Design Therapy for a Lollipop Community

Di Luigi Patitucci

Oggi vi è una strana forma, macroscopica, di adulazione che coinvolge la nostra quotidianità, i nostri gesti, le nostre scelte, che si manifesta prevalentemente nella direzione dell’esercizio del culto divistico nei confronti dei personaggi celebri.

Spesso abbiamo a che fare con adulatori strategici, anche se sovente questi non hanno a che fare con alcuna strategia programmatica, che mettono in atto una adulazione promiscua, capace di investire , travolgendo chiunque, di elogi, con il solo, unico, vuoto, scopo di poter alimentare la propria, già fortemente traballante, autostima.

Lo psicologo americano Edward Thorndike, negli anni trenta, coniò il termine “effetto alone“, dopo essere stato allievo di William James ad Harvard, ed aver studiato a fondo il comportamento degli animali.

Per ‘effetto alone’, intendiamo il processo con cui associamo tratti positivi ad altre caratteristiche positive, anche se tra queste due classi potrebbe non esserci relazione alcuna(“ il manuale del leccaculo. Teoria e storia di un’arte sottile“ ,di Richard Stengel, Fazi Editore, NdA).

Un esempio, che ci viene immediatamente in soccorso, è quello per cui attribuiamo in maniera inconscia, qualità come intelligenza, onestà, gentilezza ad individui che riteniamo di bell’aspetto.

I maestri, a scuola, si sono dimostrati molto più tolleranti nei confronti di allievi insolenti e scapestrati, quando questi erano per lo più di bell’aspetto, e persino dall’esame di un certo numero di sentenze pronunciate da alcuni giudici, che hanno preso corpo in una ricerca di alcuni scienziati della Pennsylvania, venivano presentate alla fine pene meno severe, certamente più lievi, nei confronti degli individui di bella presenza, che qualche volta sfioravano persino l’assoluzione.

Noi applichiamo tale pregiudizio anche nei confronti delle celebrità che occupano le pagine della nostra vita, avvolgendole di un alone positivo, ed approvandone istintivamente la loro fama, mettendo in moto un meccanismo di elogio sociale, che non nasce da alcun obbligo nei loro confronti.

Si, noi siamo indotti a pensare che le celebrità siano migliori e meritino di più in quanto famose, non pensiamo che esse sono famose in quanto famose e basta.

E’ da parecchi decenni che la pubblicità sfrutta l’effetto alone, partendo dalla constatazione del fatto che siamo tutti indotti a pensare che tutto ciò che, in qualche misura, è associato alla celebrità risulti più affascinante, più elegante, più divertente ed interessante.

In poche parole, migliore.

Ciò non fa altro che instaurare una operazione di contaminazione del prodotto, com’è ovvio, sostenuta fortemente dalla enorme pervasività degli odierni ed onnipresenti, mezzi di comunicazione di massa: giornali, riviste,libri, cinema, radio, televisione, che proiettano e diffondono in maniera perpetua, davanti ai nostri sensi, il macroscopico e ridondante circo della ribalta, cui difficilmente ci si può sottrarre, con l’obiettivo certo di creare dapprima la fama, per poter dopo monetizzare le storie che riguardano i personaggi famosi già creati.

Nulla di nuovo, direte voi, tradizione antica, che però nel corso della storia non ha  mai assunto tale mastodontica dimensione e tale imperiosa pervasività.

Nulla di nuovo, dirò anch’io, rimembrando alcuni passaggi del Discorso sulle scienze e sulle arti, datato 1750, di Jean Jacques Rosseau, l’illuminista considerato per la sua capacità di prefigurare delle proiezioni sulla scorta di una assolutizzazione della “volontà generale”, il quale, riesce ad individuare con fulminante chiarezza, le problematiche connesse e consequenziali cui è soggetta una società che si avvita tutta su un esaltante ottimismo scientifico, scevro da elementi di riflessione critica, o di ripensamento.

“Quanti pericoli, quante false vie nella ricerca scientifica….Se le nostre scienze sono vane nell’oggetto che si propongono”.

Intuisce persino i pericoli insiti nelle nuove forme di organizzazione economica che vanno affermandosi, agli albori della Rivoluzione Industriale, e che saranno in grado di generare una degradazione dell’individuo a mero soggetto consumatore, quale elemento funzionale al meccanismo della produzione stessa: “Gli antichi politici parlavano senza posa di costumi e virtù; i nostri non parlano che di commercio e di denaro….Un uomo non vale per lo Stato che per il consumo che vi fa”.

L’uomo, a partire dal secolo dei Lumi, viene sottomesso alle esigenze economiche e tecnologiche, subordinato ed asservito a questioni che, in qualche misura, lo trascendono.

E con estremo coraggio J.J.Rosseau, si spinge ancora più avanti con le sue prefigurazioni, compiendo un balzo di tre secoli, giungendo sino alle frequenze spasmodiche della nostra era digitale, sino ai nostri giorni, con il suo discorso sull’apparenza, sull’artificiosità, quali elementi detonanti, inquietanti, che cominciano ad abbracciare il mondo dell’arte.

Mondo dell’arte, dell’arte di piacere, che diviene dunque, a ragione della sua efficacia e della sua pervasività, strumento eletto, per poter compiere l’arida e virulenta diffusione di una standardizzazione dei comportamenti, che pare essere in grado di poter realizzare la peggiore operazione di dissolvimento della autenticità della personalità di ogni individuo.

L’arte di piacere.

Dinamiche, beninteso estremamente attuali, divenute elementi onnivori ed ordinari del nostro circo mediatico, dinamiche che mettono in atto una società dell’apparire, del sembrare, attraverso la operazione di spettacolarizzazione di ogni istante della nostra vita: “Oggi che le ricerche più sottili e gusti più fini hanno ridotto a principio l’arte di piacere, regna nei nostri costumi una vile e ingannevole uniformità e tutti gli spiriti sembrano esser stati fusi in uno stesso stampo, senza posa la società esige, la convenienza ordina, senza posa si seguono gli usi e mai il proprio genio. Non si osa più apparire ciò che si è…Non si saprà quindi mai bene con chi si abbia a che fare”.

A tutto ciò va ad aggiungersi un altro elemento, quale catalizzatore dei processi sviluppati di adulazione della celebrità, quello che dai sociologi viene definito “pregiudizio di corrispondenza“, secondo il quale siamo portati a spiegare il comportamento degli altri attribuendo loro una presunta identità, sfuggendo alla operazione di comprensione delle reali circostanze di una determinata situazione.

E’ ad opera di tale pregiudizio, che spesso compiamo gravi errori di interpretazione, attribuendo troppo credito ad alcune persone, e quasi nulla ad altre, individuando nella fama il comune denominatore della società odierna.

Con il preciso fine di potersi accreditare presso i media, oggi molte persone, molti individui afferenti alle categorie professionali di numerosi campi applicativi, assoldano esperti di pubbliche relazioni che sappiano far veicolare il loro nome, e qualche volta assumono persino un portavoce o un procuratore, o ancora, delle guardie del corpo, presumendo che, dal momento in cui li posseggono alcune celebrità, prima o poi anche loro ne avranno bisogno.

Una delle prerogative, direi una delle attrazioni frequenti, che investe la celebrità, è dovuto alla concessione del perdono a chi è famoso.

Sono la fama ed il successo a scusare tutto, a concedere a loschi individui, la possibilità di poter recitare secondi, terzi, quarti, quinti ed infiniti atti della loro vita, della loro rinascita, purchè siano famosi.

Ma è bene dire, che l’effetto alone funziona anche al contrario, prendendo il nome di demonizzazione, e ci mostra che, nei confronti di alcuni individui, possiamo essere persino più assidui nell’attribuir loro delle connotazioni negative.

Il filosofo francese Jean Baudrillard, osservò che tale ossessione per la fama e l’effetto alone, proviene indubbiamente dalla erosione della nostra personale esperienza di vita vissuta,operata da una pressione mediatica che ci fa assaporare un continuo surrogato di esperienza, che viene consumata dal perpetuo  accesso ai media, ventiquattro ore su ventiquattro, dall’assorbimento di una quantità di esperienze virtuali, attraverso i film, le news, la mole considerevole ed abnorme di dati, al punto da farci apparire  questa vita succedanea più reale ed esaustiva di quella legata alle esperienze dirette.

La conseguenza è quella che vede la fama e la celebrità come componenti più reali della vita diretta.

Vi è un pericoloso assioma che gira a braccio con le formule consolidate dell’elogio sociale, ed è quello per cui oggi, chi è ricco è come conseguenza,ed  in maniera automatica, famosissimo, e tale assurda associazione non fa altro che amplificare il servilismo altrui.

Ad instaurare tali dinamiche sociali, hanno contribuito le strepitose fortune ricavate negli ultimi decenni dai nuovi miliardari, grazie ai prodotti od ai servizi della cibernetica, hanno contribuito a creare ed a diffondere un alone imperniato anche attorno al loro stile, o sarebbe meglio dire, attorno alla loro mancanza di stile.

Adesso è l’economia a rivelarci la verità della bellezza, attraverso dinamiche feroci, che potrebbero essere descritte attraverso la cosiddetta fiction economy, quale unica traiettoria capace di poter traghettare la insopportabile ostilità, quella indifferenza propria dell’Arte Contemporanea nei confronti della bellezza( quella bellezza che intendevamo prodotta prima dall’arte), in un assioma confortante e magico, capace di trasformare, sino a sostituirsi ad essi, i termini di Valore, Arte, Moda.

Tutto si muove nella generazione di un’economia del simbolico, dove laformache seguelafunzione  di bauhausiana memoria, si assoggetta persino alle qualificazioni fonetiche del territorio della Moda, spoliandosi degli ingombranti e criptici sostegni culturali prima posseduti, abbracciando una sin troppo comprensibile, iconica rappresentazione sacra, attraverso la identificazione del motto FormFollowFiction, nelle esoteriche ed efficaci, nonché rutilanti e misteriose “fff”.

E la bellezza, sradicata dal dominio assoluto dell’Arte, viene dislocata sul dominio della merce, ed è la comunicazione a compiere il processo di valorizzazione dell’elemento prodotto, appartenente al sistema degli oggetti della nostra quotidianità, generando un plusvalore che è spesso figlio, naturale ed innaturale, allo stesso tempo, di un prezzo di vendita sin troppo elevato.

E’ il consumo che qui viene messo in forma di atto estetico.

Adesso è l’economia a rivelarci la verità della bellezza, attraverso dinamiche feroci, che potrebbero essere descritte attraverso la cosiddetta fiction economy, quale unica traiettoria capace di poter traghettare la insopportabile ostilità, quella indifferenza propria dell’Arte Contemporanea nei confronti della bellezza( quella bellezza che intendevamo prodotta prima dall’arte), in un assioma confortante e magico, capace di trasformare, sino a sostituirsi ad essi, i termini di Valore, Arte, Moda.

Il design è oggi costituito perlopiù da un fitto reticolo di icone immaginarie, da cui risulta quasi impossibile intravvederne le traiettorie di sviluppo, ma abbiamo informazioni a sufficienza per poter dichiarare alcune vie prive di senso, quali quelle, ad esempio, della corsa verso il confortante e spesso inidoneo rifugio della brandizzazione, una brandizzazione perseguita a tutti i costi, che in alcuni casi, ha già mostrato tutti i suoi limiti sulle possibilità concesse all’esercizio di buone condizioni di salute, in grado di generare nuove vie di senso, nuovi e validi prodotti, portatori di una serie di precise ed efficaci qualità intrinseche.
I designer devono imparare a nuotare nell’elemento cangiante ed ultimo del sentire contemporaneo, sempre, ad individuare il sistema di apparenze celato dietro la manifestazioni quotidiane ed ordinarie, anche se spettacolarizzate, delle generazioni che si susseguono, una dietro l’altra, sempre più sedotte da una crescente estetizzazione che trae alimento dal mondo dell’arte.          Compito difficile, quello di non cedere alla generazione di elementi e forme ad alto carattere seduttivo, in un pianeta governato da leggi fatte tutte di arbitrarietà poetiche ed arbitrarietà formali, un pianeta che si mostra attraverso un mondo che ha prodotto, sotto un unico inossidabile ed invincibile simulacro, sostenuto dai magici superpoteri generati dalla magnifica agglomerazione di Moda, Design, Arte.

Lo sforzo delle aziende produttrici di respiro internazionale, passa attraverso la messa in atto della realizzazione di una rappresentazione identitaria compiuta, priva di contraddizioni, stimolante, che possa dichiarare con immediatezza il consolidamento di una relazione simbolica con l’utenza.

Che generalmente, si attua attraverso la messa in gioco di una condivisione che investe la dimensione esperienziale, quale viatico, fluido e funzionale, alla generazione di un coinvolgimento che vive e si alimenta di elementi risonanti e semplici, a volte banali, spesso magnificati.

Descrivendo spesso un mondo retto da sistemi in cui la mancanza di stile è di moda, ove regna il kitsch, dove la beneficenza è portatrice di un messaggio preciso, che informa sulla quantità di giocattoli che si possiede, al punto da potersi permettere di regalarne qualcuno.

Ovvio, vince chi muore con più giocattoli.

 

 


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