Luciano De Vita – un passionario inquieto tra luce ed ombra.

Testo di Silvia Lazzari

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Artista dei nostri tempi e considerato uno dei più valenti incisori italiani del secolo scorso, De Vita appare quasi dimenticato, lontano, ma anche avvolto in una cortina che ne offusca i lineamenti. La sua personalità ombrosa e riservata, di cui erano noti anche gli improvvisi accessi di foga rabbiosa, non si lascia facilmente definire, per quel misto di riservatezza e animosità che porta ad individuarne solo gli estremi e che lascia scarsi spazi ad una conoscenza più attenta e sensibile dell’uomo nella sua pienezza. La città che gli ha dato i natali e dove ha vissuto la giovinezza sembra non averne memoria, quasi che la sua presenza non abbia lasciato alcuna traccia di sé, mentre la città di adozione, seppure più benigna, non ne ha consolidato il ricordo, relegandolo in un limbo senza onori e riconoscenza. Una sorte amara per un artista energico ed esuberante, con una vocazione spiccata per il segno e la necessità ardente di comunicare.

Della scrittura di De Vita (1) arriva subito allo sguardo la gestualità spessa, intensa e pastosa e il susseguirsi di lettere e parole che danno corpo ad una sequenza ininterrotta, dotata di una propria singolare armonia nel suo fluire pieno, così che i frequenti e bruschi ripieghi dei tratti che ingorgano il movimento non sembrano disturbare troppo l’occhio di chi ne segue il procedere. L’uso della stilografica accentua e sottolinea i continui passaggi dai tratti sottili e graffianti a quelli marcati ed ispessiti, offrendo vita ad uno scritto dalle movenze sensuali ed eleganti, che si mostra in tutta la sua corposità, segno indelebile di un piacere fisico nel percepire la penna affondare nella carta. L’intero scritto trasuda il gusto di lasciare una traccia; un compiacimento del tangibile, dello spessore dell’inchiostro con cui l’artista costruisce uno scenario dove il segno assume ora una forma ora un’altra, quasi indifferentemente e il tratto trasmuta, lettera, schizzo, disegno senza soluzione di continuità.

Le parole, inanellate le une con le altre, irrompono nello spazio rivelando una espressività intensa e vitale, una necessità imperiosa di comunicare ed esternare visioni, sentimenti, pensieri, che zampillano rapidi da una mente fibrillante, pronta e attenta nel recepire le suggestioni che colpiscono i suoi sensi. Tanta è la foga e l’ardore nell’offrire una espressione al suo sentire che la forma diviene in alcuni momenti quasi accessoria, un impedimento seppure necessario, e la lettera ritorna tratto, scarnificata e nuda nel seguire l’impulso cardinale verso l’azione. Un segno consistente, visibile, pieno, richiamo al mondo della materia e a un’indole carnale; segno che talvolta si assottiglia e diviene nitido ed incisivo, per assumere in altri un aspetto leggero, quasi incolore, ma ritornare corposo subito dopo. De Vita è uomo energico e volitivo e lo spazio e l’azione dimensioni necessarie per questa intensa spinta che si rinnova continuamente, compiaciuta del proprio stesso slancio vitale. Energia che si rivela anche nell’ampiezza delle lettere e nello spazio occupato pienamente, colmato e pervaso da un tracciato che si distende lungo tutto il foglio in un movimento senza confine. Un rapporto vorace il suo, ma la brama di riempimento non si consuma fino in fondo e il moto, per certi versi incessante e travolgente, non si dispiega mai libero e sciolto dalle pastoie dei vincoli formali. De Vita non osa portare alle estreme conseguenze la sua espressività impetuosa, né si concede di abbandonarsi al fluire pieno del movimento; la sua non è un’adesione piena ma una resa condizionata. Ecco allora i frequenti e bruschi ripiegamenti dei tratti che sembrano quasi impigliarsi, irretiti da una forza che li costringe e frena. E lettere che vorrebbero aprirsi e perdersi, svincolate dalla propria struttura, ma che non rompono mai il legame originario con la forma.

© 2017 ALI

Sempre presente è la necessità di mantenere un assetto, di disporre lo spazio, difendere il rispetto formale, onorando quelle convenzioni e limiti precostituiti che vorrebbe d’altro canto rompere e lacerare. La sua gestualità rivela un equilibrio perennemente in bilico tra forma e movimento, impulso e controllo, passione e riserbo, nei suoi passaggi inquieti e nei tratti nervosi che ne costellano il tracciato. Il richiamo potente del suo profondo lo spinge a distendersi e aprirsi, a protendersi naturalmente verso destra; ma tale è la prepotenza di questo impeto che l’artista se ne sente sopraffatto, obbligandosi per converso ad esercitare una forza costrittiva, che respinge le lettere verso il margine sinistro del foglio. Le parole si trovano così come trattenute, rese schiave in una condizione di tensione costante. De Vita esercita un controllo sofferto sulla propria interiorità, incalzato dalla preoccupazione di rompere gli argini e far venire a galla una realtà psichica caotica, primordiale, desiderante, carica di impulsi orali ed aggressivi.

L’incisione si dimostra, per questa anima inquieta, un mezzo ideale perché condensa, nel travaglio dei passaggi ripetuti, i tentativi di una sofferta ricerca di sicurezza esercitata attraverso l’autocontrollo e l’uso accorto e paziente della tecnica. Piegandosi alla scansione ritmica che il lavoro sulla lastra pretende, l’artista appaga la necessità di una ispezione vigile e costante sulla realtà, ma offre anche alla propria natura uno spazio per esprimere il suo impeto segnico.

Questa insolita commistione di attrattiva verso l’ordine, l’equilibrio formale ed esercizio rigoroso, da un lato, e creatività energica ed impetuosa, dall’altro, ha di certo creato un ponte tra De Vita e Morandi, consentendo a quest’ultimo di riconoscere e valorizzare quel suo allievo così capace nell’affrontare i diversi linguaggi dell’incisione. Appassionata dedizione all’arte, pur nella diversità espressiva, quasi uno il negativo dell’altro; impulsivo e carnale il primo, ascetico e severo il secondo. Tutti e due proiettati dentro il mondo rigoroso e metodico dell’incisione, incantati dalle infinite possibilità che il lavoro sulla lastra permette di realizzare, innamorati dei chiaroscuri, delle ombre e delle luci. Ma quanto Morandi è attratto dalla purezza e dalle ambientazioni leggere e rarefatte, tanto De Vita esprime una tragica e fatale corposità. Le atmosfere che realizza nelle sue acqueforti attingono da un profondo travagliato e sono, pur nella loro diversità tematica, ricolme di un pathos ombroso; immagini notturne dove si respira un’aria grave e spessa, creature granitiche imprigionate in una forma compatta che ne occulta i linea- menti, realizzazione destrutturate ed informali, immagini caotiche ed indistinte, maschere inquietanti.

© 2017 ALI

Lastra e foglio sono riempiti di segni vibranti, netti e scuri, pervasi dalla ritmica oscillazione fra distensione e contrazione, organizzazione formale e dinamismo; una tensione costante verso la ricerca di un equilibrio che gli consente di realizzare una scrittura che, seppure nei contrasti, esprime una sua propria armonia, un’eleganza distinta e raffinata. Efficace e felice fusione degli opposti, frutto di una mente originale, dotata di intuizioni profonde, fervore immaginativo, ispirazione, estro creativo.

Vis creativa che non riesce a sentirsi appagata negli spazi ridotti e delimitati della lastra; la pastosità e l’ampiezza del gesto scrittorio richiamano il gusto del colore e l’attrattiva per ambientazioni di più largo respiro. L’esperienza teatrale gli permette di articolare una trama complessa, una scenografia grandiosa consentendo ai suoi fantasmi interiori di giganteggiare sul proscenio, esposti e visibili allo sguardo di tutti. L’episodio tragico vissuto in gioventù, durante il periodo della guerra, lo confronta con una macchia, una colpa inconfessabile, che rivive in modo drammatico, così come è imbevuta di colpa la sua attrazione verso il mondo degli impulsi dei quali si sente fatalmente prigioniero.

Memoria incisa, che ritorna ossessivamente nei soggetti rappresentati, nelle fucilazioni, nelle crocifissioni, nelle macabre e oscure figure paradigmatiche, inquietanti, atemporali e ripetitive, temi carichi di simbologie e metafora della violenza e della sofferenza umana.

Tutta la sua opera ha in seno qualcosa di bruciante ed esplosivo, espressione di un diamon che lo costringe a realizzare una vocazione di denuncia e di riparazione attraverso la reiterata messa in scena del suo cupo dramma umano. L’attrazione vertiginosa verso un caos primigenio, dove si annidano e prosperano forze oscure e malefiche, è il vero tormento di De Vita ma è anche la forza generatrice da cui attinge la scintilla della sua creatività. Luci ed ombre fuse in un potente gioco di chiaroscuri, simbolo dell’angoscia della perdita della ragione, della dissoluzione dell’intelletto, ma anche segno della fecondità dell’immersione della coscienza nel magma dell’inconscio sulla quale De Vita ha fondato la sua vita e la sua espressione artistica.

Note:

(1) Per l’analisi si è utilizzata una lunga missiva scritta da De Vita nel 1951, vergata su carta da scena, corredata di immagini e schizzi. Si tratta di una lettera d’amore dove il giovane artista esprime, carico di giovanile esuberanza, tutto il suo desiderio e il sentimento di mancanza per la lontananza dalla sua amata

 

 


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