Intervista a Dado, writer Bolognese, in occasione della mostra “TUTTI NUDI”

Giovanni Avolio intervista il writer bolognese Alessandro Ferri, in arte Dado, in occasione dell’apertura della mostra TUTTI NUDI che, dal 20 gennaio all’8 di marzo, sarà visitabile gratuitamente alla LaBs Gallery, via Santo Stefano 38, Bologna.

Giovanni Avolio: Nome d’arte? 

Alessandro Ferri: Dado

G.A.: Da cosa deriva il nome Dado, come lo hai scelto? 

A.F.: In bolognese il termine Dado viene abitualmente usato per chiamare i bambini. Mia sorella mi chiamava così da quando avevo 12 anni, essendo il più piccolo in famiglia. Successivamente iniziarono a chiamarmi in questo modo anche i miei compagni di classe del tempo. Da quel momento ho capito che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

G.A.: Anni? 

A.F.: 42

G.A.: Professione? 

A.F.: Writer

G.A.: C’è un colore che usi di più nella realizzazione dei tuoi “pezzi”? 

A.F.: No, tendo a usare qualsiasi colore, dipende dalle circostanze specifiche e dalla tipologia di opera che devo realizzare.

G.A.: Il tuo artista preferito? 

A.F.: Phase 2

G.A.: Qual è, ammesso che ci sia, la tua principale fonte di ispirazione in ambito artistico? 

A.F.: La vita stessa mi ispira, così come tutto ciò che incontro, vedo, percepisco dal mondo esterno. È questa una fonte inesauribile di ispirazione.  

G.A.: Se ti chiedessi una canzone che si avvicina più alla tua arte, quale sceglieresti? 

A.F.: Un testo che si adegua particolarmente al mio modo di creare è Una canzone per te di Vasco Rossi, che recita così: “Ma le canzoni | son come fiori | nascon da sole | e sono come i sogni | e a noi non resta | che scriverle in fretta | perché poi svaniscono | e non si ricordano più”.

G.A.: Qual è l’opera più grande che tu abbia mai realizzato sino ad oggi?

A.F.: Il pezzo più grande l’ho realizzato nel 2010 sulla facciata ovest del Garibaldi 2, un condominio di Calderara di Reno. La superficie totale è di 902 metri. Si tratta di uno dei graffiti più grandi d’Italia.

G.A.: Nella tua carriera hai realizzato un numero incredibile di pezzi. C’è un graffito che preferisci o al quale sei particolarmente legato?

A.F.: Si, ma il graffito in questione non c’è più, la parete che lo ospitava è stata demolita. Sono molto legato al ricordo della sua realizzazione. Avevo iniziato da poco a dilettarmi con le bombolette, erano i primi anni Novanta. Abbiamo realizzato il pezzo con un gruppo di amici, di notte, ai Giardini Margherita. Un’esperienza alla quale rimarrò sempre legato!

G.A.: C’è invece un’opera che, una volta realizzata, ha deluso le tue aspettative?

A.F.: Certo, capita a ogni writer e a ogni artista. Come se, quando ci si trova di fronte al pezzo concluso, rimanesse un senso di “incompiutezza”. Per questo la domanda mi fa sorridere, perché, in realtà, ce ne sarebbero diverse di aspettative inespresse.

G.A.: Nel tuo mondo non è raro trovarsi ad agire al di fuori delle regole. Qual è stata l’azione “illegale” che più ricordi? Ammesso che si possa dire! 

A.F.: Appunto non si può dire!

G.A.: L’emozione più forte che hai vissuto durante la tua vita?

A.F.: Un viaggio della speranza. Pochi soldi e tanta passione ci hanno spinto a viaggiare all’esterno della cabina di un treno merci. Stavamo per morire congelati!

G.A.: Una domanda che vorresti ti venisse fatta ma che nessuno ti fa mai? 

A.F.: Cosa credi?

G.A.: Si ma ora dacci la risposta! 

A.F.: Non credo esistano differenze tra bene e male.

G.A.: A quanti anni hai realizzato la tua prima tag? 

A.F.: 12 anni

G.A.: Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa strada? 

A.F.: Non lo so, nulla in particolare. Un giorno ho visto un pezzo in strada e mi ha affascinato moltissimo. Da quel momento non ho più lasciato le bombolette!

G.A.: L’ultima domanda… Quali differenze noti, rispetto a quando hai iniziato, nel mondo della street art? 

A.F.: Penso sia cambiato tutto rispetto ai miei esordi. Quando ho iniziato il writing era un codice per pochi, oggi è un linguaggio conosciuto e riconosciuto da tutti. Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Ogni cosa può essere “migliore o peggiore” allo stesso tempo, dipende dal punto di vista. Il seguito che ha oggi l’arte di strada ci da la certezza di “avere vinto”, di essere riusciti a creare una rivoluzione, eppure, contemporaneamente, si sono perse alcune dimensioni legate alla poetica degli esordi. È cambiata la poetica alla quale ci si riferisce, ma ne sono nate di nuove. Il writing è, oggi, un linguaggio, e il solo fatto che si possa parlare di arte e non solo di graffiti, ci fa capire la portata del cambiamento. Ma i contenuti non sono cambiati, cambia forse la velleità artistica, quella consapevolezza che ha portato ad una evoluzione della tecnica, ma non di contenuti. 

 


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