Riflessioni e strategie attorno al museo del futuro. La giornata ICOM Comunicare i patrimoni culturali

Testo di Jacopo Suggi

Questo dicembre presso la Fondazione Querini Stampalia si è tenuto l’incontro “Comunicare i patrimoni culturali. Sfide e opportunità” organizzato dal Coordinamento regionale Friuli Venezia Giulia, Trentino- Alto Adige e Veneto di ICOM Italia, con la collaborazione della Fondazione e di ABCittà. L’appuntamento ha visto il tutto esaurito nell’auditorium.

Una giornata di riflessione dedicata ad un argomento sempre più di attualità, ma di cui si fa ancora fatica a discutere, soprattutto nelle sedi istituzionali e pubbliche italiane, ovvero quello della comunicazione, mediazione e valorizzazione del patrimonio culturale, e in particolare dei musei e delle collezioni che essi custodiscono. Questa è un’esigenza che si fa sempre più sentire e che è stata più volte confermata nel corso della giornata, anche evidenziando lo sconfortante dato dell’Istat che indica come il 68% degli italiani non abbia visitato alcun museo nel corso dell’ultimo anno. I musei sono considerati ancora come un mondo lontano dalla vita reale.

Dopo l’apertura dei lavori della coordinatrice regionale di ICOM Triveneto Babet Trevisan e l’introduzione della professoressa dell’Università Cattolica di Milano Silvia Mascheroni, è intervenuto Michele Lanziger direttore del MUSE – Museo delle Scienze di Trento -, che da anni si sta affermando come modello virtuoso nel panorama italiano. Lanziger ha subito chiarito come questa che viviamo sia l’età del museo partecipatorio: un’istituzione che deve dialogare con il pubblico e il territorio di riferimento. L’idea è quella di fare del museo una “piazza di dialogo”, facilmente accessibile al pubblico, dove poter affrontare argomenti e dibattiti su argomenti di attualità.

Anche il museologo Claudio Rosati è concorde sul fatto che il museo debba vedere il pubblico sempre più come un partner piuttosto che come un mero cliente. Proprio in questa ottica l’ICOM sta lavorando a livello mondiale per rivedere il concetto di museo, mutevole nel tempo e già reinterpretato più volte. Si afferma, quindi, la necessità di prestare ascolto al pubblico per raccoglierne il messaggio, proprio come accadde alla Gnam di Roma quando spostando l’opera Concetto spaziale di Lucio Fontana, si accorsero che qualcuno ci aveva “gentilmente” sputato sopra. Da questo episodio è nato uno studio sulla percezione da parte del pubblico delle opere dell’artista, che ha evidenziato come la sua opera fosse frequentemente tacciata di essere “non-arte”. Il museo ha pensato quindi a una mostra che riflettesse sul concetto di taglio nella pittura del ‘900, da Klimt a Lucio Fontana.

Rosati ha poi aggiunto che alcune indagini hanno reso un dato preoccupante sul comportamento del pubblico al museo, ad esempio al Museo Civico di Pistoia le persone si soffermano mediamente 12 secondi davanti un quadro, dato simile a quello dei visitatori del MoMa che si soffermano di media 15 secondi a opera. Inoltre i quadri sui cui l’attenzione del pubblico si ferma di più sono quelli narrativi. Da qui si rende chiara la necessità di sperimentare nuove narrazioni che migliorino e incentivino la fruizione delle opere da parte dei visitatori.

“Meglio puntare sulla qualità del coinvolgimento piuttosto che sulla mera quantità dei visitatori”, sostiene James Bradburne direttore della Pinacoteca di Brera. L’interesse dello spettatore è, inoltre, proiettato verso le mostre temporanee e ciò gioca a sfavore delle collezioni permanenti, tropo spesso dimenticate. Bisogna invertire la tendenza e per farlo è necessario un maggior impegno nel campo della valorizzazione invece che insistere solo sulla tutela. È necessario, dunque, sperimentare nuove narrazioni: l’idea che l’opera esposta nei nostri musei sia in grado di parlare da sola, senza alcun tipo di mediazione, è ormai obsoleta e superata. Bisogna optare per la via che vede in campo narrazioni sempre nuove e diversificate, oltre che ad un approccio multidisciplinare, come sostiene Nicole Moolhuijsens, ricercatrice specializzata in Museum Studies.

Il profilo di un’opera non viene sminuito se la si fruisce sotto altri aspetti che non siano meramente stilistico-estetici. A seguire la ricercatrice ha presentato esempi virtuosi di storytelling approntati in musei inglesi, dove accanto ad alcune opere vengono esposte anche le lettere d’epoca che ne ricostruiscono la committenza, oppure vengono accompagnate da oggetti reali che compaiono anche nel quadro, che il visitatore può toccare, permettendo un maggior coinvolgimento e un’esperienza fisica. Il racconto si può articolare anche attorno ad un singolo oggetto, come ha confermato l’intervento di Alessandra Menegazzi, conservatore del Museo di Scienze Archeologiche e dell’Arte dell’Università di Padova, presentando il progetto “Archaeology and Virtual Acoustic. A Pan Flute from Ancient Egypt”, un percorso costruito attorno ad un antico strumento musicale proveniente da uno scavo.

Le conclusioni del convegno sono state affidate alla Presidente di ICOM Italia Tiziana Maffei, che insiste sull’importanza di un maggior collegamento del museo con il tessuto urbano nel quale si trova. A tale scopo è importante investire anche sul digitale, che offre l’opportunità di un’enorme estensione e di una maggior possibilità di incontro con le persone che attualmente non si possono annoverare fra il pubblico dei musei.

Insomma, tante idee e tante proposte che speriamo diventino attuali. C’è bisogno di un rapido cambiamento per fare dell’istituzione “museo” un luogo accessibile e inclusivo ed è una sfida che impegnerà, sicuramente, tutti i musei nel prossimo futuro.

 

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