Revolutija. L’Avanguardia russa in mostra al Mambo.

di Ilaria Schipani

Sono 70 i dipinti esposti alla mostra Revolutija, visibile al Mambo dal 12 dicembre fino al 13 maggio 2018.

Natham Alt’man, Ritratto di Anna Achmatova, 1914, olio su tela, 123×103 cm, State Russian Museum, San Pietroburgo

In occasione del Centenario della Rivoluzione Russa, Evgenia Petrova e Joseph Kiblitsky, i curatori, hanno ideato un allestimento che funziona come una narrazione visiva, dove le opere raccontano, ognuna col proprio linguaggio, i tumulti di quei primi trent’anni del ‘900, anni in cui alle tensioni sociali e politiche corrispondono stravolgimenti artistici e culturali. Ad alcune opere sono associate delle testimonianze scritte: scelta efficace in quanto, attraverso quelle parole, bene ci si immedesima con lo stato d’animo di chi la Rivoluzione e la guerra l’ha vissuta, nonché rendono più immediata la lettura dell’opera stessa. Già dall’inizio del percorso espositivo si è immersi in un’atmosfera russa, grazie anche alle melodie e dialoghi in lingua che provengono da due video con la Vittoria sul sole del 1913 e il progetto della Torre di Tatlin del 1919 per la Terza Internazionale.

17 Ottobre 1905 di Repin apre il percorso cronologico che segue, nel susseguirsi degli anni e delle vicende storico-politiche, i diversi linguaggi adottati dagli artisti per esprimere il disagio sociale e le incertezze di una generazione tormentata dagli avvenimenti e dalle dure condizioni di vita: dai primi quadri figurativi di Serov e Repin che rappresentano le vicende della Rivoluzione del 1905, le influenze cubo-futuriste e fauviste di Tatlin, Grigor’ev, Alt’man, Larionov, Gončarova e altri, le opere suprematiste di Malevich, Filovon, l’astrattismo di Kandinsky, l’immaginario fantastico di Chagall, fino al retrocedere dell’Avanguardia russa e all’affermazione dell’arte del regime, il Realismo socialista.

 Dopo la repressione dello zarismo, il realismo che fino ad allora vigeva venne stravolto prima dalla riproposizione di modelli occidentali poi con nuove forme artistiche che porteranno al Suprematismo di Malevich, al Costruttivismo di Tatlin e allo Spirituale nell’arte di Kandinsky.

Già ad inizio Novecento i modelli dati dalle opere di Cézanne, dal Cubismo, Futurismo e Fauvismo erano stati ben interiorizzati dagli artisti russi grazie alla presenza di collezionisti e ammiratori di quell’arte. In mostra ne sono dati alcuni esempi: Pani. Natura morta del 1912 di Il’ja Maskov, in cui i contorni e i colori sono dati alla maniera di Cézanne; lo sfondo del Ritratto di Anna Achmatova del 1915 di Nathan Alt’man si scompone in piani cubisti.

Michail Larionov, Venere, 1912, olio su tela, 68×85,5 cm, State Russian Museum, San Pietroburgo

Michail Larionov e sua moglie Natal’ja Gončarova aprono le porte all’Avanguardia russa, dando i primi esempi di Neoprimitivismo in opere come Venere del 1912, in cui Larionov sembra ispirarsi  alle opere matissiane nella resa del volto e del corpo liscio e senza consistenza della donna, posto su uno sfondo astratto e senza prospettiva, che ricorda il primitivismo della Musica del 1910 di Matisse. Dall’arte africana derivano i volti delle Lavandaie di Goncarova, che infatti ricordano quei tratti fisiognomici duri e schematici de Les Demoiselles d’Avignon del 1907 di Picasso. Larionov e sua moglie sono due personalità centrali nelle vicende artistiche russe di questi anni. Larionov darà vita al Raggismo, fusione di futurismo italiano e cubismo francese, il cui nome deriva dalla base delle sue composizioni, cioè l’intersezione di raggi colorati. Nello stesso modo farà la Gončarova, partendo da temi e motivi popolari per poi arrivare al Ciclista che prende velocità futurista nell’opera del 1913.

 Lei sarà la prima di una serie di pittrici che faranno parte delle avanguardie, come la Popova, Ol’ga Rozanova e Sof’ja Dymšits-Tolstaja, donne attive nel promuovere gli ideali della Rivoluzione attraverso l’arte.

Con la terza sala si apre un nuovo ma parallelo capitolo: il Suprematismo di Malevich. Per lui e Filonov, il suo più fedele seguace, il “supremo”, la non-oggettività avrebbe liberato l’arte e vinto sul realismo, sulla società e la politica. Al 1915 risale la mostra 0.10 a Pietrogrado, sottotitolata “Ultima mostra futurista di pittura”, in cui Malevich avrebbe esposto i suoi Quadrato nero e Quadrato rosso e dato origine al “grado zero della pittura”.

 Già qualche anno prima con due opere che hanno ancora a che fare con le esperienze cubo-futuriste,  Ritratto perfezionato di Ivan Kljun del 1913, costruito attraverso forme geometriche e metalliche, e Composizione con Monna Lisa del 1914, in cui l’immagine della donna è l’unico elemento figurativo ma sbarrato con una croce rossa, Malevich dimostrava di voler svuotare la figurazione fino ad arrivare all’essenzialità: quel grado zero che lo avrebbe portato alla realizzazione della più semplice delle forme geometriche, il quadrato. Proprio nel 1913 al teatro Luna Park di San Pietroburgo Malevich, i poeti Velimir Chlebnikov e Aleksej Kručënych, insieme al compositore Michail V. Matjušin, presentavano l’opera cubo-futurista russa Vittoria sul sole, i cui costumi si rifacevano ai bozzetti di Malevich.

 Nella sala espositiva i costumi sono riproposti e fronteggiano le opere appena citate del suprematista, evidenziando la loro origine. Un video dello State Russian Museum di San Pietroburgo, mostra una ricostruzione del 2013 della Vittoria sul sole. Fu in quest’opera misteriosa che comparve per la prima volta l’idea del quadrato nero di Malevich: attraverso dialoghi e movimenti stranianti, quasi incomprensibili, uomini del futuro combattono e annunciano la vittoria sulla logica terrena simboleggiata dal Sole, prima rosso e rotondo, alla fine quadrato e nero.

Due anni dopo, Quadrato nero alla mostra 0.10, insieme alle opere degli altri nove artisti che parteciparono, tra cui Tatlin con i suoi primi controrilievi, sarà il simbolo del nuovo, di una svolta artistica enorme che avrebbe inaugurato una non-oggettività, un astrattismo in grado di rappresentare al meglio le situazioni estreme di quegli anni. Il linguaggio di Malevich sarà molto diverso però da quello di un altro astrattista, Kandinsky, che parlerà di Spirituale nell’arte.

 Anche Quadrato rosso venne esposto alla mostra 0.10; il suo secondo titolo è Realismo pittorico di una contadina in due dimensioni: questo, manifesto di un nuovo linguaggio completamente opposto a quello che negli anni ’30 darà vita ad un’opera con anologo soggetto, Ritratto di stacanovista Molodtsova del 1931 di Aleksej Pachomov, realizzato attraverso stili e temi propri del Realismo socialista, unica forma d’arte possibile, un ritorno all’ordine imposto dal regime.

  Wassily Kandinsky, parallelamente alle ricerche suprematiste di Malevich, adottava invece una forma di astrattismo secondo cui il colore è capace di trasmettere lo spirituale, comportandosi come un suono interiore che risveglia emozioni e sensazioni in chi l’osserva. Le tensioni spirituali sono espresse dai colori e dal punto, dalla linea e superficie, supporto che delimita la composizione. Proprio “Composizioni”, “Improvvisazioni” e “Impressioni” chiamerà alcune sue opere, numerandole e associandole alla musica sia nella teoria che nella prassi: la musica non imita la natura, è astratta e segue il ritmo delle esigenze interiori e così come la musica farà la sua arte.

 In Crepuscolare del 1917 Kandinsky trasporterà il suo stato d’animo nei confronti della Rivoluzione, attraverso colori cupi, forme concatenate tra loro dalle quali emergono sentimenti di preoccupazione, paure. Nell’opera Su bianco del 1920, invece, diverse sono le sensazioni espresse dai colori candidi, accesi e vivaci, dalle forme che in accordo ai colori si sviluppano nello spazio più liberamente, svincolandosi da quei precedenti grovigli in Crepuscolare.

 Partendo da Malevich per poi avvicinarsi alle idee costruttiviste di Tatlin, Rodchenko realizza Non-oggettivo nel 1918. Suprematismo e Costruttivismo, partendo entrambi dall’astrazione del linguaggio artistico, pervenivano uno alla supremazia della non-oggettività come liberazione dell’arte, l’altro come ricerca da applicare ai bisogni sociali, all’industria, a quello che oggi chiameremmo design industriale

Un’altra opposizione si avverte anche nella sala centrale in cui sono esposte opere degli anni dieci- inizio anni venti, tra cui la celebre Passeggiata di Chagall del 1917 e il trittico con Quadrato nero, Cerchio nero e Croce nera su sfondo bianco che Malevich realizzò nel 1923 per la mostra a Venezia, ma mai esposto. Fa riflettere come la Rivoluzione del 1917 e tutto ciò che essa ha comportato, venisse vissuto da questi artisti in modi completamente diversi: da una parte la non-oggettività di Malevich e Tatlin, dall’altra un ritorno alla figurazione. La rottura operata da Malevich si dissolve nell’immaginario fantastico e sereno di Chagall. A suo modo, l’artista trova rifugio in quelle immagini che divengono luogo sicuro e speranzoso, lontano dagli orrori della guerra e dall’inquietudine del presente e per il futuro. Così come La guerra germanica del 1914-15 di Filonov, in cui la sua visione della morte sfocia in una non-oggettività cubo-futurista che scompone le membra dei corpi, trova l’antitesi nell’immaginario quasi fiabesco della Fantasia del 1925 di Kus’ma Petrov-Vodkin.

Con il finire degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, il linguaggio di Malevich subirà dei graduali mutamenti che lo porteranno alla riconquista della figuratività. Inizierà con opere che, almeno nel tema, fossero “figurative”. La non-oggettività verrà infranta da temi che appartengono a quella vita, quel realismo da cui lui stesso voleva liberare l’arte. Ne sono un esempio Cavalleria rossa del 1932 circa, in cui fasce di colori accennano a un paesaggio che all’orizzonte mostra cavalli rossi in corsa; le figure di manichini che rappresentano sportivi o il contadino del Presentimento complesso del 1928-32, in cui i colori giallo e rosso parleranno della sua inquietudine e solitudine, come ci dice l’iscrizione dello stesso artista sul retro dell’opera: “…vuoto, solitudine, disperazione del vivere […]”.

 Siamo ormai alle porte di quel 1932 che vedrà la nascita del Realismo socialista: Isaak Brodskij, con la sua grande opera Consegna della bandiera dei comunardi parigini agli operai moscoviti sul campo Chodynka a Mosca del 1932, Vasilij Kuptsov, Vladimir Malagis con Natura morta”funebre” del  1924. Ricorrono sempre gli stessi temi e soggetti: operai, contadini, propaganda politica, tutti temi che avrebbero avvicinato il popolo allo Stato. A chiudere la mostra la scultura del 1936 di Vera Muchina con L’operaio e kolchoziana (cioè la contadina del kolchoz, proprietà agricola collettiva) che insieme tengono in alto la falce e il martello, divenuto il simbolo per eccellenza dell’Unione Sovietica.

Il Realismo socialista divenne l’unica e possibile arte imposta dal regime e le opere dei formalisti vennero nascoste e non più esposte al pubblico fino agli anni ‘60.

 La mostra intende mettere in luce questi straordinari fenomeni artistici che oggi chiamiamo Avanguardia russa, non solo dal punto di vista degli artisti divenuti più celebri a livello internazionale, ma anche di coloro rimasti in qualche modo in ombra, animando la città di Bologna con eventi dislocati e connessi alla mostra e ai suoi più profondi messaggi.


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