La Maniera del Garofalo. Brevi riflessioni sulla Conversione di San Paolo.

Testo di Alessandro Lusana

Quello che intendo qui per “Maniera” è la venatura davvero drammatica che anche il composto e delicatissimo Garofalo (Benvenuto Tisi, Garofalo, 1476 o 1481– Ferrara, 6 settembre 1559), coglie durante la sua biografia pittorica: adotta, per qualche soggetto che lo richiese, come la Conversione di San Paolo, nella Galleria Borghese di Roma, una composizione davvero partecipe, almeno emotivamente, del santo che viene folgorato sulla via di Damasco; la postura di San Paolo guarda certamente al ritrovato Laooconte, già riemerso dalla madre terra il 14 gennaio 1506, (il Garofalo sarà a Roma nel 1512). La resa fisica delle figure assevera le muscolature michelangiolesche della Sistina; i soldati, sul fondo, colgono aspetti classicheggianti della statuaria romana antica.

Le Sommeil de l’Enfant Jésus, Benvenuto Tisi (Garofalo), cc, publico dominio. Immagine ricavata da wikipedia.org, Louvre

La forza del momento resta rimarcata dallo spontaneo gesto paolino, che risulta assente altrove; basti un confronto formale con le altre opere del Garofalo per comprenderne la mutazione concettuale e stilistica; la Flagellazione, nella medesima Galleria Borghese, sembra quasi un asettico incontro fra salottieri; la Strage degli innocenti, poi, ribadisce che la partitanza emotiva del Garofalo resta occlusa come un parente povero da emarginare; il tutto ha una sua dimensione precipuamente atarassica; mentre nella valutazione della prima opera considerata, la Conversione, la forte impronta della drammaticità manierista emerge e rivela l’influenza anche su di un controllato autore come il Garofalo che, non candidato spontaneamente a tale spasmodica dinamicità, cerca più di simulare piuttosto che assecondare le forti impressioni della Maniera, che comunque, per questa tela, sembra essere stata captata con qualche convinzione.

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