Corrispondenze. De Chirico incontra Boccioni.

Testo di Lucia Cellurale

6 ottobre – 26 novembre 2017

Milano, città dove tutto si scontra e si incontra.

Gallerie d’Italia, una delle sedi più suggestive in cui assaporare le magiche atmosfere che i maestri dell’arte hanno voluto regalarci. Qui Intesasanpaolo promuove una nuova rassegna, dal titolo Corrispondenze, con la quale propone un dialogo tra le correnti artistiche che si sono susseguite nei decenni in Italia; questa prima edizione vede a confronto due grandi artisti che hanno saputo cogliere i cambiamenti che hanno caratterizzato l’inizio del secolo scorso.

Protagonista indiscussa della storia dell’arte di inizio Novecento è la città: ideale e immobile per De Chirico, brulicante di vita e in continua evoluzione per Boccioni.

Metafisica e Futurismo: impossibile non notare, anche per un occhio inesperto, le eterne differenze tra i due stili. Eppure ecco qui raccolte tre opere per questo eccezionale confronto: Piazza d’Italia con torre rosa (1934) e Piazza d’Italia (Souvenir d’Italie) (1924-1925) di Giorgio De Chirico, provenienti dal Mart – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, in parallelo a Officine a Porta Romana (1910) di Umberto Boccioni, esposta nella collezione permanente delle Gallerie.

Queste due correnti artistiche sono state le più innovative e internazionali del panorama artistico italiano nella prima metà del Novecento e hanno saputo esprimere la metamorfosi dello spazio urbano in relazione sia ai cambiamenti legati alla rivoluzione industriale sia alla crisi dell’uomo moderno.

Giorgio De Chirico, nelle sue piazze d’Italia, propone allo spettatore uno spazio astratto dove la prospettiva non è definita, dove lo spazio è silenzio. Viene da domandarsi “c’è nessuno?”. Effettivamente la risposta è no: luci e ombre sono le uniche protagoniste viventi di queste opere, congelate nell’istante della rappresentazione. L’autore sfugge ai cambiamenti che lo circondano rifugiandosi in un tempo indefinito ma rassicurante nella sua statuaria classicità.

L’organizzazione spaziale segue molteplici punti di fuga che si intrecciano in giochi di diagonali conferendo alle due opere quella dinamicità che altrimenti non avrebbero. Siamo costretti a cercare un ordine nella disposizione di queste immagini che, pur nella loro cristallina immobilità, disorientano lo sguardo.

Molto diversa l’interpretazione di Umberto Boccioni che, ormai abbandonato il linguaggio divisionista, volge la sua attenzione al futuro. La sua arte si è concentrata sulla rappresentazione del movimento: come tradurre in pennellata il tempo che scorre e i cambiamenti che induce attorno a noi.

In Officine a Porta Romana l’artista vuole celebrare l’attività della classe operaia che, umile e laboriosa, partecipa all’espansione di Milano verso la periferia, fuori dalle porte storiche.

La scena è ricca di personaggi in movimento, accennati da pochi e semplici tratti che, insieme alle loro ombre, danno vita alla scena. L’alternanza di zone dai colori cangianti e zone d’ombra scandisce il ritmo della scena e le pennellate sempre più concitate e decise inducono il nostro sguardo ad indagare ogni minimo dettaglio per non perderci neanche un istante di quello spaccato di vita della Milano di inizio Novecento.

Il nostro occhio viene immediatamente catturato dall’iridescente tessitura cromatica fatta di linee orizzontali, ordinate e parallele, per la raffigurazione delle componenti urbane della scena e di linee spezzate e diagonali, per gli elementi ancora non addomesticati. Anche in questo caso, come nelle tele di De Chirico, la scelta di un’organizzazione compositiva giocata sulle diagonali conferisce grande dinamicità all’opera: è la strada che taglia in diagonale l’intera rappresentazione a guidare lo sguardo dello spettatore verso il domani e verso la ricerca del suo ruolo in questo spazio e tempo.

La grande efficacia di questo confronto risiede nella scelta espositiva: infatti le due opere ospiti sono state posizionate in modo tale da creare un immaginario triangolo i cui lati sono delineati dalle diagonali, presenti in ognuno dei tre dipinti, che accompagnano lo spettatore dall’uno all’altro. Dalla fissità di De Chirico alla mutabilità di Boccioni. Due sguardi diversi per cercare di rispondere alle esistenziali inquietudini, ancora oggi contemporanee, riguardo il significato dello spazio che ci circonda.


Collabora con noi. Inviaci i tuoi articoli


Mettiti alla prova e gioca ai QUIZ di DArteMA.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *