COLORE | Stato d’eccitazione permanente

Testo di Luigi Patitucci

Un viaggio nel Colore.

Si, intendo proprio nel  Colore.

Ed un viaggio sensibile nell’universo sconfinato del mondo del Colore, non poteva che cominciare con il coraggio di un’escursione dentro il Colore, per immersione, partendo dalle origini della codifica del Colore.

Un Colore ancora vissuto senza consapevolezza alcuna delle significazioni profonde e delle implicazioni emotive, un colore privo di coscienza propria, che trova motivo della propria esistenza in un primordiale e genuino istinto che muove tutte le cose nell’universo, sulla scorta di quella energia vitale capace di generare una propulsione ed una propensione salvifica, generatrice di una tracciabilità che conduce, inevitabilmente, inesorabilmente, all’esercizio del gioco delle energie generatrici nella direzione della luce, quale variabile indispensabile allo sviluppo delle condizioni minime necessarie all’esistenza di ogni forma di vita, sia essa semplice o complessa.

E la condizione di necessità è propria della disciplina del Design, che dal gioco sapiente delle economie messe in campo dai sistemi naturali, trae spunto e prezioso giovamento. In tal senso, potrei dire che considero esemplari, e di grande proficuità, due operazioni messe in atto dall’azienda Akzo Nobel/Sikkens che, pur essendo una multinazionale del Colore, già da qualche tempo si è mostrata attenta alle tematiche della sostenibilità ambientale ed alla emersione delle esigenze della nuova collettività.

Esigenze emerse dalle frequenze caratteristiche prodotte dall’era digitale, che mi hanno visto per anni come protagonista, coinvolto in numerose avventure, dapprima in qualità di studioso del Design e, successivamente, rotti gli indugi, trascinato nei tanti tour, messi in atto costantemente dall’azienda, come Sensor Color Designer.

Cosa strana, quella di trovarmi coinvolto in una serie di esperienze che, vuoi o non vuoi, ti conducono in maniera alquanto fluida su territori di riflessione profonda, a volte intima e segreta, e che ti pongono davanti ad una serie di sfide. Ed a me, che sono un predatore di grande appetito, nei confronti delle multinazionali e dei gruppi di interesse che pretendono di organizzare e governare il nostro modus vivendi, questa del viaggio nel Colore per conto della Akzo Nobel/Sikkens  mi è apparsa come una bella sfida.

Una sfida alla ricerca delle falle presenti all’interno del sistema di propaganda delle loro idee, delle loro produzioni, delle loro iniziative benefiche, della generazione perpetua di rapporti e relazioni tra il personale e l’utenza tutta dall’altissimo profilo etico, ed altro ancora.

Così come avevo già fatto con altri colossi di caratura internazionale, sconfessandone pubblicamente le buone intenzioni, ho inteso intraprendere questo percorso con la precisa intenzione di procedere nella stessa traiettoria rivelatrice di tutta una serie di parametri d’esercizio comuni, quali, ad esempio, un’insostenibile patinatura che avvolge ogni cosa di un certo qualificante buonismo, un parametro che impernia ogni cosa alla questione etica, progettato e praticato ad arte dai quadri aziendali deputati alla comunicazione esterna dell’azienda; la presenza di un forte carico di denso ambientalismo;  di energico ecologismo condivisionista; di profili fisionomici degli strumenti e dei prodotti atti alla comunicazione sintonizzati su frequenze cool, quali condizioni necessarie per poter agganciare con agilità l’utenza in maniera leggera, giocosa, friendly.

Percorsi di vita, mostrati senza cedere mai alla tentazione, in ogni contesto di pubblica rappresentatività, al voler accennare ad un prodotto specifico posto sul mercato dall’azienda, ma ad una serie di efficaci, e coinvolgenti, stili di vita.

Stili di vita che, con semplicità, possono trovare sviluppo e con grande facilità poter essere inscenati, innestati, nella nostra quotidianità, attraverso gli aromi prodotti dalla visione di ambienti e situazioni relative a frammenti della nostra vita, pubblica e privata, in cui tutto appare come al posto giusto, tutto si genera in assenza di inutili, pesanti, gravosi compiti, gravose complicazioni, in assenza di assedio alcuno da numerose e simultanee  problematiche, sia di natura logistica che funzionale che emotiva.

Con la produzione di inevitabili risultati di estrema fluidità delle relazioni umane, di grande benessere nel contatto con gli ambienti di vita deputati ad accogliere le nostre esistenze.

Tale sfida, non ha ancora reso vincitore il Critico del Design ma, altresì, con grande stupore, ha condotto il Designer alla scoperta di tutta una serie di aspetti, di natura relazionale, programmatica, funzionale, etc…, capaci di coinvolgermi ogni giorno sempre più, alla ricerca di quegli elementi di ingaggio, necessari alla produzione di condizioni di esercizio ottimali per lo sviluppo di una sana, per così dire, attività di progetto.

“Non c’è dubbio che l’uomo ha sempre aspirato a mescolarsi con il colore. Sin dalle prime tappe della civiltà, i selvaggi, le tribù barbariche(in senso lèvistraussiano) si sono “rivestiti di colore”; hanno adoperato segni e tatuaggi più o meno colorati, penne, vestiti,ornamenti, che avevano un’importanza precisa e servivano a dare maggiore autorità al capotribù o a identificare le particolari mansioni dei singoli individui. Sin dai primordi della civiltà, dunque, l’uso del colore in un senso affettivo, oltre che simbolico, tecnico e segnaletico, è stato evidente e preminente.”

Il feticcio quotidiano, Gillo Dorfles, Castelvecchi, 2012

L’azienda, ha recentemente condotto, come dicevo, due iniziative che, a mio avviso, rappresentano un favoloso indicatore di senso, un percorso capace di individuare traiettorie benefiche di interrelazione e connessione con le frequenze proprie di una comunità planetaria, attenta sì alle dinamiche ed ai flussi di coinvolgimento globali, ma precisa e puntuale nella individuazione delle esigenze, in merito a tutta una serie di obiettivi di qualificazione ambientale da ascrivere al territorio di prossimità, in ambito, per così dire, locale.

Una prima esperienza, denominata Human Cities. La città a misura d’uomo” , ove la ricerca nel settore delle produzioni e delle applicazioni degli elementi cromatici è dichiaratamente messa al servizio delle traiettorie di sviluppo dell’evoluzione del contesto urbano. Il colore è lo strumento attuativo, concreto, che consente di poter dare spazio alle emozioni, generando un impatto distinto su tutte le variabili che determinano la vitalità delle città: ovvero la questione sociale, culturale ed economica.

Numerosi sono stati i Case Study, a Dubai per la linea della metropolitana, e poi ancora, l’edificio del New York Times a NYC, il Beijing International Airport in Cina, Burj Al Arab, a Dubai, il Cooled Conservatories at Gardens by the Bay a Singapore, il Bellagio Hotel a Las Vegas, il Lincoln Financial Field a Philadelphia, l’ O’Siem Pavillion in British Columbia(Canada), la British Antarctic Survey’s Halley VI research base,  l’Alice Lane a Johannesburg(South Africa), il Maracanã Stadium in Brasile, e tanti altri.

Tutte operazioni condotte con lo scopo di poter garantire, attraverso il design, la ‘misura umana’, cioè la considerazione delle umane esigenze, sia del singolo individuo che della collettività di prossimità, e le umane possibilità, espressive e di affermazione, mettendo in atto dinamiche di produzione di gratificazione e di rigenerazione in un determinato contesto ambientale; e con il progetto denominato Big City Life, in cui si è voluto andare a mio avviso, come alle origini della codifica del colore, anche qui strumento prevalente ed attore prepotente di una operazione che ha il carattere della trasformazione di elementi e contesti territoriali, che mira all’ottenimento di un recupero attraverso l’approccio di metodo concreto ed efficace del design. Con una serie di processi, individuati caso per caso, che mirano alla  produzione di una attualizzazione delle strutture espressive degli oggetti architettonici in esame che, reverberando in tutto il contesto territoriale di prossimità, genera l’attuazione e lo sviluppo di processi di coesione sociale e di ri-valorizzazione, per l’appunto, dei contesti ambientali.

Ed eccomi salito a bordo.

“Uscendo, il mondo è tutto a colori dopo il bianco su bianco dell’ospedale. Supera l’arcobaleno. Cammino fino a un supermercato, e fare acquisti mi sembra come un gioco a cui non ho più giocato da quando ero bambina. Ecco tutte le mie marche preferite, tutti quei colori, mostarda French’s, riso A Roni, Top Ramen, ogni cosa cerca di colpire la tua attenzione.

Tutto quel colore. Un mutamento totale dello standard di bellezza di modo che nessuna cosa salta davvero agli occhi. 

Ilò totale è minore della somma delle singole parti.

Tutto quel colore tutto in un solo posto.

Tranne che per quell’arcobaleno di prodotti non c’è altro da guardare.”

Invisible monster, Chuck Palanhiuk

Ho voluto trovarmi, in questo mio viaggio alle origini del Colore, nella condizione in cui muovevano le prime forme di vita semplici, come per poter piombare ad una sorta di Grado Zero della codifica del Colore, dove ogni condizione di necessità potesse suggerirmi gli effetti benefici della scelta di una traiettoria, in un ambiente lontano ma sentito ancora, un ambiente in cui la sopravvivenza era la questione fondante ed inesorabile, ed il riconoscimento degli elementi caratteristici atti ad individuare i percorsi dell’esistenza divenivano consapevolezza dell’esistere.

Con la attribuzione dei primi codici salvifici, cominciano a delinearsi le condizioni per la messa in atto di una consapevolezza dell’esistere che genera un timido percorso di affrancamento da variabili aleatorie ed inaffidabili e, viene intrapresa, da questi esseri, la traiettoria che conduce all’utilizzo ottimale delle fonti energetiche, per la realizzazione ‘fai da te’, per così dire, dei nutrimenti necessari alla vita.

Da tale processo, per continue modificazioni, continui aggiustamenti, sapienti dosaggi degli elementi a disposizione, con l’esercizio della ferocia contenuta nell’utilizzo delle economie vitali, nasce il meccanismo straordinario della Fotosintesi Clorofilliana”, che ben conosciamo, e che ancora continua ad esercitare la sua fascinazione su di noi.

E’ stato stupefacente, poter osservare le enormi analogie presenti tra le prime forme di vita del pianeta, e l’elemento che presiede al concepimento della procreazione tra due esseri viventi animali, come è lo spermatozoo: stessa fisionomia della configurazione formale, stesso elemento propulsore, stesso meccanismo motorio, stessi profili energetici, presenza di membrane, etc… Evidentemente, determinati processi di creazione , in Natura, posseggono traiettorie precise di determinazione degli elementi più efficaci per poter presiedere alla generazione della vita.

E’ sempre una questione legata al gioco di tutta una serie di economie, nella maniera ottimale. E ci si muove in un ambito di progetto, in un ambiente, dove lo spreco, il rifiuto, lo sfrido, così come siamo abituati a considerarlo nella nostra epoca storica, non ha ragione di esistere.

In questo approccio di metodo, vedo tutta una serie di analogie operative, di metodo, con quello che chiamiamo ‘Progetto’, che altro non è che artificio, cioè la riproduzione di meccanismi e soluzioni generative presenti in Natura, in condizioni di ‘cattività’, in maniera ‘artificiale’.

Mi è tornato allora in mente, il lavoro fatto qualche anno addietro da Olafur Eliasson per la Tate Modern, dal titolo The Weather  Project (2003), un’opera eseguita su incarico della direzione della struttura museale, un’opera site-specific.

Nella sostanza, l’artista, allenato per costituzione genetica e per il tipo di educazione che si è inteso dare nel suo percorso formativo, alla pratica dell’ascolto, ha preteso di operare nella traiettoria di generazione di un processo di aggregazione degli individui, che affonda le sue radici in un episodio primordiale, anziché primitivo, dove è la presenza della questione di necessità, ancora una volta, a produrre filiazione, nella direzione atta a poter beneficiare delle frequenze necessarie alla migliore acquisizione delle energie necessarie all’espletamento delle condizioni di vita ottimali.

Eliasson ha realizzato nella enorme superficie messa a disposizione, la replicazione di un evento naturale alo stato puro, originario, quando ancora gli esseri viventi animali non avevano messo in atto il meccanismo della ritualità, ma erano semplicemente mossi da una sorta di istinto primordiale, generato esclusivamente da frazioni di energia vitale. Ha regalato alla comunità londinese, la possibilità di poter far parte di uno scenario altro, di una dimensione temporale altra, metabolizzata a tal punto nel percorso evolutivo da averne perso le tracce, i profili benefici, re-immettendo in scena i meccanismi necessari ad attivarne la ancestrale questione della riconoscibilità, cosi come accadeva milioni di anni addietro.

E’ un enorme palla di fuoco, un enorme sole arancio, dalle frequenze luminose e cromatiche ideali, più che naturali, dal profilo confortante, calmierante, quello che Eliasson realizza all’interno della Tate Modern, in un interno che è un esterno, una piazza, quale spazio pubblico ancora deputato alla messa in atto di efficaci processi di riconoscimento e di aggregazione tra gli individui, per l’esercizio della condivisione di obiettivi comuni. Come a volerci dire che la parte più importante dell’edificio architettonico sta fuori dall’involucro, ed è la Natura, e che è con essa che dobbiamo rinvenire la generazione dei giusti motivi relazionali, le frequenze modali ottimali d’esercizio della nostra esistenza, con una affermazione  in cui possiamo rintracciare la forma più pura della politica, ma che è anche, a mio avviso, una dichiarazione di un preciso approccio di metodo.

Come a voler sottolineare che è la vita a darcene la conferma, come dicevo prima, basta assecondarne le frequenze, gli appetiti vitali.

Ed a ragione di quanto detto sin’ora, eccovi servito in un piatto d’argento…Ops!…d’Oro, la prima esaltante escursione tra le più gettonate frequenze cromatiche della nostra era.

Il colore venuto fuori dalle abili e sapienti mani, dal cilindro dell’Aesthetic Center nel 2016, è stato l’Ocra Gold’.

Partiamo innanzitutto da una fulminante considerazione:

l’Oro non è un colore.

Si, l’Oro non è un colore, specie per noi designer, ma una texture, una pelle, un riferimento di superficie, da cui ne abbiamo sempre estratto, distillato, con grande cura e parsimonia, poche parti, poche quantità, da destinare agli elementi d’uso e di servizio, costituenti essenziali dello scenario domestico e pubblico della nostra esistenza.

Altrimenti portatore di una superficialità insita nella sua cifra culturale, ma non in quella espressiva.

I designer più talentuosi hanno infatti declinato alcuni oggetti della nostra quotidianità in versione Oro, non per nobilitarli,(.…non ne avevano bisogno, la plastica per il nostro tempo è molto più nobile dell’Oro!), ma per introdurre un elemento di attivazione, un catalizzatore, che potesse dar vita ad una propulsione efficace, leggera, scherzosa, friendly, al nostro modus vivendi.

Il Designer mette in atto questa operazione di cattura dei necessari parametri di esercizio, spesso attraverso una modalità di regressione, per così dire, alla dimensione dell’anima animale, quale gesto necessario per la creazione di un nuovo universo simbolico da poter proiettare sulla realtà, ed episodio fondante di umanizzazione, all’interno del contesto naturale in cui è impegnato ad esercitare la sua opera.

Il designer deve oggi lavorare alla rigenerazione continua dello sguardo amoroso nella utenza, mettendo in atto strumenti adatti a mettere in evidenza episodi significativi e fenomeni, che possano poter emergere dall’indifferenziazione del Reale.

Con il loro prezioso lavoro, i designer protagonisti dell’era che ha visto il salto nel nuovo millennio, hanno generato, qualche volta, stupore, per l’improvvisa comparsa, al nostro fianco, di elementi vecchi/nuovi, cui era stata concessa una nuova vita, attraverso il gesto santificatore e benevolo dato dalla preziosafintapatinalucentedell’Oro.

Oro che genera, inevitabilmente un effetto straniante, destabilizzante, su di noi, costringendoci a forza a dover fare i conti con una dimensione altra, per così dire, della nostra esistenza, rendendoci più forti, irrobustendo il nostro sistema immunitario, rendendolo, così facendo, capace di poter accogliere nuove frequenze, nuove traiettorie di senso, nuovi scenari del desiderio, certamente più divertenti e meno ombrosi, non sempre meno inquietanti.


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