VALE TUDO: lo pseudo-artista dell’epoca tecnocratica

Testo di Armenia (link sito internet)

Scrivere d’arte  non è semplice, ma se a farlo è un’ artista la cosa può prendere dei risvolti davvero interessanti. Mi vengono in mente le stravaganze nei diari di Jacopo Pontormo o la cupezza densa degli scritti di Edvard Munch. Visto che la Morte non ha ancora consegnato alla fama il mio nome, e nonostante non mi sia caduta sulle spalle la quantità di polvere – accademica o museale – sufficiente a ispirare riverenza nei miei colleghi e lettori, e anche se la Critica non ha ancora pesato e prezzato il mio lavoro, scriverò d’arte al solo titolo di cui posso fregiarmi, ovvero come artista, e fidando nel mio proprio giudizio e percezione, visto che non posseggo che questi, per valutare.

Un po’ di tempo fa, impegnata com’ero a sopravvivere, mi è capitato di sentirmi in difetto con me stessa, per il fatto di avere pochissimo tempo per aggiornarmi e leggere di arte; provavo a convincermi che magari il tessuto dell’arte contemporanea cominciava a risultarmi inintelligibile a causa di questa mia mancanza. In me s’era anche insinuata l’idea che “inintelligibile”, l’arte contemporanea lo fosse in sé – e con ciò, sia ben chiaro, non intendo offendere il lavoro di nessuno in particolare, o pormi al di sopra di alcun artista contemporaneo.

Il mio problema, anzi, è opposto. La mia sete di arte bella, ricca, pregna di senso e materia, mi porta ad essere inesauribilmente curiosa, positiva e propositiva nei confronti della materia. A differenza di gente lamentosa del calibro di Jean Clair, io continuo a sperare, a sperare che qualcosa si muova nel lungo Inverno attuale della cultura.

É piuttosto noto il modello che assegna all’arte contemporanea una struttura ad iceberg: una parte più esposta, celebre e celebrata, che sotto forma di prodotto viene offerta, rimasticata e rigurgitata ripetute volte, rappresenta l’offerta artistica che va per la maggiore; l’altra parte, sommersa (seconda ma non secondaria), ha una composizione caotica, complessa; a seconda dei moti dell’arte, questa si dà e si nega, annaspa per emergere ma allo stesso tempo non lo vorrebbe, per non essere erroneamente apparentata alla sorella emersa, in evidenza, riconosciuta dal mondo e da esso accettata. In parole povere: c’è un arte alla luce del giorno, quella dei cosiddetti professionisti, e un’altra allo stato embrionale, ancora e sempre in cerca di identità (e forse anche di una specifica funzione). Tale schema potrebbe, in un’ottica storicistica e, insieme, metastorica, essere adattato a ogni fase della storia dell’arte; si potrebbe dire insomma che è sempre andata in questo modo.

Ce lo insegna la storia novecentesca dell’Ex Unione Sovietica: dietro i grandi nomi passati alla storia, sono rintracciabili numerose personalità dimenticate (perché contrarie al regime vigente), che hanno aiutato, più direttamente di quanto si pensi e si sappia, a partorire grandi invenzioni in ambito teatrale, artistico e letterario. Ma tornando al nostro bel pezzo di ghiaccio, nella ricerca costante e sacrosanta di questa faccia che a doppio filo appartiene tanto alla storia individuale che collettiva, ci sono degli aspetti della questione che proprio non capisco, nodi problematici che a mio parere originano da un relativismo generalizzante: come se, avendo la disciplina artistica matrice soggettiva, fosse legittimo sostenere che, di ciò che da essa promana, ‘vale tudo’; tutto è ammissibile, e vi si può pacificamente apporre sopra il bollo “OPERA D’ARTE”.

Sacrosanto è, in arte, il concetto di libertà; e il mio discorso non tocca né riguarda certe libertà avanguardiste, del tutto e intrinsecamente sensate nel contesto della loro genesi.

Mi spiegherò meglio. Il nostro è un mondo tecnocratico, in cui gli optionals che dovevano migliorare la vita  sono diventati  estensioni del nostro stesso corpo, finendo col minimizzare noi stessi in soggetti secondari. Ciò ha comportato il delinearsi di un costante senso di colpa, consistente nel non sentirsi mai all’altezza della dimensione, potremmo dire, “neo-divina”, cui la disponibilità di nuovi mezzi tecnologici dalle apparentemente infinite possibilità ci ha proiettati.

La tendenza conseguente è stata una ricerca costante di aderenza tra  la categoria dell’umano (avvertito come vecchio, desueto, scaduto) e del tecnologico (nuovo, potente nel suo enorme potenziale); tale aderenza avvenendo il più spesso a scapito della prima categoria: soddisfare l’alias virtuale di ognuno di noi,  costretto a partecipare, a mostrarsi, a potenziarsi, comporta l’annichilimento del soggetto che percepisce se stesso e si definisce, alla “vecchia maniera”, col solo ausilio dei propri mezzi interiori, e nelle relazioni “classiche” con gli altri, ovvero senza gli attuali deviazioni e schermi mediatici. Laddove questo dato fosse stato messo in discussione, sarebbe emersa un’assenza, l’enorme vuoto creato dal rifiuto di partecipazione al gioco della realtà; ci saremmo visti costretti al confronto terribile con il rischio della nostra effettiva in-esistenza. L’artista, proverbialmente narciso, su se medesimo specchiantesi e, per questa via, riflettendo a parti di mondo, ha preferito chiudere un occhio rispetto a questa tendenza annichilente (addirittura facendosene spesso tedoforo; adottandone le regole e posizionandosi in pole position nella corsa a chi ne sa di più di tecnologia), anziché spendere energie in una  nuova resistenza alle forze dis-umanistiche di questa nuova cultura, che annienta la diversità e le particolarità del singolo.

L’artista ha insomma adottato una posizione collaborazionista, normalizzando se stesso e il proprio lavoro sul nuovo canone comune, e girando alla larga dalle grandi rivoluzioni di cui l’arte ci ha dimostrato essere capace.

Questa non è, a sua volta, che una lettura della realtà, mi si dirà – nella migliore delle ipotesi -, ovvero una mia opinione, e in quanto tale criticabile in ogni suo punto; ma se e è vero che il cielo sta sopra di noi, la terra sotto di noi, l’acqua è trasparente e il sole scalda, lo è anche che l’artista è stato sempre il bastian contrario, il profeta, il Prometeo, il grande hybristés, peccatore d’ambire al divino, l’uomo che, immolandosi per un ideale, fissava una nuova bandierina per tutti, su una cima fino a lui inarrivata, prendendosi magari una sassaiola di insulti e facendosi mira delle incomprensioni più ferocemente espresse.

Ad un certo punto, come messo alle strette oltre ogni misura e tollerabilità, l’artista si  è trasformato in Simpatico (e non nel senso dell’etimo greco – syn, “con”, “insieme”, e pathos, “passione”, “sentire”- ma in quello più basso e leggero, di persona che si vuole rendere piacevole agli altri): gli è diventato necessario piacere ai più; anzi, piacere ai più è diventato il suo mestiere, la professione stessa dell’artista.

L’artista s’è fatto perciò professionista dell’arte; egocentrato fuoco di una disciplina ch’egli accarezza solo per servirsene: l’artista non serve l’arte; l’arte gli serve.

Ci troviamo di fronte ad un grande ossimoro: artista= professionista. Io diffido da chi crede che questa formula sia vera, o che sia in qualche modo possibile che in qualcuno che fa dell’arte il suo proprio mestiere risieda un vero artista. Sarà professionista un banchiere, un commercialista, un notaio, etc… ma l’artista proprio no. Questa “professione” prevede l’essere capacissimi nel proprio mestiere, compiacere il gusto altrui, non crearne di nuovi. Al contrario, bisogna creare cose che cavalchino e riflettano il senso del tempo in cui viviamo, e persino lo trascendano, mirando avanti. Cose che si vendono… Cose che piacciono..cose, anche, magari, che dispiacciano, ma giusto quanto basta per non disturbare oltre il dovuto, e far storcere il naso a chi, alla fine, deve pur comprare: queste cose non essendo (molto spesso) invenzioni, ma calchi camuffati del già fatto, e non concependo in sè il rischio del fallimento, sono cose che semplicemente si mercanteggiano, che  non generano cultura perché escrementizie nel loro aggiungere meri accenti su ciò che già esiste.

Se questo sistema avesse una moneta tutta sua,  si chiamerebbe citazione. Ma un’opera che si sviluppa in questa temperie ha comunque bisogno di essere notata, di schiacciare le altre per emergere. Non sarà difficile; basta pagare chi può pubblicizzarla o basta dirlo più forte di quanto farà mai un artista dotato di seria coscienza, il quale mai scenderebbe a tanta bassezza da compravendita, e perciò si autosqualifica, si butta da sé giù dal palchetto dell’arte contemporanea – con buona pace dei suoi detrattori, che non devono fare nemmeno questo sforzo -!

Non è un caso che i grandi, indiscussi professionisti dell’arte contemporanea sono soliti ingigantire le loro opere e farlo instancabilmente, sulla scorta della più trita pop art.

Fin da epoche insospette, da oltreoceano si vendevano carotone e patatone giganti ai poveri candidati migranti del vecchio mondo, per accattivarli e portarli a lasciare le proprie case affamate alla ricerca di un mondo nuovo; dopo una settantina d’anni, il linguaggio è rimasto lo stesso, e colpisce ancora. E tristemente constatiamo che felice è l’artista di ritrovare in questo quadro la propria figura, nitida e ben inserita. Questa cornice dorata è il perimetro sufficiente a contenere l’elastica estensione super-fallica del suo piccolo, piccolo ego.

Alla luce di queste considerazioni, rimango comunque speranzosa circa il futuro dell’arte, e sono la prima a partire per visitare la Biennale di Venezia, quando è ora di andarci. E lì accade un’epifania: dietro piazza San Marco mi imbatto nelle minuziose lavorazioni del vetro di Murano, opere minute e peculiari, dai minimi dettagli lenticolari, e allora mi viene da pensare: forse questo gigantismo fallico dell’arte contemporanea nasce anche da un’irriflessa volontà di staccarsi dal concetto antico di techné, delle cose fatte a mano dall’uomo, dall’artigiano. L’artigiano è rivisto quale artista di seconda scelta, troppo poco abilis (e “astutus”) rispetto alla macchina, al computer, e bisogna scacciarlo nell’oscuro ambito della non-arte. Di più: si fa passare l’idea che l’impronta umana nell’arte sia cosa da rigettare, e che persino generi imbarazzo.

Tremendo.

Secondo il mio modesto parere, ci sono momenti del processo artistico, dotati di sapori, odori, impregnati di storia, che quella parte esposta dell’iceberg, cioè la facciata attualmente imperante del gusto artistico, non saprebbe mai attingere nella ferma freddezza del suo canone.

Racconti, visioni che non sono per niente chiusi e solipsistici, ma che hanno a che fare con tutti; con la realtà, non virtuale, ma intrinsecamente umana di tutti, di singoli e comunità. Con il vivere il mondo, l’arte sommersa ha a che vedere; con la necessità – fortunatamente ancora viva e non soppressa – d’impregnare il mondo di sogni, di fantasmi, nature antiche tramandate attraverso le fantasticherie e i  racconti di quelli prima di noi e attorno a noi, purchè s’abbia la facoltà di porsi in loro ascolto, e il talento – artistico, appunto – di forgiarne una loro rappresentazione.

Pur consapevole che esiste una linea di distinzione tra arte e artigianato, e a dispetto della discriminazione che il secondo soffre verso la sua più nobile sorella, vengo assalita da una sana invidia nel vedere questa maestria trasmessa, pratica e tangibile, da mano in mano, tanto lontana dalle sterili pippe, giocate nella virtualità della cosiddetta “arte contemporanea”.

Cionondimeno non mi figuro né spero in un’arte svolta dentro un teatro vuoto; bisogna mettere in gioco la propria arte, e che il lavoro dell’artista abbia un riconoscimento e, alla fine, sia anche stimato in moneta; ma di certo questo non dovrebbe costituire il fine ultimo dell’artista.

Non amo i reazionari e non sono una di loro, ma questo articolo vuole essere un invito a riflettere su ciò che è l’arte per definizione, e su cosa ha rappresentato nelle sue storiche evoluzioni: quelle necessarie e quelle inutili che – si deve ardire a riconoscerlo e affermarlo con coraggio – non hanno nulla d’artistico, perché non sono rivoluzionarie.

Resta comunque il fatto che, io credo, dovremmo tutti sentirci in lutto, artisti e non, dal momento in cui l’artista, compromesso più col mondo che con se stesso, lavora seguendo la corrente del gusto comune con l’alibi di stare facendo arte, e invece ha smesso di ricercare sia il bello che l’utile. Ci perde l’arte; ci perde la società. Ci perdiamo tutti.

*Un ringraziamento speciale a Doroty

 

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