I suoi quadri più famosi sono proprio quelli realizzati nel periodo del “dripping“, cioè tra il 1947 e il 1950. Diventò molto noto in seguito alla pubblicazione di un servizio di quattro pagine della rivista Life dell’8 agosto 1949 che si chiedeva: «È il più grande pittore vivente degli Stati Uniti?».

Giunto al vertice della fama Pollock decise improvvisamente di abbandonare lo stile che l’aveva reso famoso. I suoi lavori successivi al 1951 si presentano con un colore più scuro, spesso legato al solo uso del nero: inizia anche a reintrodurre l’aspetto figurativo.

Pollock diventò molto apprezzato sul mercato dell’arte e i collezionisti chiedevano con insistenza delle nuove opere.

All’età di 44 anni, dopo aver lottato con l’alcool per tutta la vita, la carriera di Pollock fu improvvisamente e tragicamente interrotta l’11 agosto 1956, quando perse la vita in un incidente stradale, causato dal suo stato di ebbrezza, avvenuto a meno di un miglio di distanza dalla sua casa di Springs. Con lui viaggiavano anche due donne: la sua amante Ruth Kilgman, sopravvissuta, e la di lei amica Edith Metzger, morta sul colpo.

Il riconoscimento della salma di Pollock venne effettuato, su incarico della Polizia, dall’amico artista Conrad Marca-Relli, suo vicino di casa a East Hampton.

Dopo la sua morte, la moglie Lee Krasner amministrò il suo lascito artistico, facendo in modo che la sua fama e la sua reputazione rimanessero intatte, a dispetto del rapido succedersi delle mode e dei movimenti nel mondo dell’arte contemporanea. Oggi sono entrambi sepolti al Green River Cemetery di Springs.

 

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Attenzione: l’immagine in copertina è stata modificata dall’originale reperita al seguente link: http://oltreilguardo.altervista.org/il-pittore-che-disse-no-ai-pennelli-jackson-pollock/


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