“I Rivoluzionari del ’900”. Magritte, Duchamp, Dalì e tanti altri maesti a Bologna, per una mostra che non vi deluderà.

Testo di Giovanni Avolio e Alexander Stefani

Fotografie di Elisabetta Noesis

Torniamo a Bologna per parlarvi di una mostra che sta emozionando gli addetti del settore. “I rivoluzionari del ‘900”, organizzata da Arthemisia Group presso la già collaudata sede di Palazzo Albergati, si presenta come un’esposizione dal sapore didattico, ma che non smette di stupire per eleganza e allestimento.

Duchamp, Magritte e Dalì ne sono protagonisti indiscussi. Al loro fianco opere di altrettanti maestri dell’arte del Novecento, come Man Ray, Calder, Arp, Ernst, Tanguj, in un percorso espositivo ideato da Adina Kamien-Kazhdan, curatore “senior” dell’Israel Museum di Gerusalemme.

Oltre duecento opere pronte e fare battere i nostri cuori; fotografie, installazioni, riproduzioni d’epoca di quei grandi capolavori che ogni buon libro d’arte non può non riprodurre. È così che tra le sale campeggiano i ready-made duchampiani come l’ormai conclamata “ruota di bicicletta” e una copia di quello scolabottiglie trafugato in origine dall’artista nella cantina del nonno. Ci incuriosisce Man Ray con il suo enigma più famoso ispirato a Isidore Ducasse e dedicato alla controversa figura del poeta francese.

Apre la mostra “mobile-stabile” di Calder che, come consueto per l’artista, ci invita ad un ludico divertissement, ma mai privo di profonde riflessioni. Seguono cinque sezioni che non staremo a spiegare nel dettaglio (rovineremmo la sorpresa che vi attende). Vi incuriosiamo solo con la prima, ”Accostamenti Sorprendenti”. In effetti, oltre ai grandi capolavori iconici duchampiani, troviamo in sala una notevole quantità di collage (accostamenti sorprendenti appare un titolo quanto mai adeguato). La tecnica, come sappiamo, ha accomunato i movimenti dadaisti sorti a Zurigo, Berlino, sino agli Stati Uniti, sebbene sia stata utilizzata per scopi, significati e con messaggi differenti.

Tra i capolavori esposti nelle altre sale troviamo Observatory Time: The Lovers di Man Ray, Surrealist Essay di Dalì, una sala dedicata al genio creativo di Mirò e L.H.O.O.Q. l’ironica e provocatoria Gioconda di Ducamp dal titolo alquanto bizzarro. Leggendolo in francese, infatti, suonerebbe così: Elle a chaud au cul. La traduzione italiana sarebbe “lei ha caldo al culo” che, in un linguaggio più colloquiale equivarrebbe ad un “lei è davvero eccitata”, più o meno. Infine Le Château des Pyrénées (Il Castello dei Pirenei) di Renè Magritte è posto a coronamento dell’intero percorso espositivo.

Di particolare interesse sono, poi, gli ambienti riprodotti fedelmente dall’architetto spagnolo Oscar Tusquets Blanca. “1200 Sacks of Coal” ne è un esempio. Un corridoio davvero suggestivo che ripropone l’installazione creata da Duchamp nell 1938 in occasione dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo di Parigi. O la sala Mae West di Salvador Dalì, che omaggia l’attrice americana amata dall’artista. La disposizione dei mobili, dei quadri e dell’arredo in generale, visti in prospettiva, ricompongono l’affascinante volto femminile. 

Finita la mostra non neghiamo il nostro “mal di testa”. Davvero tante opere hanno spinto ai limiti le nostre facoltà intellettive. Molti, tanti, troppi stimoli che richiedono il giusto tempo per essere correttamente introiettati.

Non fate il nostro errore, prendetevi un intero pomeriggio per visitare la mostra con calma e godere di ogni singola opera esposta, col tempo necessario che questo richiede. Noi ci torneremo sicuramente!


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